Giornalista, autrice e volto televisivo tra i più riconoscibili nel panorama culturale italiano, Marta Perego torna con Colazione nel parco con Virginia Woolf (Vallardi Editore), un libro che intreccia autobiografia e letteratura trasformando venti classici in altrettante tappe di un viaggio esistenziale. Un percorso che nasce dal bisogno di “venirne a capo di qualcosa”, come racconta lei stessa, ripartendo dai romanzi che l’hanno formata e accompagnata nei momenti più fragili. L’abbiamo incontrata alla Biblioteca Comunale di Affi in occasione del primo incontro di “Se una notte d’inverno un lettore“, la rassegna letteraria organizzata dalla stessa biblioteca e dal Comune di Affi, giunta quest’anno alla sua terza edizione.

Marta, lei ha scelto Virginia Woolf come vessillo di questo viaggio letterario e l’ha inserita nel titolo del libro. Perché proprio lei, spesso considerata un’autrice “ostica”, ha un ruolo così centrale nella sua narrazione?

«Questo libro nasce da una passione che ho da sempre. In una fase della mia vita in cui mi sembrava di aver perso tutto, sono ripartita da quello che sentivo più mio: i libri. E da lì è nata anche una comunità bellissima. Virginia Woolf per me è un faro quotidiano. È l’autrice che doveva aprire questo libro perché ha un potere trasformativo, quasi catartico: cambia il tuo sguardo sulle cose. Ogni volta che rileggo La signora Dalloway scopro qualcosa di nuovo, perché cambiano le mie domande. Woolf viene vista come difficile, ma non lo è: parla a ciascuno di noi, basta lasciarsi avvicinare.»

Il libro attraversa venti titoli. Come ha scelto le opere, considerando che la lista iniziale era molto più lunga?

«Il primo elenco contava un centinaio di titoli. Poi ho preso un quaderno e ho scritto di getto i libri che mi venivano in mente: quelli sono rimasti. Non seguono un ordine cronologico né tematico, ma esistenziale. Sono parte della mia biografia. Ho cercato di mescolare classici noti, come Il deserto dei Tartari, a testi meno frequentati, come Persuasione di Jane Austen o i romanzi di Fausta Cialente e Alba de Céspedes. Il mio invito è sempre lo stesso: leggere o rileggere. Nell’incontro con quelle parole, qualcosa succede sempre.»

Ogni romanzo è legato a un momento della sua vita, spesso di crisi. Quanto è stato difficile esporsi così tanto?

«All’inizio non volevo scrivere nulla di autobiografico. Il primo capitolo era più “accademico”, ma non funzionava. Poi ho riscritto partendo dai ricordi, e tutto è cambiato. Quando racconti qualcosa di te, inviti anche il lettore a fare lo stesso. Per esempio, La figlia oscura di Elena Ferrante mi ha fatto accogliere lati oscuri della maternità che non volevo guardare. I romanzi servono a questo: a ricordarci che la vita è complessa, piena di chiaroscuri. È lì che si annida il suo valore più autentico.»

Se dovesse consigliare il libro a un lettore alle prime armi, quale capitolo sceglierebbe per cominciare?

«Dipende dalla domanda che il lettore ha. Se sente che il mondo ha perso senso, La Nausea di Sartre è perfetta: ci insegna che l’angoscia può essere una spinta al cambiamento. Per chi vive la crisi dei 40 o 50 anni, La luna e i falò di Pavese è un capolavoro. L’ho riletto a 39 anni e mi ha salvata. Pavese si chiedeva: “È tutto qui?”. In ogni romanzo che ho scelto c’è, in fondo, una forma di speranza.»

Il percorso si chiude con Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino, un vero inno alla lettura. Perché questa scelta?

«Chiudere un libro che parla di libri con un libro che celebra la lettura mi sembrava naturale. Calvino racconta come ogni libro apra una possibilità di avventura, soprattutto interiore.
Eco diceva che chi non legge vive una vita sola, chi legge ne vive centomila. Io aggiungo: leggere ti fa vivere meglio l’unica vita che hai. Calvino ce lo ricorda, invitandoci a ritrovare quell’innocenza dello sguardo che abbiamo da bambini davanti a una storia.»

Lei è anche un volto televisivo e molto attiva sui social. Questo aspetto ha influenzato la scrittura del libro?

«Forse un po’ sì, ma più nel ritmo che nel tono. Sui social racconto i libri in modo semplice, diretto. Nel libro ho cercato di essere più curata, ma senza perdere quella chiarezza. Ho capito che la mia forza è raccontare in modo accessibile cose che non lo sono sempre. La divulgazione, quella vera, è una forma d’arte. E cerco di restarci fedele: non importa il mezzo, ma il modo in cui lo usi.»

Marta Perego – Foto dal profilo Facebook della giornalista

I social sono rapidi, la letteratura richiede lentezza. Come riesce a conciliare questi due registri?

«I social mi hanno insegnato la sintesi: dire qualcosa in un minuto e mezzo è un ottimo esercizio. Ma la letteratura oggi è ancora più necessaria, perché viviamo immersi nella distrazione. Leggere allena la concentrazione, la memoria, l’empatia. Ci sono studi che dimostrano che leggere migliora il cervello e può persino allungare la vita di due anni. Non è poco.»

Un’ultima domanda sul futuro: l’intelligenza artificiale sta entrando anche nel mondo della scrittura. Che cosa ne pensa?

«Cito sempre Kubrick: “Il problema non è quanto la macchina si avvicina all’uomo, ma quanto l’uomo si avvicina alla macchina”. Perché dovrei leggere un libro scritto da un’intelligenza artificiale? L’arte nasce dallo scarto, dall’imperfezione, dall’intuizione di mettere insieme parole che non dovrebbero stare vicine. Questo, la macchina non lo farà mai. Il rischio è abituarci alla medietà. L’Arte della gioia è l’antidoto: un romanzo folle, pieno di vita. Dobbiamo continuare a leggere per restare umani, per non trasformarci noi nelle macchine.»

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