La cattura di JJ4, l’orsa responsabile della morte del giovane Andrea Papi, ha riacceso i riflettori sulla questione dei plantigradi in Trentino e sulla loro gestione dopo l’opera di ripopolamento attuata dal progetto Life Ursus. Tra reclusioni nel centro “Al Casteller”, definito dalle associazioni animaliste il lager per orsi, catture ed ordinanze di abbattimento che si susseguono, con circa 40 individui abbattuti, avvelenati, uccisi per “errore”, scomparsi o imprigionati negli ultimi anni, la politica trentina sta dimostrando da ormai molto tempo un’impreparazione strutturale, che si è tradotta nell’applicazione di una linea dura contro questi animali, rafforzata con l’attuale giunta Fugatti.

Life Ursus, un fallimento annunciato?

Il progetto Life Ursus, ideato a partire dal 1996, viene finanziato dall’Unione Europea e promosso dal Parco Naturale Adamello Brenta in collaborazione con la Provincia Autonoma di Trento e l’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica (ISPRA). L’obiettivo dichiarato e perseguito è quello di riportare nei territori alpini l’orso bruno, per rinsaldare le popolazioni ursine presenti e favorirne l’espansione sull’Arco Alpino centro-orientale. Sulla carta quel progetto viene deliberato come “il più ambizioso intervento di conservazione attiva della fauna mai tentato in Italia”.

Vengono individuate le aree più adatte, comprendenti il Trentino occidentale e le province di Bolzano, Brescia, Sondrio e Verona. Viene redatto uno studio di fattibilità che si basava sulla reintroduzione di 9 individui (3 maschi e 6 femmine di età tra 3 e 6 anni) e una previsione che doveva portare la popolazione a 50 esemplari. Viene infine diffuso un questionario demoscopico tra gli abitanti: oltre il 70%, si dichiarava a favore del rilascio degli orsi nell’area, l’80% ammetteva la possibilità di adottare misure di prevenzione dei danni e gestione delle possibili emergenze.

Dopo Life Ursus

Nel 1999 parte il progetto con la liberazione di Masun e Kirka; si conclude nel 2004 con 50 orsi presenti, controllati da radiocollari e marche auricolari.

Il progetto è formalmente terminato, ma da quel momento inizia la fase di gestione che contempla una serie di protocolli e di attività di monitoraggio e prevenzione, per le quali dovevano essere impiegati parte dei finanziamenti sulla cui entità non c’è mai stata chiarezza. Inoltre, sono necessarie le competenze e le professionalità di chi conosce la fauna selvatica. Questo non è accaduto, e oggi in Trentino gli orsi sono una questione in capo alla Protezione Civile.

Nel 2014 l’orsa Daniza muore per le conseguenze dell’anestetico iniettatole durante la cattura disposta dopo aver attaccato un raccoglitore di funghi, che si era appostato per spiare i suoi cuccioli. Nel 2017 viene uccisa KJ2, fatto per il quale partirà un procedimento penale contro l’ex presidente della Provincia, Ugo Rossi.

Al Casteller, centro di recupero o di detenzione?

Intanto alcuni orsi vengono rinchiusi nel Centro di recupero faunistico “Al Casteller”, di proprietà della Provincia e gestito dalla Protezione Civile. Si tratta di M57 e DJ3 – figlia dell’orsa Daniza, che è stata rinchiusa al Casteller per nove anni dopo aver predato una pecora – poi trasferiti in due parchi, rispettivamente in Ungheria e Germania, e M49, ribattezzato Papillon. Quest’ultimo fugge due volte nel 2020 e, a settembre dello stesso anno, l’allora ministro dell’Ambiente Sergio Costa ordina un sopralluogo al Casteller, che porterà all’apertura di quattro inchieste sulle ordinanze di cattura e abbattimento e sulle condizioni in cui versano gli animali rinchiusi.

La relazione del Cites, il servizio dei Carabinieri che si occupa delle specie protette, evidenziava

una situazione di grave stress psico-fisico, che minava profondamente il benessere degli orsi, a causa degli spazi angusti in cui erano costretti a convivere e a seguito della sedazione continua, aggravata dalla massiccia somministrazione di psicofarmaci con effetto inibitorio del sistema nervoso centrale, per arginare lo stato di stress procurato dalla reclusione forzata.

L’immagine che accompagna la campagna del movimento Assemblea Antispecista per la chiusura del centro Casteller.

Condizioni inadeguate per gli orsi

A questo si aggiungeva la dichiarazione del medico veterinario che riportava di comportamenti ossessivi da parte degli animali, per cui M49 sbatteva contro la recinzione della sua tana, M57 ripeteva dei movimenti ritmati procurandosi lesioni corporee e DJ3 non mangiava per paura degli altri due individui maschi.

Anche se le relazioni dimostravano incontrovertibilmente che il Centro era inadeguato, le soluzioni adottate dalla giunta trentina continuavano a danneggiare il benessere degli orsi e a trasgredire le direttive europee sulla tutela degli animali in via di estinzione. Ad oggi M49 è ancora rinchiuso in una gabbia di 12 metri quadrati: un animale ingrassato e senza il guizzo e la salute muscolare di quando era entrato, probabilmente sedato. La stessa sorte è toccata a JJ4, in attesa del pronunciamento del Tar del prossimo 11 maggio, quando si deciderà se l’ordinanza di abbattimento sarà effettuata o meno.

Responsabilità istituzionali

La situazione degli orsi è dunque da tempo sfuggita di mano, ma di chi è la responsabilità? Sono diverse le voci che si sono alzate e che spesso arrivano proprio da tecnici e professionisti che conoscono bene Life Ursus o ne hanno fatto parte attivamente, ad indicare che molti errori sono stati e continuano ad essere fatti.

Andrea Mustoni, responsabile della ricerca scientifica di Life Ursus e zoologo del Parco Naturale Adamello Brenta, ieri ai microfoni di Tgr Trento denunciava la mancanza di una comunicazione attenta, costante e precisa, che permetta la corretta informazione tra le popolazioni e spieghi nel dettaglio le modalità di comportamento o le corrette abitudini da tenere in montagna, ribadendo che la gestione degli orsi deve essere appannaggio di una commissione di tecnici ed esperti.

Anche il padre di Andrea Papi, il ragazzo morto a seguito dell’aggressione, non condivide la strada della vendetta e dell’abbattimento dell’orsa:

“Non è stato fatto niente per spiegare alla gente come comportarsi con un numero così alto di orsi: cosa fare per prevenire incontri, quali zone non frequentare, come reagire a un attacco. Hanno lasciato tutti ignoranti e tranquilli, senza nemmeno installare i cassonetti anti-orso in tutti i paesi a rischio. Pretendiamo un’assunzione morale di responsabilità da parte di chi per quasi un quarto di secolo ha gestito i plantigradi in Trentino, spingendo tutti nel disastro a cui assistiamo”

Carlo Papi, padre di Andrea, il giovane ucciso dall’orsa JJ4.

Una gestione grossolana

C’è stata quindi in questi venti anni una mancata attivazione di una serie di azioni, pratiche e informative, che erano previste dal progetto nella sua continuazione, alcune delle quali sono evidenziate anche da un video girato alcuni giorni fa proprio a Caldes, il paese di Andrea Papi.

Video di Oipa Trento

Perché non sono stati creati dei corridoi faunistici che agevolassero la dispersione degli orsi su tutto l’arco alpino? Perché non sono stati posizionati i cassonetti anti-orso che dissuadano gli animali ad avvicinarsi ai centri abitati, attratti dall’odore del cibo? Perché non è stata attivata una campagna di monitoraggio preciso della popolazione orsina, anche con l’utilizzo di app e strumenti digitali per il tracciamento, che permetterebbe di avere una mappa puntuale degli spostamenti e delle abitudini dei plantigradi, ma ci si è affidati a una gestione superficiale, grossolana e senza competenze?

Come mai, ad esempio, di JJ4, dotata di un collare radiotrasmittente e di marca identificativa, non si poteva più individuare la posizione perché il collare era scarico da agosto? Come si può lasciare senza monitoraggio un’orsa, per di più con i suoi cuccioli, senza poter avere la possibilità di controllarne i movimenti e spostamenti?

La posizione di Fugatti

Queste evidenze sono gravissime se ricondotte alla conseguenza più drammatica, ovvero la morte di un ragazzo, ma lo sono anche nel quadro di una precisa responsabilità politica di amministrazione dei fondi e di rispetto delle leggi statali e delle direttive europee per la salvaguardia degli animali protetti.

Il presidente della Provincia autonoma di Trento Maurizio Fugatti, foto dalla pagina Facebook.

La presenza degli orsi sul territorio non si risolve nell’utilizzarli come strumento di marketing turistico senza fare nulla per tutelare la loro sopravvivenza e l’incolumità dei cittadini, ma anzi al sorgere di situazioni problematiche ricorrere alla soppressione.

In alcune recenti conferenze stampa, il presidente della Provincia autonoma di Trento, Maurizio Fugatti, che aveva già emanato l’ordine di abbattimento anche per MJ5, sospeso poche ore fa dal Tar, ha ribadito ai giornalisti che il problema non è l’abbattimento dei tre orsi che vuole far uccidere e che anzi ci sono molti altri orsi pronti ad essere deportati. Una affermazione che forza la mano per una soluzione finale del problema, anche forse in vista delle elezioni del 22 ottobre.

L’indirizzo dell’Ordine dei veterinari

Sul procedimento di uccisione di JJ4 per eutanasia, due giorni fa l’Ordine professionale dei veterinari si è pronunciato sostenendo che non solo non c’erano stati colloqui con il presidente, ma soprattutto che il procedimento era ingiustificato e per questa ragione sollecitava i colleghi veterinari “a non assumere alcuna iniziativa che possa provocare la morte del soggetto per eutanasia”.

Ma continuano a restare senza risposta le domande che riguardano dove sono stati investiti i soldi della UE e dei cittadini, perché non si sono attuate le azioni necessarie per la convivenza, perché non si è fatta una adeguata campagna di informazione per chi frequenta il bosco, con dépliant informativi, cartelli con norme di comportamento e segnalazione della presenza degli orsi o perché non sia stato intrapreso un programma formativo per le scuole.

Il precedente di M49

Su questo punto è intervenuto anche Alessandro De Guelmi, il veterinario che ha partecipato nel 2018 alla cattura e alla conseguente installazione del radiocollare di M49, che a Repubblica ha dichiarato: “Tempo fa ho presentato un progetto educativo all’assessora provinciale all’Ambiente. Mi ha ricevuto dopo due mesi, ho dovuto parlare mentre lei scorreva il cellulare, dopo dieci minuti mi ha congedato dicendo che mi avrebbe fatto sapere qualcosa dai suoi dirigenti. Mai più sentita, nessun funzionario è stato informato”.

E sulla generale e irresponsabile mancanza di informazione e progettualità, De Guelmi ha continuato: “L’esasperazione è comprensibile, ma dietro la situazione sfuggita di mano c’è una precisa scelta politica. Niente educazione, niente comunicazione, nessun monitoraggio, taglio di fondi e personale. Allo sbaraglio vengono lasciati sia gli orsi che la popolazione, con una lucida strategia ideologica”.

L’attivazione delle associazioni

Intanto però JJ4 è rinchiusa e allontanata dai suoi tre cuccioli, probabilmente sedata, spaventata. M49 da due anni vive in condizioni inadatte al suo benessere psicofisico e molti altri orsi rischiano la prigionia e l’abbattimento, perché questa sembra la via più semplice, invece di vagliare proposte e adottare soluzioni che permettano una convivenza tra gli uomini e gli animali.

Nel frattempo sono partite le iniziative social di sensibilizzazione e si stanno organizzando presidi e manifestazioni in difesa e a sostegno degli orsi trentini. Domani, domenica 23 aprile, è prevista una mobilitazione organizzata dal collettivo Assemblea Antispecista con partenza alle ore 13.30 dalla stazione di Villazzano e arrivo alle ore 14 al Centro “Al  Casteller”.

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