Razzismo, femminismo, immigrazione, educazione di genere. Sono tutti temi che Marilena Umuhoza Delli , sabato 25 novembre alle ore 18 al Ginepraio a Verona in zona Veronetta, tratterà nel presentare il proprio libro, uscito da poco per i tipo di People, dal titolo “Lettera di una madre afrodiscendente alla scuola italiana”. Abbiamo raggiunto l’autrice (che è anche attivista, musicista, promotrice culturale) per una chiacchierata che ci ha portato a toccare alcuni dei nervi scoperti presenti ella società e della politica italiana.

Delli, anzitutto un dubbio personale: ma di cosa parliamo quando usiamo definizioni come “seconda generazione”? Cosa vuol dire essere italiani?

«In realtà se parliamo di afrodiscendenti, possiamo dire che sono presenti in Italia fin dall’antica Roma ad oggi, per cui secondo me utilizzare il termine “seconda generazione” che ormai è un termine mainstream, non è adeguato. Abbiamo avuto imperatori afrodiscendenti come Caracalla, che era di origine libica, e che a proposito di politiche estese la cittadinanza a tutti gli abitanti dell’impero con la romanizzazione. Così facendo si dimostrò più avanti perfino dell’attuale legislazione sulla cittadinanza, che rappresenta il picco del razzismo istituzionale in questo momento.»

Ci sono esempi anche in altri ambiti. Penso ad esempio ad Agostino da Ippona…

«Esatto! Sant’Agostino certamente, ma anche Publio Terenzio, considerato il primo poeta nero della diaspora nera nel mondo. Abbiamo avuto anche pontefici neri, ne abbiamo avuti tre, Papa Milziade, Papa Vittore, Papa Gelasio, passando per santi come San Benedetto del Moro che apre il capitolo della schiavitù mediterranea, un tema che riguarda anche l’Italia. Arriviamo poi a medaglie d’oro e al valore come Domenico Mondelli (nato Wolde Selassie, ufficiale e aviatore pluridecorato durante la Prima Fuerra mondiale, ndr)  e prima ancora Andrea Ghiar, di origini uruguayane e braccio destro di Garibaldi, caduto per la patria ma che non vediamo celebrato al Gianicolo. E abbiamo esempi di partigiani neri morti per l’Italia, come Giorgio Marincola, oppure pagine importanti del femminismo come l’italo eritrea Elvira Banotti.»

Tantissimi esempi che ci riportano al tema dell’italianità…

«Penso che già ricorrere a definizioni come “nuova generazione” o “seconda generazione” sia sbagliato di principio, perché si fa passare l’italianità attraverso la bianchezza. E non è così! L’Italia è sempre stato un Paese multiculturale storicamente. Quando il ministro Lollobrigida parla di sostituzione etnica e di etnia italiana, chiaramente non sa di cosa sta parlando. E’ un uso delle parole offensivo, l’attuale quadro politico non ha come valore l’accoglienza».

Proviamo a guardare il tema delle migrazioni…

«Se guardiamo il tema delle migrazioni, il decreto Cutro, il rinnovo del memorandum Libia-Italia, i cinquemila euro da pagare per evitare di finire nei Cpr sono dimostrazioni di come la multiculturalità italiana non venga assolutamente valorizzata, anzi spesso viene penalizzata. I giovani al compimento dei 18 anni che chiedono la cittadinanza italiana devono poi aspettare tre anni prima di poter votare».

Nelle politiche conservatrici la narrazione è sempre la stessa: prima era diverso, ora la situazione è cambiata. Hai citato esempi di femminismo e a questo proposito colpisce che l’Italia e le istituzioni europee oggi siano guidate da donne e tuttavia non vediamo ancora un cambio di passo, anzi. Sono figure che sostengono valori tradizionali. Come vede la situazione dal punto di vista del femminismo?»

«La situazione sicuramente non è delle più rosee. Giulia Cecchettin è stata la vittima numero 105 nel 2023 di una serie di femminicidi. Rispetto alla media europea in Italia il numero di omicidi è più basso, mentre al contrario il numero di femminicidi continua a salire. Alla firma della convenzione di Istanbul, il primo trattato internazionale contro la violenza di genere, erano assenti i due partiti italiani di maggioranza, Lega e Fratelli d’Italia. Poi abbiamo visto il taglio del 70% dei fondi dedicati ad iniziative dedicate alla violenza, solo 5 milioni quest’anno rispetto ai 17 dell’anno prima.

Gli appuntamenti del People Weekend con l’incontro di Marilena Delli Umuhoza fissato per domani pomeriggio alle 18

Abbiamo visto poi la tampon tax, mancano i finanziamenti per percorsi educativi a scuola come educazione sessuale, educazione affettiva che portino a decostruire la violenza di genere. Il lavoro da fare è molto, questo libro vuole essere uno strumento per le scuole e per gli insegnanti proprio per lavorare in questo senso. Non a caso il titolo del libro in realtà è “Lettera di una madre afrodiscendente alla scuola italiana per una educazione de-coloniale, antirazzista e intersezionale”.

Si vuole valorizzare l’identità di cui ognuno è portatore o portatrice e si vuoel fornire agli studenti e alle studentesse gli strumenti per decostruire sessismo, afrofobia, omolesbobitransfobia, l’ageismo, il body shaming, il classismo. Problemi come questi cominciano e finiscono a scuola, gli insegnanti e la scuola hanno una grandissima responsabilità specie in un momento come questo».

Abbiamo sentito Andrea Giambruno, ex compagno della Presidente del Consiglio, dire che se eviti di ubriacarti e andare a ballare eviti di incontrare il lupo..

«Figure pubbliche come questa, che sottovalutano la violenza di genere, che in un certo senso la ridicolizzano, anzi la supportano tagliando i fondi per la prevenzione alla violenza di genere, alimentano il sessismo. La responsabilità della scuola, e nostra all’interno della società, è grandissima.

Tornando alla terribile vicenda di Giulia Cecchettin, ha destato scalpore la polarizzazione attorno alle dichiarazioni della sorella di Giulia, che è riuscita ad accendere reazioni ad ogni livello…

«Infatti, ha colto l’occasione per esprimere il proprio dolore e allo stesso tempo denunciare uno Stato che non supporta le donne nonostante il Primo Ministro sia donna. Se arriviamo a tassare perfino prodotti per l’igiene intima, possiamo aspettarci tutele contro la violenza di genere? Davanti a politiche di questo genere, la presenza di una presidente del consiglio donna non rappresenta una conquista per le donne. SI supporta invece il sessismo anche in questo modo.»

E poi ci sono le dichiarazioni della Ministra Roccella, che rimandano ad una visione passatista della famiglia.

«Nel mio libro trovi anche un salto nel passato proprio per decostruire gli stereotipi di matrice coloniale. Quando parliamo di colonialismo non dobbiamo pensare solo al fascismo. Arriviamo fino alla fine del XX secolo e troviamo stereotipi radicati che vanno smantellati.»

«Alcuni anni fa è uscito un documentario, “Acqua di Colonia”, che analizzava l’ipocrisia dell’italiano che dalla fine del secondo conflitto mondiale si è sempre autoassolto rispetto al colonialismo e ai comportamenti razzisti, assecondando la leggenda del tedesco cattivo e dell’italiano buono. Sembra una temperie molto radicata del voler minimizzare le responsabilità che l’Italia ha avuto durante il Novecento nel creare una cultura razzista».

«Nel libro affronto questo argomento, il mito degli italiani brava gente, la missione civilizzatrice dei religiosi in Africa a fronte di ciò che poi è realmente successo, gli stupri, l’uso illegale di armi chimiche, l’apartheid forzato, il divieto per i giovani di proseguire gli studi, gli zoo umani in questo Paese. Tutto questo viene invisibilizzato ad arte nei testi scolastici, perché evidentemente non se ne parla. L’Italia è il solo Paese ex coloniale a non aver elaborato un’analisi critica delle proprie responsabilità coloniali nel Corno d’Africa.

Questo si vede dagli stereotipi di genere ancora radicati che tendono a ipersessualizzare il corpo nero femminile. Personalmente, essere una donna afrodiscendente italiana al 100% di origini rwandesi mi porta ad affrontare sessismo, razzismo strutturale ma anche il retaggio coloniale che tende a feticizzare il corpo nero femminile. Lo vediamo nell’opera di vignettisti come Enrico de Seta o Attilio Mussino ne “il Corriere dei Piccoli”, che servivano ad invogliare l’italiano medio ad andare nel Corno d’Africa.

Le donne erano deumanizzate, trattate come oggetti, si rappresentava un’Africa primitiva e selvaggia tutta da conquistare. Il fascismo poi ha demonizzato il corpo nero, iniziano le leggi contro i matrimoni interrazziali nel 1936, nel 1938 vengono promulgate le leggi razziali, le leggi contro il meticciato entrano in vigore nel 1940. Gli stereotipi del corpo nero ipersessualizzato, demonizzato, rimangono vivi anche grazie a fotografi, giornalisti, scrittori, produttori televisivi, cresciuti in quegli anni. Ad esempio l’anno scorso era uscita una pubblicità sulla tv nazionale della Layla Cosmetics dove si vedeva una donna che pubblicizzava un mascara e dietro di lei si vedeva una schiera di uomini neri nudi, pixelati, che danzavano al ritmo di “The longer, the better”…».

A dimostrazione che non parliamo di passato remoto…

«Penso anche al black face del Mago Forrest la scorsa estate, nonostante le proteste delle attiviste dopo le polemiche legate alla trasmissione “Tale e quale”. Il tema del black face (ovvero la pratica di dipingersi il viso di nero assumendo fattezze africane per ridicolizzarla) nella televisione italiana è inaccettabile in altri Paesi, mentre da noi è normalmente accettata.»

«Nel suo libro si rivolge alla scuola ed è giustissimo, dato che è il luogo senza giudizio, dove i ragazzi e le ragazze, i cittadini di domani, possono crescere e confrontarsi. Ma se pensiamo agli adulti, alle famiglie di oggi, se le istituzioni in primis comunicano disvalori e pregiudizi, la lotta diventa impari…

«Mancano i fondi per finanziare iniziative contro sessismo e razzismo. In questo momento i diritti non sono visti come una priorità. Questo non vuol dire che non dobbiamo continuare la nostra lotta. Le grandi rivoluzioni partono dalla gente. Ci sono associazioni, giornalisti, persone che lottano quotidianamente per smantellare queste discriminazioni.»

Lei ha realizzato in passato collaborazioni affascinanti con musicisti molto particolari come i Tinariwen oppure Saynkho Namtchylak…

«Èun orgoglio ma anche una grande fortuna quella di poter collaborare con artisti straordinari di questo calibro, che spesso vengono da zone musicalmente poco conosciute. Penso ad esempio ai The Good Ones, un duo folk rwandese che scrivono testi stupendi e sarebbe bellissimo ascoltare di più rispetto alle solite celebrity che monopolizzano gli ascolti. Quando lavoro con artisti internazionali faccio lo stesso lavoro che di solito applico alla scrittura: dare un palcoscenico a voci che di solito sono inascoltate e invece vanno valorizzate e conosciute e che con la loro opera ci permettono di unirci.»

Per chi non potrà partecipare all’incontro di domani pomeriggio al Ginepraio, comunichiamo fin da ora che la scrittrice parteciperà al prossimo Festival del Giornalismo di Verona, che si terrà fra fine febbraio e inizio marzo 2024. Un’occasione in più per conoscere da vicino un’attivista e artista che porta avanti battaglie di fondamentale importanza per la nostra società.

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