La stampa ha dato grande risalto al recente incontro di Ankara tra le delegazioni dei governi italiano e turco, enfatizzando l’avvenuta pacificazione dopo le scaramucce dello scorso aprile, quando il premier Mario Draghi aveva usato il termine “dittatore” (niente meno) per riferirsi al presidente Recep Tayyip Erdogan.

Toni molto più distesi stavolta, mentre parla di «due Paesi che sono partner, amici, alleati» e della comune volontà di collaborare «per una pace stabile e duratura», oltre che sui numerosi ambiti di reciproco interesse. La risposta turca è stata altrettanto zuccherina: Erdogan ha accolto Draghi come un «vecchio amico» e ha proseguito sottolineando l’importanza delle relazioni con l’Italia, non solo per il commercio ma anche sul piano della sicurezza e della difesa, ambiti che è interessato a sviluppare.

Insomma, massimi vertici nazionali perfettamente allineati su molte tematiche e firma di ben nove protocolli d’intesa, per rafforzare le relazioni economiche e politiche, favorire una soluzione alla crisi in Ucraina e lo sblocco delle forniture alimentari, per passare alla gestione dei migranti, fino ai ringraziamenti turchi per il sostegno dell’Italia al processo di adesione all’Unione Europea. Cerchiamo di capire alcune ragioni per questo nuovo approccio.

La Turchia è diventata importante per il mondo…

Ci sono diversi motivi, di ordine geopolitico, strategico e commerciale: a livello globale, la Turchia è un Paese membro dell’Alleanza Atlantica, considerato in sede NATO un partner di forte rilevanza per il presidio dello scacchiere mediorientale, anche se la sua influenza è stata piuttosto ondivaga nel tempo.

Erdogan si è creato un ruolo in numerosi conflitti, tra cui quello libico che si trascina da molti anni e non sembra trovare una soluzione. Nonostante si posizioni sul fronte opposto alla Russia, pare essere l’unico interlocutore ammesso alla mediazione con Vladimir Putin nella crisi ucraina. Tra simili ci si riconosce ed apprezza, evidentemente anche al di la delle piccolezze che separano.

A livello europeo, il Paese è indispensabile nella gestione dei flussi migratori, di fatto bloccando (o, come dice Erdogan, accogliendo) come una sorta di cancello verso l’Europa gli sfollati di numerosi conflitti. In cambio, ottiene dall’Europa sostanziosi finanziamenti che dovrebbero garantire quel trattamento “umano”, come è stato definito da Draghi durante il vertice, che però trova un’applicazione molto saracena del concetto.

…e soprattutto per l’Italia

Lo hanno scritto tutti: sotto il profilo commerciale, si tratta del primo Paese per interscambio nell’area mediterranea, con valori superiori a 19 miliardi di euro nel 2021 e l’idea espressa da Erdogan di arrivare a 25 milioni nel 2022, e bilanciato nelle due direzioni. L’export italiano è pari a 9,5 milioni di euro, in aumento del 23,6% rispetto al 2020, e sono oltre 1500 le aziende a capitale italiano con sede in Turchia, per investimenti diretti nel Paese stimati in circa 6 miliardi di dollari.

Il ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani con il presidente Recep Tayyip Erdoğan al Terzo vertice intergovernativo italo-turco. Foto Governo Italiano, licenza CC-BY-NC-SA 3.0 IT.

La Turchia è infine un partner energetico importantissimo per il nostro Paese, grazie al gasdotto Tanap che attraversa l’Anatolia in direzione ovest e alimenta il “nostro” Tap. Si tratta della terza rotta di approvvigionamento di gas (dopo Algeria e Russia), con volumi in aumento del +62,5% che in questi tempi di grande cambiamento danno una certa tranquillità.

Dagli amici mi guardi Iddio

Non stupisce insomma che la delegazione italiana fosse molto sorridente e accomodante. C’è molta carne al fuoco, in effetti. Numeri, graduatorie e interessi comuni vengono riportati fedelmente da tutti gli organi di informazione, che hanno coperto la notizia con grande dovizia di particolari.

Altrettanta cura non è stata dedicata all’analisi del contesto socio-politico, forse per esigenze di spazio. Sono pochi gli articoli che contengano semplici parole come diritti umani, democrazia, repressione, libertà. Qualche giornalista ne appoggia una in fondo al pezzo, dove si sa che nessuno arriva mai.

Ma ci sono numerosi fatti recenti che riteniamo invece necessario riepilogare, pro-memoria e come richiamo a fare molta attenzione: se la carne è troppo grassa, il fuoco divampa e si rischia di scottarsi.

Al termine della cerimonia di firma di accordi, Mario Draghi ha tenuto una conferenza stampa con il  presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. Foto Governo Italiano, licenza CC-BY-NC-SA 3.0 IT.

Gezi Park è solo l’inizio

Tutti ricordiamo le proteste nel centralissimo giardino di Gezi Park, ricordiamo le motivazioni, lo spirito pacifico in forte opposizione alla violenza repressiva del governo turco. Da allora molti ottimisti hanno portato avanti la teoria che si trattasse di un momento transitorio, che la democrazia sarebbe presto tornata al suo posto.

La realtà racconta di un Paese passato dal rischio di una deriva autoritaria a uno che la battaglia contro il dittatore l’ha persa.

Non che il popolo sia rimasto inerte. È solo che Erdogan non si è lasciato certo fermare dal mero esercizio di strumenti di democrazia. Come nel 2015, quando le elezioni non hanno visto uscire la maggioranza al suo partito e il presidente ha imposto che venissero rifatte pochi mesi dopo, non prima però di aver marginalizzato l’opposizione e incarcerato numerosi attivisti. Stranamente le elezioni di novembre hanno visto l’Akp vittorioso, viva la democrazia!

Foto scattata a Zuccotti Park, New York, nel 2013 in segno di solidarietà con gli eventi di Gezi Park. L’autore è Michael Fleishman.

Nel 2018 è stata introdotta senza ostacoli una modifica costituzionale che ha trasformato la forma di governo da parlamentare a presidenziale, accentrando il potere nell’uomo solo a scapito della prematura obsolescenza di un’istituzione elettiva. Il Parlamento turco sembra ormai più un luogo dove far incontrare domanda e offerta di opportunità illecite, corruzione e clientelismo. La maggior parte dei membri dell’opposizione non ha accesso ai media e usa le piattaforme social, spesso sotto falso nome. Centinaia di deputati sono sotto inchiesta o in carcere, tra cui i due presidenti del Partito Democratico Curdo di cui si è sentito parlare dopo il caso veto-non-veto in sede NATO.

La deriva totalitaria continua anche oggi

Lo scorso marzo, per una congiuntura astrale imprevedibile, l’opposizione è riuscita a esprimere la maggioranza in una votazione in Parlamento, rigettando una proposta di legge per la prima volta dall’introduzione del sistema presidenziale. A norma di statuto, una proposta rigettata deve tornare alla commissione e non essere presentata prima di un anno ma per questo caso si è trovato un opportuno cavillo, un vizio di forma, un mancamento tecnologico e la votazione è stata annullata. Si trattava di norme sulla sicurezza e la privacy, ulteriori limitazioni ai diritti personali, niente di nuovo sotto il sole di Ankara.

A inizio aprile un deputato curdo è stato brutalmente arrestato in casa sua, per aver espresso giudizi critici sul governo. È stato espulso il mese successivo, dopo un breve processo in cui il suo post sui social è stato definito “propaganda terroristica”. E non è certo l’unico: chi esprime un pensiero non allineato viene picchiato pubblicamente e in particolare verso il partito pro-curdi si nota un certo accanimento: 11 deputati sono sotto inchiesta in quella che la Corte Europea di Giustizia ha già definito un “piano per la dissoluzione del partito, in un contesto dove l’attività politica è ammessa solo se pre-approvata dal governo”.

Diritti civili, uno stanco tabù

Questi sono solo alcuni esempi di quanto sia avanzata e probabilmente ormai irreversibile la trasformazione della Turchia in Paese autocratico. Non ci vogliamo addentrare nelle questioni dei diritti civili, dei diritti fondamentali dell’uomo. E della donna. Ci limitiamo all’impianto istituzionale un po’ per non risultare verbosi ma soprattutto perché riteniamo che la democrazia si fondi sulla libertà delle persone e si perpetui nelle istituzioni, che ne rappresentano l’estremo baluardo difensivo.

In Turchia le protezioni sono saltate, nella totale indifferenza di chi preferisce trattare altri, più spendibili e remunerativi argomenti.

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