“Nella miseria suprema degli ergastoli, agli animi che di giorno in giorno si atrofizzano della uniformità delle stagioni, palpita tuttavia lontano, simile a irraggiungibile lumino, il miraggio della grazia. Così remoto che in pratica è come se non esistesse neanche. Però esiste”. Scriveva così Dino Buzzati il 21 gennaio sul Corriere della Sera del 1950. L’articolo si intitolava “Il giorno della sentenza” e chiudeva la cronaca che il giornalista aveva tenuto per il quotidiano del delitto di San Gregorio, di cui fu protagonista Rina Fort.

I fatti di quel 29 novembre 1946 e ciò che di essi scrisse Buzzati saranno messi in scena sabato 5 marzo, ore 18, al Teatro Camploy, con ingresso gratuito. La pièce “Un demonio si aggira tra noi. Buzzati giornalista racconta Rina Fort, l’assassina” è scritto e diretto da Mario Palmieri, (replica domenica 20 marzo al Salus di Legnago).

La rielaborazione drammaturgica intreccia non solo gli articoli comparsi sul Corriere, ma anche i verbali degli interrogatori conservati all’Archivio di Stato di Milano. In scena, lo stesso Palmieri, nei panni di Buzzati, Francesca Pasetto (Caterina Fort) e Andrea Pellizzari, nel ruolo del commissario Mario Nardone, della squadra mobile di Milano. Dopo lo spettacolo, interverrà anche la criminologa e psicologa clinica Roberta Bruzzone, noto volto televisivo,

Buzzati giornalista a 50 anni dalla morte

Dino Buzzati nel 1958

Morto il 28 gennaio 1972, la scrittura giornalistica di Buzzati è un riferimento stilistico ancora oggi, specie per la sua qualità letteraria. Dagli anni Trenta è autore di elzeviri, articoli di approfondimento erudito tipico del giornalismo italiano, che occupavano la terza pagina. In quegli anni, inizia a scrivere racconti brevi anche per il supplemento La Lettura.

Il lavoro al quotidiano si intreccia con la stesura di opere letterarie: del 1940 l’uscita de Il deserto dei Tartari, lo stesso anno in cui è mandato come corrispondente di guerra sulle unità della Regia Marina italiana. Quindi sarà a Messina da inviato in incognito e come operatore militare: il 26 aprile 1945 scriverà l’editoriale di prima pagina con cui narra gli eventi della liberazione.

La passione per la cronaca nera

La cronaca nera diventa il suo ambito prediletto dalla fine della guerra: e poi la bianca e lo sport sono settori in cui ama cimentarsi. Negli anni Sessanta si occuperà anche di arte in veste di critico. La cifra che lo contraddistingue sta nella capacità di narrare dando una veste letteraria ai fatti: la sua descrizione passa attraverso una elaborazione del sentire, e i protagonisti assumono un’aura di personaggi, spesso ingabbiati dal loro agire, quasi si trattasse di un scelta determinata dal destino. Le questioni del libero agire, del rapporto con il bene e con il male, sottendono le sue righe e danno una veste nobile alla cronaca.  

Rina Fort e un delitto atroce e “normale”

“Ode, non ascolta, Rina Fort. Non trema, non piange, non ha un palpito. Soltanto rotea adagio intorno i suoi sguardi bovini”. Così descrive la protagonista del delitto efferato di San Gregorio nell’articolo uscito l’11 gennaio 1950, dettagliando anche fisicamente – non solo lo sguardo, ma anche l’abito, le movenze – come si sia presentata la donna alla prima udienza del processo.

Barista friulana, la giovane trentunenne massacrò a colpi di spranga la moglie del suo amante e i tre figli, di 9, 5 anni e di 10 mesi. L’Italia usciva dalla guerra e il fatto fece particolarmente scalpore. Il gesto fu attribuito alla gelosia, e all’aver troncato con una liquidazione in denaro una relazione che durava da tre anni con Pippo Ricciardi, marito e padre delle vittime.

Rina Fort durante il processo nel 1950

La confessione di Rina Fort arrivò dopo diverse ore di interrogatorio. Il processo si concluse con un ergastolo, ma nel 1975 tornò libera, fino al marzo 1988, anno della morte a Firenze. La sua versione, mantenuta anche successivamente alla condanna, fu di non aver infierito sui bambini, ma di essere entrata in casa con un fantomatico “Carmelo”, amico del Ricciardi, con il quale si voleva inscenare una rapina. Ma Rina raccontò di essere stata drogata dal complice, il quale a suo dire le diede una spranga che lei usò sulla moglie dell’amante. Negò fino alla morte di aver ucciso i bambini, ma nei vari gradi di giudizio non ottenne la seminfermità mentale.  

Quel “sottile impalpabile panico”

“L’altra sera noi eravamo a tavola per il pranzo quando poche case più in là una donna ancora giovane massacrava con una spranga di ferro la rivale e i suoi tre figlioletti”. Le parole di Buzzati spiazzano nella ricostruzione dei fatti, evidenziando la normalità in cui essi si svolsero. Pare una cronaca di molti altri fatti della nostra contemporaneità, a partire dalla quiete del contesto.

Ed è un contrasto inquietante, che fomenta quel “sottile impalpabile panico” che “sentiamo vagare intorno, nelle ore alte della notte, e strisciare lungo le trombe delle scale. Di chi è la colpa se è venuto? Da qualche anno si direbbe egli si sia qui insediato da padrone”.

La locandina dello spettacolo “Un demonio si aggira tra noi. Buzzati giornalista racconta Rina Fort, l’assassina”, in scena il 5 marzo al Teatro Camploy, con replica il 20 marzo al Teatro Salus di Legnago.

Il tratteggio emotivo della collettività che ne fa Buzzati nell’articolo del 3 dicembre 1946 non solo riporta lo stato d’animo di chi viveva accanto al luogo del massacro, ma tende un filo con i fatti storici appena conclusi. Con quella guerra mondiale che aveva distrutto il senso del vivere civile e aveva minato la naturalezza dell’essere solidali tra donne e uomini.

La maestria della scrittura e della cronaca buzzatiana sono ancora un riferimento per il cronista di oggi. Ma anche per un’opinione pubblica sempre più assediata da una cronaca nera diventata spettacolo, in cui pare contino di più i sospetti e le opinioni rispetto ai fatti.

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