Sono giorni strani, questi, in cui forse siamo tornati alla normalità, ma questa normalità sembra stonata, mutila, manchevole. Forse perché sono padre di tre figli come te, Dante, o forse perché di lavoro mi occupo di progetti e laboratori rivolti al benessere dei bimbi e dei giovani, io non so dire come ne stia uscendo il mondo dell’infanzia da questo post lockdown.

Siamo tutti un po’ sospesi, non sappiamo bene quando riapriranno le scuole, se accadrà per tutti e del tutto, quali saranno le modalità. Sembra quasi che la logica predatoria ed economica della Lupa, la terza fiera, simbolo di un sistema protocapitalistico che scioglie e imbarbarisce ogni forma di relazione e di socialità, non abbia troppo a cuore il mondo dell’innocenza. I piccoli e i giovani restano fuori da ogni pensiero economico: diventano ultimi.

Scrivo consapevolmente che siamo sospesi, perché i primi bimbi nel tuo poema noi li udiamo piangere nel primo cerchio infernale, in quel Limbo-soglia dove languiscono le grandi anime pagane.

“Ciò avvenia di duol sanza martìri

ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,

d’infanti e di femmine e di viri.”

Un duolo senza sofferenza. E gli infanti stanno lì. Infanti da in–fans, incapaci di parlare, di comunicare, di protestare. E siamo tutti noi infanti in questo paradosso, dove ogni cosa sembra riprendere, avviarsi gioiosa e festiva, tranne che per il mondo degli innocenti. Di coloro che non possono nuocere a nessuno.

Anche i tuoi figli, Dante, sono stati vittime innocenti di un sistema disumano e mostruoso, fatto di logiche politiche, anzi partitiche, miserie tra uomini piccini e bestiali. I tuoi figli maschi sono stati condannati all’esilio assieme a te. Esule senza colpa tu. Esuli senza colpa loro. E chissà, se quando nel canto trentatreesimo dell’Inferno tu alzi la tua voce a difesa dei poveri figli di Ugolino, chissà se forse un pensiero pietoso lo hai rivolto verso le tue creature.

“Innocenti facea l’età novella,

novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata

e li altri due che ’l canto suso appella.”

Il mondo diventa un inferno tebano dove i figli vengono mangiati se non si dà nome a questi poveri innocenti. E tu Dante, li hai nominati tutti: Anselmuccio, Gaddo, Uguccione e il Brigata. Tu hai avuto il coraggio di dare un nome a ciò che la Storia dei grandi eroi e dei grandi malfattori non osa dare. Perché tu Dante, da ultimo, hai sempre capito e dato voce alle ragioni degli ultimi.

E forse tutta quanta la tua Commedia, pensata e scritta perché fosse compresa anche dalle “donnette” (donne che non avevano accesso al sapere e che tu riscatti con la figura grandiosa di Beatrice), è una storia per bambini. Una storia che inizia in un bosco, come leggiamo in tante fiabe, dove ci sono mostri, aiutanti magici, avventure, l’immancabile lieto fine. Me l’hanno fatto capire gli studi e soprattutto le chiacchierate, con il mio amico Gianni Vacchelli, scrittore e studioso della tua opera. Senza la sua lettura penetrante del poema in questa ottica “bambina” avrei perso un’occasione preziosa di comprensione del testo.

Tu stesso, Dante, salendo di cielo in cielo, diventi sempre più bambino, ringiovanisci e riscopri tutta la vitalità feconda del puer.

“Omai sarà più corta mia favella,

pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante

che bagni ancor la lingua a la mammella.”

Come nel grandioso finale di “2001: Odissea nello spazio” di Kubrick, nel punto più alto della tua sfida letteraria, ad un palmo di Dio, ti ritrovi di nuovo un “in- fante”, incapace di parlare, ma pronto a nutrirti di questa luce amorevole e lattea.

E in fondo tutte le anime del Paradiso sono anime bambine, gioiose, ridenti, dedite a danze, capriole, piene di emozioni luminose, ma anche capaci di furori improvvisi e inattesi. Sono anime folletto. Tutto il Paradiso è pervaso da questa gioia onnipotente e bambina.

Alla fine, nella Candida Rosa, contraltare di quel Limbo da cui siamo partiti, ritroverai proprio i bambini. Ti rispecchierai nella loro innocenza.

“Ben te ne puoi accorger per li volti

e anche per le voci puerili,

se tu li guardi bene e se li ascolti.”

Gli infanti non hanno voce. Non parlano. Non hanno diritti. Sono vittime di una vera e propria strage degli innocenti (come vediamo nel buio della cella di Ugolino). Ma tu hai la soluzione: “se tu li guardi bene e se li ascolti”. Questo è il tuo comandamento verso l’infanzia, perché non sia più il luogo dei soprusi, ma sia lo spazio di una fioritura intensa e piena.

Diamo ascolto. Stiamo in ascolto. I bimbi, i ragazzi, i giovani hanno tantissimo da dirci. Fuori da ogni mercato. Fuori da ogni logica utilitaristica. Se noi li vediamo e sappiamo ascoltarli forse anche noi potremo partecipare a questa festa senza fine.