Leggo il tuo inizio. Perché sono convinto che non ci siamo entrati veramente dentro le tue rime e che ci stupiremmo nel sapere quanto stiano parlando di noi, a noi, anche se le hai scritto sette secoli fa.

“Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.”

A scuola queste righe potevano sembrarci noiose. Distanti. Eppure le leggono ancora, le studiano e traducono in tutto il mondo. Questi endecasillabi mi sono cari, parlano di te (“mi ritrovai”) e al tempo stesso di me, di noi (“nostra vita”). Tu sei così: Dante, “colui che dà”. Uno generoso fin dal nome. Gli altri però non ti hanno capito fino in fondo, secondo me. E anche se qui a Verona ti conosciamo e anche se a questa nostra città hai dedicato la tua cantica più bella, il Paradiso, ho l’impressione che predomini un pregiudizio su di te. Come se tu fossi lontano. Invece lontano non sei.

Anche noi, iniziamo il nostro viaggio, il cammino alla ricerca di noi stessi,  partendo dalla crisi. Che cos’è questa selva oscura, lo abbiamo capito? È un perdersi nel labirinto? Una discesa all’Ade? È il bosco di tutte le fiabe, dove incontriamo lupi, mostri e orchi? In quante selve abbiamo smarrito il nostro cammino?

Me lo chiedo oggi come allora, perché i tuoi versi non hanno tempo. Certo, la società cambia, mutano le organizzazioni, il potere si trasforma, ma l’essere umano si dimena allo stesso modo nelle sue inquietudini.

La tua selva oscura è aspra e selvaggia, e quando hai cominciato a scrivere il poema ti trovavi nel momento più buio della tua vita, nel pieno di un fallimento esistenziale. Eri esiliato, senza un soldo. Condannato a morte (avresti dovuto bruciare al rogo, per l’esattezza). Pure sui tuoi figli pendeva una condanna. I tuoi progetti di carriera politica, completamente svaniti. Eri insomma un fallito in ogni aspetto della tua vita.

Ci risuona tutto questo? Quante volte siamo capitati in una selva? Ci sentiamo confusi, smarriti. Le emozioni sono amare. La selva è il luogo dove si agitano i nostri mostri, è l’abisso sul caos. Ed è il luogo dove inizia il viaggio, nella paura e nell’assenza di luce (o per dirla con le tue parole, laddove il “sol tace”).

Ecco, se questa cosa ci spaventa, tu subito ci rassicuri.

Tu hai scritto la Commedia perché sei un uomo di speranza, che ha avuto fiducia nell’alto, nell’altro e nella vita.

“Tant’è amara che poco è più morte;

ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.”

Proprio in questa selva e grazie a essa è possibile trovare del bene. Nella sofferenza può esserci la possibilità di una luce, di una soluzione. Ma occorre innanzitutto fare pace con la dimensione notturna della nostra vita, fare un percorso di integrazione con le nostre ombre, con i momenti di sofferenza, di morte, di dolore.

Tu parti dalla vita (e “vita” è la tua prima parola in rima), con le sue prove, i passaggi, le fatiche, le transizioni.

Entrare nella selva oscura è perdersi, ma non solo. “Mi ritrovai in una selva oscura”: lì dentro inizia un cammino di cambiamento. Ognuno di noi si accorge della propria condizione e riprova a tendere verso la felicità.

Per questo ti scrivo. Per questo voglio far parlare ancora la tua voce. Seguiamo la traccia, senza paura di perderci. Lo so, tu sarai lì con noi.

Illustrazione di Roberto Filippini ©Froh 2020

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