Ricostruire la pelle dopo una grave ustione, utilizzare tessuti donati per favorire la guarigione di ferite complesse, riprodurre in laboratorio strutture biologiche sulle quali sperimentare nuovi farmaci. E persino stampare tessuti umani nello spazio. Sono alcune delle possibilità offerte dalla medicina rigenerativa, un settore nel quale biologia, ingegneria e chirurgia si incontrano per sviluppare nuove risposte ai bisogni delle persone.

Di queste prospettive si è parlato sabato 25 ottobre al FESAV, il Festival della Scienza dell’Alto Vicentino, durante il panel “Medicina rigenerativa: la scienza che ricostruisce i tessuti”. L’incontro ha riunito ricercatrici e professioniste del settore biomedico grazie al chirurgo plastico e ricostruttivo Alex Pontini, dell’ULSS 7 Pedemontana.

Il valore della donazione: da un gesto individuale a una possibilità di cura

Il percorso è iniziato dalla Fondazione Banca dei Tessuti del Veneto, diretta dalla biologa Diletta Trojan. Una realtà nata circa 25 anni fa dalla conservazione di valvole cardiache destinate ai trapianti e cresciuta fino a occuparsi di numerosi tessuti umani, tra cui cute, derma, tessuti muscoloscheletrici e membrana amniotica.

Dietro ogni tessuto utilizzato in chirurgia c’è un percorso complesso che comincia dalla donazione e prosegue nei laboratori, dove i materiali biologici vengono preparati, controllati e conservati prima di essere messi a disposizione degli ospedali.

Trojan ha sottolineato soprattutto il valore dell’informazione e della consapevolezza. La donazione dei tessuti, meno conosciuta rispetto a quella degli organi, richiede una comunicazione capace di raggiungere le persone prima che si trovino ad affrontare momenti particolarmente difficili.

«Quando una persona in vita già decide di donare è bene che lo esprima», ha spiegato la direttrice, ricordando quanto una scelta consapevole possa aiutare anche i familiari.

La Banca dei Tessuti opera inoltre senza finalità di lucro: i costi delle attività vengono rimborsati dalle strutture sanitarie e le risorse sono destinate al funzionamento dei servizi e allo sviluppo della ricerca.

Un lavoro che diventa particolarmente importante nelle emergenze, come quelle che coinvolgono persone con gravi ustioni, ma che riguarda quotidianamente anche la cura delle ferite difficili e numerosi interventi ricostruttivi.

Stampare la pelle umana in 3D: la ricerca guarda anche allo spazio

Dalla donazione dei tessuti alla loro ricostruzione in laboratorio. Tiziana Petrachi, ricercatrice senior del Tecnopolo Mario Veronesi di Mirandola, ha raccontato le possibilità offerte dal bioprinting, una tecnologia che permette di depositare cellule viventi e biomateriali attraverso speciali stampanti tridimensionali.

Il principio è quello della biomimesi: riprodurre alcune caratteristiche strutturali e funzionali dei tessuti umani per comprenderne meglio il funzionamento.

Nel laboratorio di Mirandola è stato sviluppato un modello tridimensionale di pelle, con derma ed epidermide, utilizzato per studiare la risposta a sostanze e trattamenti. La ricerca si è poi estesa alla riproduzione di condizioni patologiche, come la fibrosi, con l’obiettivo di ottenere modelli sperimentali sempre più rappresentativi della biologia umana.

Questi strumenti potrebbero contribuire a migliorare la valutazione dei farmaci e a ridurre il ricorso alla sperimentazione animale. Ma le prospettive non si fermano qui: la ricerca internazionale sta esplorando anche la possibilità di stampare tessuti direttamente sulle ferite dei pazienti.

Petrachi ha raccontato inoltre le sperimentazioni di biostampa in condizioni di microgravità, che permettono di studiare la realizzazione di strutture biologiche difficili da ottenere sulla Terra.

Accanto alle opportunità scientifiche rimane però una questione fondamentale: la sostenibilità economica della ricerca.

«Il problema principale nell’ambito della ricerca non è tanto l’ottenimento del finanziamento quanto la continuità dei finanziamenti», ha evidenziato Petrachi. I tempi necessari per sviluppare e validare una tecnologia, infatti, non sempre coincidono con quelli dei progetti finanziati, rischiando di interrompere percorsi scientifici già avviati.

Dai biomateriali alla pelle ricostruita in laboratorio

A raccontare il passaggio dalla ricerca allo sviluppo di dispositivi utilizzabili nella pratica clinica è stata Lucia Petrillo, National Sales Manager di Integra LifeSciences per le tecnologie tissutali in Svizzera e Italia.

Attraverso la storia dello sviluppo di Integra Dermal Regeneration Template, un sostituto dermico impiegato nella chirurgia ricostruttiva, Petrillo ha illustrato il ruolo dei biomateriali nel favorire i processi di rigenerazione.

Per spiegare il funzionamento di queste tecnologie ha utilizzato l’immagine di un’impalcatura attorno a una casa da ristrutturare: il biomateriale fornisce una struttura sulla quale le cellule possono intervenire per ricostruire il tessuto.

La disponibilità di soluzioni già pronte per l’utilizzo rappresenta un elemento importante soprattutto nella gestione delle urgenze, quando i tempi della chirurgia non possono attendere quelli della produzione di un tessuto personalizzato.

L’innovazione, tuttavia, non dipende soltanto dai materiali. Richiede ricerca, verifiche di sicurezza, collaborazione con i clinici e competenze chirurgiche per scegliere la soluzione più appropriata per ogni paziente.

Una prospettiva complementare è arrivata dalla Svizzera attraverso il contributo video di Daniela Marino, CEO e cofondatrice di CUTISS AG, premiata il 23 ottobre con l’EY Entrepreneur Of The Year 2026 Switzerland nella categoria Scale-up Leaders.

L’azienda, nata come spin-off universitario a Zurigo, sta sviluppando un tessuto cutaneo personalizzato a partire dalle cellule del paziente stesso. La tecnologia è pensata per persone con gravi ustioni e per altri interventi di ricostruzione della pelle.

Marino ha illustrato il percorso di sperimentazione clinica, arrivato alla fase III, e il lavoro necessario per sviluppare sistemi di produzione capaci di rendere queste soluzioni disponibili su scala più ampia.

«Non abbiamo ancora finito il nostro lavoro», ha precisato, ricordando che i risultati promettenti devono ancora attraversare le necessarie fasi di valutazione prima di poter arrivare alla commercializzazione.

La ricerca incontra i pazienti: il ruolo della chirurgia ricostruttiva a Santorso

A ricondurre le diverse esperienze alla pratica clinica è stato Alex Pontini, specialista in Chirurgia plastica e ricostruttiva e responsabile della U.O.S. Breast Unit – Chirurgia Plastica Ricostruttiva dell’ULSS 7 Pedemontana, promotore dell’incontro.

Pontini ha ricordato che dietro ogni tecnologia utilizzata in sala operatoria ci sono anni di ricerca, investimenti e competenze. Proprio per questo, ha sottolineato, la scelta e l’impiego dei materiali comportano una responsabilità precisa da parte dei chirurghi.

La chirurgia plastica, spesso associata nell’immaginario collettivo alla sola dimensione estetica, comprende in realtà numerosi ambiti della medicina: dalla ricostruzione dopo interventi oncologici alla cura delle ustioni, dalle conseguenze dei traumi alle ferite croniche.

È in questo contesto che la medicina rigenerativa può offrire strumenti sempre più importanti.

Pontini ha richiamato anche le possibilità di sviluppo dell’ospedale di Santorso e delle altre strutture dell’ULSS 7 Pedemontana, sottolineando il valore delle collaborazioni scientifiche e della formazione. Tra le attività avviate sul territorio figurano inoltre percorsi dedicati a bambini e ragazzi con nevo melanocitico congenito gigante, una rara condizione cutanea che può richiedere interventi ricostruttivi complessi.

L’obiettivo è rendere disponibili competenze e tecnologie avanzate anche al di fuori dei grandi centri di riferimento, attraverso reti di collaborazione tra professionisti e strutture sanitarie.

«Dietro al nostro lavoro quotidiano avete visto quanta ricerca, quanta attività, quante persone ci sono. Questo è importante per noi clinici, per noi chirurghi, quando ci approcciamo non solo al paziente, ma anche quando usiamo queste tecnologie, perché la tecnologia costa molto. Dietro c’è sempre un costo di una ricerca e di un’attività molto importante. Allora è anche una responsabilità nostra usarla bene», ha sintetizzato Pontini.

È questo, in fondo, il filo conduttore emerso dal confronto: la medicina rigenerativa non coincide con una singola scoperta, ma con un percorso collettivo che coinvolge donatori, ricercatori, imprese biomediche, personale sanitario e pazienti. Un percorso nel quale i progressi scientifici devono confrontarsi con tempi, costi, sicurezza e accessibilità, affinché le possibilità aperte dalla ricerca possano tradursi in cure concrete.

Ad anticipare il panel era stato l’incontro “Dentro la ricerca clinica”, con i ricercatori dell’Unità di Ricerca Clinica dell’ULSS 7 Pedemontana, dedicato al percorso che porta dalla nascita di un’idea scientifica alla sua possibile applicazione terapeutica. Un approfondimento che ha introdotto anche le prospettive di ricerca sul nevo congenito gigante, collegando le esigenze cliniche alle nuove opportunità offerte dalla ricostruzione dei tessuti.

Dialogo tra il chirurgo Alex Pontini ed Elena Guerra.

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