La scuola, prima ancora di essere un luogo, è una relazione. Tra chi insegna e chi impara, naturalmente, ma anche tra bambini, famiglie, istituzioni, associazioni, linguaggi diversi. Una rete spesso invisibile che, quando funziona, può diventare decisiva soprattutto per chi cresce in condizioni di maggiore fragilità. È dentro questa idea, semplice soltanto in apparenza, che Verona prova a costruire una propria “comunità educante”. Il progetto si chiama “Come il vento che corre la terra. Mappe per una comunità educante a sostegno di saperi, competenze e autonomie delle bambine e dei bambini” ed è coordinato dal Comune di Verona, con il sostegno di Fondazione Cariverona attraverso il Bando Direzione Giovani 2024. Avviato nell’autunno del 2025, entra ora nella seconda fase e torna a presentarsi alle Giornate della Didattica, in programma alla Gran Guardia dal 2 al 4 settembre.

Il momento pubblico dedicato al progetto è fissato per giovedì 3 settembre alle 17, nella Buvette della Gran Guardia. Un appuntamento rivolto a insegnanti e figure genitoriali, coordinato da Laura Sebastio, nel quale verranno raccontate le esperienze già realizzate e soprattutto quelle che prenderanno forma dall’autunno fino alla primavera del 2027.

Il punto di partenza è una fotografia della città e della sua infanzia.

A Verona vivono oltre 12.200 bambine e bambini tra i 6 e gli 11 anni. Poco più della metà sono maschi, poco meno della metà femmine; il 23,3 per cento non ha cittadinanza italiana. La distribuzione sul territorio è tutt’altro che uniforme: la terza circoscrizione, nella zona ovest della città, raccoglie il 23,7 per cento dei bambini e delle bambine considerati, mentre la zona nord-est si ferma al 6,9 per cento. Sono dati che raccontano una città articolata, con quartieri, condizioni sociali e possibilità differenti.

L’assessora Elisa La Paglia

E poi c’è il capitolo più delicato: la dispersione scolastica. Il monitoraggio del Comune ha evidenziato una presenza significativa del fenomeno in quartieri come Borgo Roma, Borgo Venezia e San Michele, Borgo Nuovo, Santa Lucia e Golosine. Dietro l’abbandono non c’è una sola causa. Emergono disagio socio-familiare, difficoltà psicologiche e disagio scolastico. Nel 2024 le difficoltà finanziarie delle famiglie rappresentavano il 26 per cento dei casi rilevati, mentre i problemi familiari e relazionali il 20 per cento.

Numeri che suggeriscono una domanda molto concreta: quanto può fare la scuola quando il problema non è soltanto la scuola? La risposta tentata dal progetto è di allargare il campo. Non chiedere all’insegnante di farsi carico di tutto, ma costruire intorno a lui e agli alunni una rete più ampia. Famiglie, università, associazioni, teatro, biblioteche, istituzioni. Una sorta di ecosistema educativo nel quale le competenze non rimangano chiuse nei rispettivi recinti.

«Il fine comune è costruire una comunità educante in cui soggetti come istituzioni, scuole, famiglie e associazioni si uniscono per insegnare, imparare e riversare sulla società i frutti della loro unione», spiega l’assessora comunale alle Politiche educative e scolastiche Elisa La Paglia. Un’impostazione che mette insieme pari opportunità, pedagogia della cura e coprogettazione, con l’ambizione di incidere non soltanto sulle attività dei bambini, ma sulle pratiche educative degli adulti.

La cura come metodo

È forse questo l’aspetto più interessante del progetto. La “cura” non viene intesa come semplice attenzione affettiva, ma come una vera prospettiva pedagogica. Da gennaio 2026 più di 35 insegnanti di diversi istituti comprensivi di Verona e provincia hanno partecipato al percorso “Una scuola capace di far fiorire i talenti”, curato dal Dipartimento di Scienze Umane dell’Università di Verona. Il lavoro ha affrontato educazione etica ed educazione affettiva, mettendo al centro la riflessività e la capacità della scuola di riconoscere e accompagnare i talenti individuali.

Non si tratta, però, di aggiungere semplicemente un altro corso di aggiornamento al già affollato calendario degli insegnanti. La seconda fase punta alla coprogettazione: saranno gli stessi docenti, insieme ai formatori, a elaborare laboratori e percorsi concretamente utilizzabili nelle classi. È una differenza sostanziale. L’obiettivo non è portare a scuola una ricetta confezionata, ma mettere gli insegnanti nelle condizioni di costruire strumenti che possano vivere nella quotidianità della classe.

Anche le discipline STEAM, quelle che intrecciano scienza, tecnologia, ingegneria, arte e matematica, entrano in questa prospettiva. Perché le disuguaglianze nelle scelte formative non cominciano necessariamente alle superiori o all’università. Spesso hanno radici molto più precoci, nelle aspettative che gli adulti trasmettono ai bambini e nelle immagini di ciò che, implicitamente, viene considerato “da maschi” o “da femmine”. Ed è qui che il progetto prova a intervenire prima che gli stereotipi diventino destino.

Il teatro entra in classe

C’è poi un altro modo di imparare, che passa dal corpo, dalla voce, dall’immaginazione. Il progetto teatrale affidato all’attrice veronese Rosanna Sfragara e a Il Giardino dei Linguaggi prosegue anche nel nuovo anno scolastico. Il percorso sperimentale “Qualcosa di molto piccolo che contiene una cosa molto grande” coinvolge per due anni una classe quarta della scuola Ippolito Nievo e il corpo docente, accompagnando bambine e bambini verso quel passaggio delicato che conduce alla scuola secondaria e alla preadolescenza.

È un’età nella quale cambia il modo di guardarsi e di essere guardati. Il corpo comincia a trasformarsi, le relazioni diventano più complesse, l’immagine di sé può diventare improvvisamente fragile. Utilizzare il teatro significa allora creare uno spazio nel quale sperimentare identità, linguaggi, ascolto e relazione senza dover necessariamente trovare subito le parole giuste. Anche il primo appuntamento pubblico del progetto, nel novembre 2025 al Teatro Camploy, aveva scelto il linguaggio teatrale per parlare ai più giovani di una questione antichissima e insieme contemporanea: la paura della sconfitta e l’incapacità di accettarla. Era “Caino e Abele”, produzione della compagnia Rodisio proposta con BamBam Teatro e riletta attraverso la break dance.

La scelta dice molto dell’idea di educazione che attraversa il progetto: non soltanto lezioni, ma esperienze.

Foto da Unsplash di Brooke Balentine

E quando la scuola finisce, comincia la famiglia

La seconda grande direttrice riguarda infatti le famiglie. Nel 2026 il percorso “Sono come sono”, curato dalla psicologa e formatrice Laura Sebastio, ha affrontato il tema degli stereotipi di genere e delle aspettative degli adulti. Il formato era volutamente laboratoriale, con piccoli gruppi e attività esperienziali, seguite da momenti di riflessione e narrazione collettiva.

La domanda sottesa è meno innocente di quanto sembri: quanto delle nostre aspettative sui bambini appartiene davvero a loro e quanto, invece, viene da noi? Dire a una bambina che è “brava” perché è tranquilla, aspettarsi da un bambino che non mostri paura, immaginare per una figlia un certo percorso e per un figlio un altro, suggerire inconsapevolmente quali giochi, passioni o professioni siano più adatti: gli stereotipi raramente arrivano con un cartello. Si insinuano nella quotidianità.

Per questo il nuovo ciclo, affidato a Opificio dei Sensi, lavorerà dapprima con il mondo della scuola e poi con le famiglie, cercando di rendere visibili proprio quelle aspettative che spesso rimangono sullo sfondo. Ancora più concreto è il percorso dedicato alle madri e alle figlie. Il Melograno Verona ha già sperimentato nel 2026 “Prime Lune”, un percorso rivolto a bambine tra i 10 e gli 11 anni e alle loro madri, dedicato alla ciclicità femminile, alla pubertà, al ciclo mestruale e alla conoscenza del proprio corpo. Il programma è stato organizzato in piccoli cicli di incontri e proseguirà anche nell’autunno e nell’inverno 2026.

È un tema che può sembrare distante dalla tradizionale idea di didattica, ma che in realtà riguarda uno dei passaggi fondamentali della crescita: imparare a conoscere il proprio corpo senza vergogna, senza silenzi e senza trasformare un cambiamento naturale in un evento da affrontare da sole. Anche qui la parola chiave è relazione. Tra madre e figlia, tra coetanee, tra bambine e adulti capaci di offrire informazioni ma anche ascolto.

Una città che prova a educare insieme

Il progetto mette in campo una rete piuttosto ampia: Comune di Verona, Dipartimento di Scienze Umane dell’Università di Verona, Il Giardino dei Linguaggi, Il Melograno Verona, Opificio dei Sensi, Collettivo Progetto Antigone, Terra dei Popoli, con la collaborazione di Rete Disegnare il Futuro e BamBam Teatro. Non è soltanto un elenco di partner. È la parte più concreta dell’idea di comunità educante: nessun soggetto possiede da solo tutte le competenze necessarie per accompagnare un bambino nella crescita.

La scuola sa insegnare, ma non può essere lasciata sola davanti alle fragilità sociali. La famiglia è il primo ambiente educativo, ma non può essere considerata l’unico. Le istituzioni possono mettere a disposizione risorse e servizi, ma hanno bisogno di chi lavora quotidianamente sul territorio. Il teatro può aprire domande che una lezione frontale non riesce a formulare. L’università può fornire strumenti teorici e metodologici. Le associazioni possono intercettare bisogni che altrimenti rimarrebbero invisibili. La sfida, insomma, è trasformare questa somma di competenze in una comunità.

Il progetto, nato con una prospettiva biennale, prevede tre grandi aree di intervento: il potenziamento della scuola, le pratiche e le relazioni, la costruzione vera e propria della comunità educante. Quest’ultima comprende anche eventi pubblici, conferenze, spettacoli e una mostra itinerante, pensati per restituire progressivamente alla città ciò che viene sperimentato nelle scuole e negli altri luoghi educativi. È un passaggio importante. Perché se l’educazione resta confinata dentro le aule, difficilmente diventa patrimonio collettivo.

Palazzo Barbieri, sede del Comune di Verona

La mappa non è ancora completa

Il titolo del progetto evoca il vento che corre sulla terra. Un’immagine insolita per parlare di scuola, ma forse proprio per questo efficace. Il vento non segue percorsi prestabiliti, attraversa luoghi diversi e li mette in relazione senza appartenere davvero a nessuno di essi. Anche una comunità educante dovrebbe funzionare così: non come una struttura rigida, ma come una rete capace di muoversi, adattarsi, ascoltare. Alle Giornate della Didattica, Verona presenterà dunque non un progetto concluso, ma una mappa ancora in costruzione. Le esperienze già avviate diventano il punto di partenza per un nuovo anno di laboratori, formazione, teatro, confronto con le famiglie e percorsi dedicati alla consapevolezza di sé.

La questione decisiva, alla fine, non riguarda soltanto quanti bambini verranno coinvolti o quanti laboratori saranno realizzati. Riguarda ciò che resterà quando il finanziamento sarà terminato e il calendario delle attività sarà vuoto. Se un insegnante avrà imparato a leggere diversamente un talento. Se una famiglia avrà riconosciuto uno stereotipo prima di trasmetterlo. Se una bambina avrà trovato il coraggio di considerarsi capace di qualcosa che nessuno le aveva ancora detto possibile. Se una classe avrà imparato che ascoltare non significa semplicemente stare in silenzio.

È lì che una comunità educante comincia davvero a esistere: quando un progetto smette di essere un progetto e diventa un’abitudine collettiva. E forse è questa la vera sfida di “Come il vento che corre la terra”: non insegnare ai bambini quale strada prendere, ma fare in modo che abbiano abbastanza strumenti, libertà e fiducia per poter scegliere la propria.

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