Trovare uno psicologo o uno psicoterapeuta può essere difficoltoso. Non è facile orientarsi tra professionisti con formazioni, specializzazioni e approcci differenti, spesso senza comprendere quali differenze ci siano. A questo si aggiunge il fatto che iniziare una psicoterapia comporta un investimento economico non irrilevante e, soprattutto, richiede di affidare a una persona sconosciuta aspetti estremamente intimi della propria vita.

Le piattaforme di pubblicizzazione dedicate alla salute mentale si sono inserite precisamente all’interno di questa difficoltà, offrendo una soluzione apparentemente semplice fornendo una vetrina digitale nella quale confrontare l’offerta di numerosi professionisti. Il modo in cui questi profili vengono presentati, però, non è affatto casuale e i gestori delle piattaforme chiedono esplicitamente di utilizzare foto studiate per trasmettere fiducia, descrizioni accattivanti, recensioni e indicazioni su come migliorare la propria visibilità e, più in generale, tutti quegli strumenti che permettono di orientare l’interesse dell’utente verso un professionista anziché un altro.

La logica è quella consueta delle piattaforme digitali, nelle quali ciò che deve essere acquistato viene reso visibile, comparabile e competitivo. Il problema è che, applicata alla psicoterapia, questa stessa logica rischia di trasformare il paziente in un cliente da intercettare e il terapeuta in un profilo che deve imparare a vendersi.

Come le piattaforme trasformano il paziente in cliente

Nel marketing si cerca di individuare (e spesso di creare!) i bisogni, le difficoltà e i cosiddetti pain point del potenziale cliente, per costruire una comunicazione capace di convincerlo che un determinato prodotto possa rispondere al suo problema.

Nel contesto della salute mentale questo processo assume caratteristiche particolarmente delicate, perché ciò che viene intercettato e trasformato in leva commerciale è spesso una condizione di sofferenza che rende la persona più vulnerabile: una depressione, un lutto, una separazione, un attacco di panico o un momento nel quale la propria vita sembra essere diventata difficilmente sostenibile.

Il rischio consiste dunque nell’utilizzare l’urgenza, la paura o l’insoddisfazione per orientare la persona verso l’acquisto di un servizio proprio nel momento in cui può avere maggiori difficoltà a valutarlo con consapevolezza.

Leggi anche —> La psicoterapia in piattaforma: quando la terapia online diventa mercato

La terapia non è “la soluzione”

Esiste poi un secondo problema, ancora più rilevante sul piano clinico. Una comunicazione costruita sul pain point funziona tanto meglio quanto più riesce a definire anticipatamente il problema e a presentare il prodotto come la sua soluzione.

La psicoterapia, invece, non può partire dal presupposto che la formulazione iniziale del paziente descriva già in maniera esaustiva ciò di cui ha bisogno. Il modo in cui una persona arriva in terapia, il problema che ritiene di avere e l’obiettivo che vorrebbe raggiungere costituiscono essi stessi materiale da comprendere.

Pensiamo, per esempio, a una persona che inizi una terapia con l’obiettivo di salvare a tutti i costi una relazione sentimentale che sta terminando. Presentare preventivamente la terapia come lo strumento che può aiutarla a recuperare quella relazione significa assumere che il problema sia già stato correttamente identificato e che l’esito desiderabile coincida necessariamente con il mantenimento del rapporto.

Nel corso della terapia potrebbe invece emergere che la persona vive da anni le proprie relazioni attraverso una forte dipendenza affettiva, rinunciando progressivamente ai propri bisogni per evitare qualsiasi rischio di abbandono, e che proprio l’impossibilità di concepire la perdita del partner costituisce una parte centrale della sua sofferenza. In una situazione del genere, ciò che inizialmente veniva portato come soluzione — riuscire a mantenere quella relazione — potrebbe diventare uno degli aspetti da interrogare.

Questo non significa che il terapeuta debba sostituirsi al paziente decidendo quali obiettivi siano autentici o patologizzando qualsiasi desiderio con cui arriva in seduta, ma che la psicoterapia deve preservare la possibilità di scoprire che il problema inizialmente formulato è incompleto, oppure che ciò che il paziente considera la soluzione partecipa almeno in parte alla difficoltà che lo ha portato a chiedere aiuto.

È proprio questa possibilità che la comunicazione costruita secondo lo schema “hai questo problema, noi abbiamo la soluzione” tende inevitabilmente a ridurre e distorcere.

La terapia non si vince con i punti della spesa

Sempre sul tema della svalutazione della complessità dell’analisi della domanda di un paziente, pensiamo alla collaborazione tra Unobravo e Chilly del 2024, denominata “Piacere di conoscermi”. Acquistando almeno 10 euro di prodotti Chilly, tra cui almeno un detergente intimo, era possibile ottenere un codice digitale che dava accesso a due sedute online di sostegno psicologico con professionisti di Unobravo.

In questo modo, la domanda di cura viene svalutata fino a essere collocata sullo stesso piano di uno dei tanti vantaggi promozionali associati a un acquisto, come uno sconto o un premio.

Legare l’accesso alla psicoterapia a una transazione del tutto estranea al contesto clinico indebolisce infatti il significato stesso con cui una persona arriva al trattamento e la terapia diventa un’opportunità accessoria resa disponibile dall’acquisto di un prodotto. Non sorprende, quindi, che sei Ordini regionali degli Psicologi siano intervenuti pubblicamente chiedendo il ritiro della campagna.

Lo schema piramidale: porta un amico

La stessa logica emerge in forme diverse quando il paziente viene incentivato a consigliare il servizio ad amici, conoscenti o familiari. Nel marketing questa è una normale strategia di referral: un cliente soddisfatto diventa uno dei canali attraverso cui acquisirne altri. In psicoterapia, tuttavia, la rete relazionale della persona non rappresenta semplicemente un insieme di potenziali nuovi utenti, perché costituisce spesso una parte centrale del materiale sul quale la terapia stessa lavora.

È relativamente intuitivo comprendere perché seguire contemporaneamente due coniugi in percorsi individuali possa creare seri problemi. Uno dei due potrebbe, per esempio, raccontare l’esistenza di una relazione extraconiugale che l’altro ignora, collocando il terapeuta in una posizione estremamente difficile nonostante il rigoroso rispetto del segreto professionale.

La stessa criticità può però presentarsi in forme meno evidenti quando a essere seguiti dallo stesso professionista sono amici stretti, colleghi o persone appartenenti alla stessa rete sociale. Sapere che il proprio terapeuta incontra anche una persona conosciuta può indurre il paziente a selezionare ciò che racconta, evitare alcuni argomenti o chiedersi che cosa l’altro abbia portato nella propria seduta.

Il problema non riguarda quindi soltanto la possibilità di una violazione del segreto professionale, ma il modo in cui viene alterato lo spazio mentale necessario affinché il paziente possa parlare liberamente.

Proprio per questo un terapeuta deve valutare con grande attenzione l’opportunità di accettare persone appartenenti alla stessa rete relazionale e, quando ritiene che la sovrapposizione possa compromettere il trattamento, inviarle a un collega.

Le recensioni e come possono invalidare la terapia

Le recensioni sono oggi uno dei mezzi più utilizzati dai pazienti per orientarsi nella scelta di un terapeuta e farsi un’idea di come altre persone si siano trovate con quel professionista. In molti casi possono essere date spontaneamente dal paziente senza particolari complicazioni.

Le piattaforme di pubblicizzazione, però, non si limitano a raccogliere le recensioni lasciate spontaneamente dai pazienti, ma forniscono spesso indicazioni esplicite ai terapeuti affinché le richiedano e ne incentivino la raccolta. Lo scopo è aumentare l’attrattiva del profilo e stimolare l’engagement. Si tratta, tuttavia, di una pratica che rischia di pervertire profondamente la relazione terapeutica.

La psicoterapia, infatti, per sua natura e per poter funzionare, richiede che il terapeuta possa confrontare il paziente con aspetti del proprio comportamento che preferirebbe attribuire agli altri, introdurre dei limiti, favorire un confronto rispetto a condotte problematiche e, in alcuni casi, mettere in discussione modi consolidati di vedere sé stesso, gli altri e il mondo.

Tutto questo può inevitabilmente passare anche attraverso momenti di tensione nella relazione terapeutica. Un terapeuta che attribuisce eccessiva importanza al procacciarsi recensioni rischia di invalidare e pervertire il rapporto terapeutico, perché potrebbe sentirsi condizionato rispetto agli interventi da fare e astenersi da considerazioni clinicamente importanti per il timore di provocare una reazione negativa del paziente e, di conseguenza, una recensione altrettanto negativa.

Allo stesso tempo, il terapeuta che sollecita una recensione non si pone più in una posizione sufficientemente neutra rispetto ai vissuti del paziente, perché introduce nella relazione un proprio interesse. Il paziente può così sentirsi spinto a lasciare una valutazione positiva per compiacere il terapeuta, anche quando non lo vorrebbe realmente.

Questo fenomeno può risultare particolarmente evidente proprio nelle persone che hanno un forte bisogno di compiacere l’altro, evitare il conflitto o ottenere approvazione. In questi casi, una richiesta simile rischia di configurarsi come un vero e proprio agito del terapeuta, che finirebbe per abusare del funzionamento patologico del paziente a vantaggio del proprio interesse a ottenere visibilità e nuovi pazienti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA