Non è più una novità: la psicoterapia, anche in Italia, si fa sempre più spesso dalla poltrona di casa. Questo non è né un bene né un male di per sé: è una possibilità, e come tutte le possibilità apre scenari diversi. 

Martina va dallo psicologo in presenza una volta a settimana, ma ogni tanto chiede di collegarsi online quando è in trasferta. Matteo ha frequentato per due anni lo studio della sua psicologa a Ragusa, poi si è trasferito a Torino. Non sentiva di aver concluso il percorso e ha deciso di proseguire da remoto. Francesca invece ha sentito per la prima volta il bisogno di avvicinarsi alla terapia qualche mese fa: ha cercato su Google, ha visto diverse piattaforme, ha scelto quella di cui le aveva parlato un’amica.

Tre casi molto diversi, che implicano tre rapporti diversi con lo schermo. I professionisti che seguono Martina e Matteo conoscono già i loro pazienti in presenza e sanno come entrano nella stanza, come si siedono, come gesticolano, come tacciono; chi segue Francesca non lo sa. Dall’altro lato, Francesca ha iniziato online e ha costruito direttamente lì il suo setting terapeutico, al contrario Matteo ha dovuto tradurre in videochiamata una relazione nata altrove.

Parlare di psicoterapia online come se fosse un unico fenomeno rischia di appiattire tutto. Secondo i dati di BusinessCoot, nel 2020 in Italia esistevano circa una decina di piattaforme dedicate, mentre nel 2025 se ne conterebbero oltre cento; uno studio italiano del 2024 parla invece di 44 piattaforme mappate e sottolinea che non esiste ancora una fotografia completa del settore. Già questa divergenza ci dice quanto il fenomeno corra velocemente.

La terapia online funziona?

La prima domanda naturalmente è: funziona? Una revisione e meta-analisi pubblicata nel 2022 sul Journal of Affective Disorders ha trovato risultati non inferiori della terapia cognitivo-comportamentale via internet rispetto a quella in presenza nel ridurre i sintomi di ansia e depressione.

Una revisione Cochrane del 2015 sulla terapia cognitivo-comportamentale (CBT) online con supporto del terapeuta per i disturbi d’ansia conclude che potrebbe non esserci una differenza significativa rispetto alla CBT faccia a faccia, pur chiedendo ulteriori studi di equivalenza.

Dunque no: non si può liquidare la terapia online come terapia “di serie B”. Ma non si può nemmeno dire che accendendo una webcam resta tutto uguale.

La questione non si esaurisce nell’efficacia clinica, il punto interessante più difficile da testare è un altro: che cosa cambia a livello societario, quando la terapia online non è semplicemente una modalità scelta da un professionista e dal suo paziente, ma viene erogata dentro una piattaforma privata?

Un conto è un professionista che, per continuità del percorso, propone una seduta da remoto. Un altro conto è un’infrastruttura digitale che organizza domanda e offerta, gestisce prenotazioni e pagamenti, propone sistemi di matching, investe in pubblicità, misura conversioni, fidelizza utenti, scala il servizio…

Psicologo online e piattaforme sul mercato: chi decide le regole?

In questi casi si parla di “piattaformizzazione”. I ricercatori Faulkner-Gurstein e Wyatt, del King’s College di Londra, studiando il caso del sistema sanitario britannico descrivono la piattaforma come forma organizzativa, come infrastruttura capace di concentrare il potere. Il loro caso non riguarda la psicoterapia online italiana, ma è una lente utile: permette di vedere che una piattaforma, lungi dall’essere mero strumento neutro, controlla l’accesso e decide le regole implicite del gioco.

Mettiamo in chiaro che sarebbe sbagliato trasformare questo discorso in una demonizzazione del digitale. Le piattaforme hanno dei meriti innegabili, che vanno riconosciuti.

Per chi vive in un piccolo centro, per chi si sposta spesso, per chi ha una disabilità, per chi ha orari complicati o per chi non trova facilmente un terapeuta vicino, l’online può essere una soglia d’ingresso importante. In generale, il processo ha diminuito sensibilmente lo stigma e concesso una maggiore flessibilità. 

Ma il problema si pone quando nessuno si interroga su come funzioni questa nuova impalcatura che regge il tutto, a cui non siamo abituati, e che meriterebbe quantomeno una certa attenzione. Quando dietro alla terapia ci sono startup e aziende, allora ci troviamo di fronte a logiche di mercato: ci sarà un team marketing che si chiede come vendere il prodotto, come pubblicizzarlo. Persone esperte di comunicazione, pagate per intercettare bisogni a cui rispondere e vuoti da riempire. 

Tant’è vero che rappresentanti di queste aziende-piattaforme sono già presenti in moltissime fiere del lavoro, con tanto di banchetto e gadget.
Non è un discorso facile ed è molto sottile: il marketing aggressivo esisteva già nella sanità privata, ma non si è mai visto un ortopedico cercare di convincere qualcuno che ha una gamba rotta. 

D’altro canto, siamo anche tutti d’accordo che di per sé un sostegno psicologico in più è meglio di uno in meno, sempre. Resta il fatto che, per tornare alla metafora del gioco, nessuno vorrebbe trovarsi calato in una partita di cui non conosce le regole. E questo è l’unico risultato certo se smettiamo di porci domande, indipendentemente dalla natura buona, cattiva o neutra del gioco stesso.

Compensi, prezzi e bene comune

Parlare di mercato porta con sé altre due questioni, prima fra tutte il lavoro degli psicologi.
Le piattaforme funzionano da intermediari, ma l’intermediazione ha un costo. Secondo testimonianze anonime di professionisti del settore, alcune piattaforme tratterrebbero percentuali molto elevate sulle prestazioni, con compensi percepiti come penalizzanti e tempi di pagamento problematici.

Le testimonianze non costituiscono una mappatura sistematica e andrebbero verificate con dati più ampi, è vero. Resta però il fatto che la piattaforma abbassa il prezzo percepito dall’utente, quindi chi assorbe quella riduzione? L’azienda, il professionista, o la qualità del servizio?

La seconda riguarda le dinamiche di mercato. Tamar Sharon, ricercatrice che si occupa di etica nella medicina e membro dello European Group on Ethics, parlando di capitalismo digitale invita a non ridurre tutto alla contrapposizione semplice tra “bene pubblico” e “profitto privato”. Le aziende possono presentarsi come soggetti che fanno “bene” alla salute collettiva, ma bisogna capire quali idee di bene comune vengono privilegiate qui. Bene perché più efficiente è diverso e distante da bene in quanto più economico e via dicendo.

Il rischio della terapia on demand

Il timore è che la psicoterapia venga inserita nelle logiche dei servizi digitali (veloci, accessibili al bisogno, facilmente acquistabili) e finisca con l’essere percepita come qualcosa di più leggero e consumabile, ma anche più facilmente abbandonabile. Inutile dire che non sempre continuità e interruzione possono essere trattate come preferenze dell’utente.

Questo non significa che le piattaforme siano da respingere in blocco, anzi. Significa che non dovrebbero essere lasciate sole a definire le regole del settore. Quali condizioni vogliamo porre sulla trasparenza dei dati, sui compensi dei professionisti, sui sistemi di matching, sulla continuità dei percorsi e sui limiti del marketing? La psicoterapia online può essere una porta. Ma una porta non è neutra: qualcuno deve decidere dove si apre e chi la attraversa.

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