Le due scrittrici Yaryna Grusha e Jana Karšaiova, da tempo residenti in Italia, hanno scelto di scrivere non nella loro lingua madre per far conoscere i problemi dei loro rispettivi paesi, l’Ucraina e la Slovacchia. Ne hanno parlato a Festivaletteratura a Mantova, a partire dal loro ultimo libro, sollecitate dalle domande di Francesca Zoppei.

La Russia aveva colonizzato tutti gli aspetti della vita nei Paesi che ricadevano sotto la sua influenza, anche la lingua, imponendosi su quelle locali e non permettendo la pubblicazione e la circolazione dei testi che non fossero in russo.

Grusha insegna all’Università Statale di Milano, Lingua e letteratura ucraina. Nel suo romanzo d’esordio, L’album blu (Bompiani, 2026), racconta le vicende di una famiglia dal disastro di Chornobyl (secondo la translitterazione ucraina) fino allo scoppio della guerra.

Karšaiova, nel suo Io non parlo russo (Feltrinelli, 2026), racconta una storia di affetti e legami familiari intrecciata ai nodi politici e sociali della Slovacchia.

In entrambi i testi di queste autrici emerge il problema della lingua. Per Grusha il russo imparato e studiato a scuola si contrappone all’ucraino, vissuto dalle persone come lingua di minor valore. Nel suo romanzo inserisce molte citazioni da opere ucraine con lo scopo di far conoscere la letteratura del suo Paese oscurata dalla propaganda e dal complesso di inferiorità culturale della popolazione.

Per Karšaiova già nel titolo del suo libro c’è una precisa presa di posizione, una dichiarazione di intenti. Anche la Slovacchia era compresa nella “cortina di ferro” e le limitazioni, seppure non nella misura che colpì l’Ucraina, contribuirono a formare la mentalità “homo sovieticus”. Era un modo di obbedire senza riflettere, invece, per la sua generazione, non parlare russo equivale a una rivendicazione di libertà.

Interessante anche il significato di “casa” per queste scrittrici. Per la protagonista del romanzo L’album blu compare solo dopo trecentosettanta pagine. Invece per Grusha, l’autrice, arrivata in Italia con il progetto Bambini di Chornobyl, ormai sono solo le persone che le restituiscono la dimensione della casa.

«Il senso di casa e di appartenenza attraversa tutto il mio romanzo» ha affermato Karšaiova. «È una dimensione sospesa accompagnata a un senso di incompletezza. Adesso la mobilità tra Paesi sembra minacciata da nuovi sbarramenti, si potrà ancora passare liberamente attraverso i confini europei?»

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