Avete mai assistito all’inaugurazione di una “manutenzione”? Credo proprio di no. Si inaugurano nuove scuole, nuovi ospedali, strade, ponti e manufatti in genere: più sono grandi, più fanno notizia. Si tagliano nastri, si scattano foto ricordo, escono titoli sui giornali, si rilasciano interviste. È visibilità politica.

La manutenzione, invece – la buona cura quotidiana delle cose, fatta di piccoli interventi che mantengono il manufatto sempre efficiente e fruibile – non fa notizia. È quasi invisibile. Anche i media danno molta enfasi alle nuove opere, e così un sindaco, a fine mandato, viene ricordato soprattutto per ciò che ha costruito e inaugurato. È complicato valutare cinque anni di amministrazione ma sarebbe opportuno considerare anche ciò che è stato mantenuto in buono stato e ciò che, invece, è stato abbandonato per mancanza di manutenzione.

Il costo occulto della mancata manutenzione

La manutenzione ordinaria costa, ma la sua mancanza può costare molto di più. L’incuria accelera il degrado e svaluta il bene fino a renderlo, a volte in poco tempo, inutilizzabile, con un danno incalcolabile. La cronaca ci consegna di continuo casi di centri sportivi, musei, parchi e scuole abbandonati, saccheggiati e destinati a rapida distruzione. Parallelamente, invece di mantenere in buono stato l’esistente, spesso si preferisce costruire il nuovo, magari occupando altro suolo pubblico. Perché succede questo?

Non è solo questione di visibilità politica. Va ricordato innanzitutto che la manutenzione ordinaria rientra nella spesa corrente, quella sottoposta ai vincoli di bilancio più stringenti e la prima a essere compressa in caso di strette. Trovare risorse per mantenere ciò che già esiste è più difficile: aumentare la spesa corrente “non paga”. Il capitale per una nuova opera, invece, non è quasi mai un problema. La parola magica è “investimento”: riesce a muovere interessi, appalti, imprese edili, impianti, tecnologie e istituti di credito. Il mutuo che finanzia l’opera viene poi spalmato su 5, 10 o anche 30 anni e quindi su amministrazioni successive.

Si preferisce investire sul nuovo che mantenere l’esistente

Poca o nessuna manutenzione ordinaria porta al degrado, finché diventa necessario intervenire con opere di “massima urgenza”, con la manutenzione straordinaria, se non addirittura con demolizioni e ricostruzioni. Da ricordare anche che, a differenza della ordinaria, la manutenzione straordinaria è considerata a tutti gli effetti un investimento e quindi più finanziabile. Allo stesso tempo, un eccesso di investimenti, e di conseguenza di rate di mutui, riduce ulteriormente le risorse disponibili per la manutenzione ordinaria, innescando in pratica un circolo vizioso.

Anche il PNRR, nella stessa logica, ha privilegiato nuove opere, ristrutturazioni e riqualificazioni, senza prevedere alcunché per la manutenzione ordinaria. Certo, nuove costruzioni e rifacimenti sono necessari, soprattutto per l’efficientamento energetico, la messa in sicurezza sismica e idrogeologica o la digitalizzazione. Ma la sensazione è che la manutenzione sia costantemente sacrificata.

Eppure è proprio la manutenzione quotidiana, finanziata con la spesa corrente, a fare la differenza nella vita di tutti i giorni: chiudere le buche e asfaltare le strade, mantenere pulita la città, curare il verde pubblico, dalle aiuole agli alberi di alto fusto nei parchi. Una scuola con i muri ritinteggiati, e non scrostati e sporchi, è molto più godibile per insegnanti e studenti. Un edificio pubblico non più utilizzato nella sua funzione originaria può essere concesso gratuitamente ad associazioni per attività socio-culturali: l’uso quotidiano lo conserva molto più dell’abbandono. Finanziare attività sportive e ricreative nei quartieri è spesa corrente, ma ha un ritorno sociale immenso nel medio periodo.

Rivalutare e premiare la spesa corrente e la manutenzione

Spesso ci si dimentica che dopo aver costruito opere come un nuovo ospedale, un centro sportivo o un parco, bisogna anche gestirle: gli stipendi di medici, infermieri, educatori e giardinieri sono spesa corrente. A meno di non voler lasciare le strutture vuote dopo il taglio del nastro.

Ad ogni investimento in una nuova opera dovrebbe essere preventivata un’adeguata spesa corrente per il suo utilizzo e manutenzione. Spesso le opere, per la loro gestione, vengono date in concessione a privati, ma l’esperienza dimostra che non è sempre positivo: il concessionario tende, legittimamente, a massimizzare gli utili a breve termine, trascurando la conservazione del bene. Alla scadenza della concessione, l’amministrazione si ritrova un patrimonio degradato, e il circolo vizioso riparte.

Agli amministratori che si candidano a gestire il bene comune chiediamo, la prossima volta, non solo quante e quali nuove opere intendono costruire, ma anche quanta spesa corrente vorranno destinare alla conservazione dei beni pubblici.

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