La linea del tempo sembra recitare la parola fine e far passare i titoli di coda ma c’è un qualcosa che resiste allo scorrere inesorabile degli anni, qualcosa che trascende la razionalità e il senso comune, e allora li vedi ancora lì su un campo da calcio, Cristiano e Lionel, 41 e 39 anni, con le rispettive nazionali e nazioni sulle spalle, come se il tempo da vent’anni a questa parte si fosse cristallizzato.

Il Portogallo esce di scena con la Spagna e Ronaldo, nell’ampio museo dei suoi trofei, non potrà aggiungere la Coppa del Mondo; l’Argentina, ad un passo dal baratro con l’Egitto, in qualche modo si risolleva e vola ai quarti in cui soffre con la Svizzera ma le reti di Juliàn Alvarez e Lautaro Martìnez regalano all’Albiceleste una semifinale densa di significato con l’Inghilterra. Contro gli egiziani Messi ha prodotto l’ennesima perla da incastonare nella collezione infinita e si è regalato la possibilità di un ultimo tango.

Nella bolla di un Mondiale sempre più atipico, discusso e discutibile che alimenta quotidiane polemiche, dalla cosiddetta “pausa idratazione” che rompe le partite in quattro spezzoni per generare maggiori introiti pubblicitari (su questo punto visionaria un’intervista di Maradona risalente al 2018) al vergognoso “caso Balogun” che crea un precedente pericoloso, gli ottavi di finale di Portogallo e Argentina hanno riconciliato, almeno per i più romantici, il calcio con la sua dimensione più pura. Epiloghi lontanissimi ma avvicinati da un minimo comun denominatore.

In ordine cronologico, il pianto di Ronaldo dopo l’eliminazione per mano della Spagna fotografa disperazione e rimpianti e racconta quella che è stata l’ultima partita di CR7 in un Mondiale. In tutta la rassegna iridata il Portogallo è apparso sbiadito, mai davvero in controllo delle cose che accadevano in campo: ha deluso all’esordio impattando sull’1 a 1 con il Congo, ha dilagato con l’Uzbekistan e sofferto con la Colombia riuscendo a strappare un importante pareggio. Nei sedicesimi ha vinto al tramonto della gara con la Croazia, agli ottavi ha disputato una partita attenta ma senza spunti con la Spagna venendo punito nel recupero dalla maggiore intraprendenza degli iberici.

La sensazione di incompiutezza è lampante: è sicuramente il Portogallo più forte dell’ultimo decennio ma che non è riuscito a sfruttare l’immensa dose di talento a disposizione e così la rete di Mikel Merino condanna Ronaldo ad un destino crudele, dover salutare anzitempo il suo ultimo Mondiale. Mentre si moltiplicano le voci di una possibile presenza di Cristiano anche agli Europei del 2028, scorre davanti agli occhi la storia tra lui e il Portogallo. Storia che procura subito una ferita difficile da rimarginare nel giovane Ronaldo: Stadio Da Luz, Lisbona, finale degli Europei del 2004, davanti ai propri tifosi i lusitani capitolano contro la sorpresa Grecia, lacrime e sconforto per Ronaldo.

Il resto è un percorso costellato da una infinita quantità di gol, che lo porterà ad essere il giocatore che ha segnato più reti nella storia delle nazionali, accompagnato da qualche buon risultato ma senza mai riuscire ad alzare un trofeo. Fino agli Europei del 2016: Ronaldo trascina il Portogallo meno talentuoso e brillante dell’ultima decade verso la finale con la Francia, super favorita. Pochi minuti e l’ex giocatore del Real Madrid è costretto ad uscire per un brutto infortunio, dalla panchina si traveste da allenatore e guida i compagni con una partecipazione tale che è come se fosse in campo. Arriva il gol di Eder e il Portogallo vince il suo primo storico titolo: Ronaldo piange di gioia e nel confronto con Messi fomentato dalla stampa, almeno a livello della nazionale, mette la testa avanti.

Nella stessa estate dall’altra parte dell’Oceano scendono lacrime che hanno tutto un altro sapore: nell’atto conclusivo della Copa America del Centenario (l’equivalente dei nostri Europei) l’Argentina di Messi soccombe per il secondo anno consecutivo contro il Cile. Si tratta della terza finale di fila persa da Leo e compagni dopo quella dei Mondiali del 2014 con la Germania e quella della Copa America del 2015, sempre con il Cile; per il “numero dieci” sembra una vera e propria maledizione e, dopo l’ennesimo fallimento, dichiara che si prenderà una pausa dalla nazionale, la storia potrebbe anche finire qui.

L’amore con l’Argentina non vuole sbocciare: mentre Leo domina il mondo con il Barcellona, i titoli vinti con l’Albiceleste si fermano al Mondiale Under 20 del 2005 e all’oro olimpico a Pechino 2008; Leo in patria viene sommerso di critiche ed insulti, il paragone con Maradona pare pesare troppo persino per uno come lui e le certezze che ha nel club si sgretolano completamente con la nazionale.

Quando Messi gioca per l’Argentina si avverte qualcosa di diverso in lui: a tratti ha lo sguardo assente, come catapultato in un’altra dimensione, sembra non reggere le enormi pressioni e nei momenti decisivi viene anche tradito dai compagni: clamorosi gli svariati errori sotto porta di Higuain e Aguero nelle diverse finali.

Allora succede che nell’estate del 2016 Messi crolla e dice momentaneamente basta ma i compagni lo convincono rapidamente a tornare a giocare per la propria nazione. Al Mondiale russo del 2018 un’altra eliminazione precoce agli ottavi di finale con la Francia futura campione, nella Copa America del 2019 stesso film. Poi il destino cambia: sulla panchina dell’Argentina arriva Lionel Scaloni che riesce a creare nel tempo un gruppo unito che gira intorno a Messi; la squadra gioca per Leo e lo protegge come mai prima.

La svolta è dietro l’angolo: nel 2021 laSeleccion batte il Brasile in finale e conquista la Copa America tornando a vincere un trofeo dopo tanto, troppo tempo, Leo alza la coppa e si commuove. Si è tolto un peso enorme dalle spalle, in Argentina tornano ad acclamarlo: la cavalcata è appena iniziata…

Arriva il Mondiale in Qatar e Messi è un uomo in missione, trascina la sua squadra fino alla finale con la Francia: partita memorabile, 3-3 (doppietta della Pulce) dopo 120 minuti e lotteria finale dei rigori. Montiel non trema e manda l’Argentina in paradiso: dopo il 1986 l’Albiceleste torna a vincere il Mondiale, il terzo della sua storia. Adesso sì che il confronto con Maradona non è più blasfemo, Leo come Diego viene venerato in patria. Nel 2024 l’Argentina non è sazia e bissa il successo del 2021 in Copa America, in tre anni è cambiato il mondo e anche la percezione che hanno gli argentini nei confronti di Leo…

I campioni del mondo in carica arrivano al Mondiale del 2026 con un’enorme leggerezza e con la consapevolezza di chi non ha più nulla da dimostrare, l’ultimo Mondiale di Messi, all’alba dei 39 anni, inizia con una tripletta storica all’Algeria. L’Argentina domina il girone e ai sedicesimi si fa spaventare da Capo Verde ma passa nei tempi supplementari, agli ottavi con l’Egitto vede l’eliminazione ad un passo ma negli ultimi dieci minuti risale la corrente e da 0-2 vince 3-2 e stacca il biglietto per i quarti: ovviamente decisivo Messi con assist, prima, e gol, poi. Mentre esplode la rabbia degli africani per il più che discutibile arbitraggio di Letexier Leo esulta e piange (non la prima volta in questo Mondiale): dirà che si sentiva in colpa verso i compagni per il rigore fallito nel primo tempo, lacrime anche di paura per aver visto davvero vicina l’eliminazione e l’addio definitivo ai Mondiali.

Cristiano accentratore di attenzioni e polemiche, Leo schivo e riservato, così diversi eppure così simili: al tramonto delle rispettive carriere si mostrano per quello che sono, con le loro fragilità e paure; per Ronaldo sono lacrime di delusione per l’eliminazione dal suo ultimo Mondiale, per Leo sono lacrime di gioia e tumulto interiore per avere evitato l’eliminazione dal suo ultimo Mondiale.

Victor Hugo Morales, storico telecronista uruguaiano, incideva nella pietra un’espressione eterna nel commentare il gol del secolo di Maradona all’Inghilterra a Messico ’86: “barrilete cosmico”, aquilone cosmico, espressione che descrive alla perfezione la traiettoria delle carriere dei due giocatori più forti di questo secolo.

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