Terminato il turno di ottavi di finale, e quindi del secondo ad eliminazione diretta in vista dei quarti, possiamo constatare come il Mondiale sia ufficialmente entrato nel proprio flusso di sviluppo. Quello che lo rende ipnotico e calamitante. Quello che concede le notti più fugaci e inaspettate. Le prime sorprese sono andate di pari passo con questa tranche iniziale della fase ad eliminazione diretta, delineando un tabellone equilibrato e più vivo di quanto ci si potesse aspettare. Ora si inizia a fare sul serio.

La regola degli ottavi

Ieri sera, dopo il 3-2 siglato da Enzo Fernandez nella sfida tra Argentina ed Egitto, Andrea Marinozzi e Christian Brocchi – commentatori DAZN – hanno esordito citando la così detta “regola degli ottavi”. Il Mondiale, per come lo intendiamo, lo si riconosce dagli ottavi di finale in poi. Ce n’é voluto di tempo, specie se come quest’anno è stato necessario un ulteriore turno preliminare visto l’incremento del numero di partecipanti. È però finalmente arrivata la fase più concitante del torneo.

La saturazione di Stati Uniti, Canada e Messico

Possiamo relegare questo ritardo al clima, alle partite ravvicinate o semplicemente ad un “abbiocco” estivo, ma l’inconsistenza di tutto ciò che ha gravitato attorno alla competizione è stato finora palpabile.

Incremento dei partecipanti, orari dettati dal fuso e quindi formazioni fisicamente arrancanti: tutto ciò ha reso complicato seguire con costanza questa Coppa del Mondo. Le migliori selezioni hanno tutte – tolta la Francia – sputato sangue, alcune lasciandoci la pelle, altre uscendo con pesanti prognosi.

E questo denota due fattori. Il primo è che questa saturazione di partite, sommata alla mole di match disputati dai singoli convocati delle migliori formazioni durante la stagione con i club, ha portato ad una partenza “a diesel” per parecchie squadre. Spagna su tutte.

Il secondo, come diretta conseguenza, ha concesso alle meno blasonate di strappare gioie inaspettate, oltre che di sfiorare veri e propri miracoli sportivi.

Questa contrapposizione è, per quanto riguarda il calcio espresso all’interno del campo, causa e conseguenza del primissimo Mondiale a quarantotto squadre della storia. Le big con il freno a mano tirato, le piccole galvanizzate dall’incredibile vetrina che la Coppa del Mondo rappresenta.

“Non ci sono più le nazionali di una volta”

Molte formazioni si sono snaturate, cambiando la propria indole filosofica di fronte ad una competizione così breve ma compattata. Prima su tutte il Brasile: il grande flop della competizione assieme alla Germania. Una formazione totalmente irriconoscibile, che ha peccato per l’intero periodo di partecipazione di personalità e qualità. Due attributi che dovrebbero essere intrinsechi alla Seleçao.

La Spagna, tra le favorite iniziali del torneo, ha dimostrato di essere parecchio compassata nella manovra offensiva. Arte di cui dovrebbe invece essere regina. Tolte le prestazioni contro Arabia Saudita ed Austria, il tabellino sembrerebbe indicare più una nazionale italica che spagnoleggiante.

Il Portogallo, tra le candidate per la vittoria finale, continua imperterrito nel fallire nonostante la miglior generazione della propria storia. E qui non è dunque una questione di filosofia di calcio portoghese – che sostanzialmente non esiste – ma di sovversione delle individualità nel contesto nazionale. “Buttiamola in mezzo per Ronaldo che magari qualcosa succede, dai.”

Dall’altro lato ci sono invece le assolute protagoniste underdog: Norvegia, Svizzera e Marocco. La prima che ha preso il posto del Portogallo per capacità di confluire il gioco verso il proprio riferimento offensivo – Haaland, sfruttando l’incredibile qualità a centrocampo che per impostazione tattica ha dato due giri ai portoghesi (che sulla carta avevano il reparto centrale più forte dell’intera competizione).

I secondi strizzano l’occhio alla Spagna. Anzi, finora persino meglio. Calcio posizionale, mezze ali poste come finti esterni e uno sviluppo offensivo che non lascia riferimenti. Esattamente come De la Fuente sta tentando di costruire con risultati poco esaltanti.

Poi c’é il Marocco, che ha brillato proprio per le singole individualità e la personalità collettiva, a discapito di un Brasile moscio e incosistente. Come denota il pareggio alla primissima del girone.

Che sia tutto ciò un passaggio di testimone o soltanto un caso momentaneo starà alle prossime competizioni nazionali ed internazionali a deciderlo. Ciò che resta, per ora, è un mondiale di grandi cambiamenti.

L’influente cornice esterna

I cambiamenti all’interno del rettangolo di gioco lasciano spazio ad interpretazioni tattiche ed analitiche. Ignorare le rivoluzioni – o involuzioni – esterne sarebbe però sciocco.

Il passaggio a quarantotto squadre non ha soltanto diluito il livello medio delle partecipanti, ma ha imposto un calendario dilatato, un caldo nordamericano spesso proibitivo e la necessità – già ampiamente discussa – di introdurre pause idriche che hanno finito per frammentare ulteriormente il ritmo delle gare. Tre sedi, tre fusi orari, tre climi: un Mondiale itinerante che ha chiesto alle squadre uno sforzo di adattamento raramente visto nelle precedenti edizioni, e che ha pesato tanto quanto la stanchezza accumulata nelle stagioni di club.

Il risultato è un torneo che sembra aver messo alla prova, più che il valore tecnico delle nazionali, la loro capacità di sopravvivere a un format pensato per massimizzare l’esposizione mediatica e commerciale della competizione. Quarantotto squadre significano più partite, più mercati coinvolti, più giorni di copertura: una spettacolarizzazione estrema, calcolata a tavolino, che comunque sembra aver sacrificato sull’altare dell’audience proprio ciò che dovrebbe esserne il cuore pulsante: l’esaltazione della filosofia calcistica del singolo paese. Il “calcio rétro”, in tutte le sue forme e disfunzioni.

Tutto ciò, guardando all’altro lato della medaglia, ha indubbiamente permesso il concretizzarsi di sogni proibiti stile Capo Verde, Paraguay e Congo. Se si toglie peso da un lato, per forza di cose il livello del versante opposto sale di pari passo. L’impressione è però quella di un vertiginoso ed improvviso cambiamento di una competizione che comunque vive il proprio svolgersi a cavallo di due stagioni, in estate, e con la pressione dei grandi palcoscenici.

Un cambiamento volto alla spettacolarizzazione del singolo piuttosto che ad un evoluzione calibrata del sistema. E questi tipi di cambiamenti non portano mai davvero all’esaltazione del nuovo, ma semplicemente ad un ridondante e superficiale tentativo di spodestare il vecchio.

I quarti di finale, infatti, come volevasi dimostrare presentano le medesime formazioni – tolto il Brasile – pronosticate ad inizio tabellone. Che arrivare alla fase più delicata della competizione dopo aver sofferto “inutilmente” possa risultare più eroico nella vittoria finale sta a discrezione personale pensarlo. La subordinazione delle singole nazionali ad una proposta così “globalista” e convergente, invece, è sotto gli occhi di tutti.

Un Mondiale-laboratorio, insomma, il cui esito sportivo racconta forse più di sociologia dello spettacolo che di calcio giocato, e che lascia aperta una domanda scomoda in vista delle prossime edizioni: quanto ancora si può tirare la corda prima che si spezzi del tutto?

© RIPRODUZIONE RISERVATA