Se si dovesse descrivere il concerto dei Lumineers all’Arena di Verona in una sola parola, quella parola sarebbe “analogico“. Per chi era presente è stato come entrare dentro una vecchia fotografia, di quelle scattate con una Kodak d’altri tempi: colori saturi, caldi, quasi tattili. Non la freddezza del digitale, ma una sensazione di emozioni sedimentate, che si accumulano nota dopo nota fino a diventare qualcosa di solido, che resta addosso anche una volta usciti dall’anfiteatro.

L’impatto visivo è un viaggio a ritroso, tra vecchie tv e bobine. Sul palco, dietro ai musicisti, gli schermi creano un gioco di luci che si fonde con i due megaschermi laterali, estendendo quell’estetica vintage a tutta l’Arena. Una scelta coerente, del resto, con il nome di questo giro di concerti, l’Automatic World Tour, che accompagna l’ultimo disco della band. Ad aprire la serata è Tyler Ballgame, in linea con lo stesso mood: un modo per preparare il terreno prima dell’arrivo dei Lumineers.

Lumineers e pubblico in un’unica onda

La band entra con una canzone a cassa dritta, di quelle che prendono subito il tempo, per poi aprirsi a pezzi dove la voce di Wesley Schultz diventa protagonista assoluta. Sul palco cambiano strumenti in continuazione, quasi fosse un gioco di incastri costante. Raccontano di essere tornati a Verona a distanza di tanti anni dalla prima volta, era il 2004, e ringraziano la carriera fatta fin qui, il pubblico, chi ci ha creduto fin dall’inizio. Jeremiah Fraites ringrazia in italiano di essere lì, un gesto semplice che accorcia subito ogni distanza tra il palco e le gradinate.

È notevole quanto il pubblico sia in sintonia con la band. L’Arena non è solo uno sfondo, ma un organismo che respira insieme a loro. Il momento più intimo arriva quando Schultz alza il bicchiere per un brindisi con tutta l’Arena, e condivide un pensiero che resta addosso: se a volte ci si presenta da “stronzi” è perché si stanno mostrando le proprie imperfezioni, e allora si fa di tutto per tenersi strette le persone a cui si tiene. Una vulnerabilità che, paradossalmente, rende più umani. Il pezzo che segue è proprio Asshole, dall’ultimo disco Automatic.

A metà serata arriva una standing ovation, e la band guida il pubblico in un vocalizzo corale prima di ripartire con l’energia di Gloria. Il pubblico canta tutto, dalla solida Ho Hey, che fa tremare le pietre dell’Arena, fino a un passaggio su Sleep on the Floor, quella di “where we are, I don’t know where we are, but it will be ok“. Ma è quando la musica scende tra la gente che si fa magia: vederli suonare in mezzo al pubblico, e un paio di pezzi persino dal balcone dell’Arena, abbatte ogni barriera tra artista e spettatore. Poco dopo arriva anche Ophelia, con il suo ritornello “oh, oh” che l’Arena canta all’unisono.

C’è poi un momento in cui ogni componente della band prende il microfono per una strofa a turno, un istante di pura condivisione che porta in superficie Big Parade, quella che fa “lovely girl won’t you stay” e poi “all my life I was blind, I was blind, now I see“. Un incastro perfetto di voci, uno dei punti più alti della serata.

Il finale è un crescendo di emozioni: standing ovation prolungata, il cantante che per l’ultimo saluto indossa la maglia dell’Hellas Verona, un tocco di classe che manda in visibilio l’Arena, e poi le note di Stubborn Love, con quel verso che tutti aspettavano, “when we were young“.

Foto di Angelo Callegaro

Automatic: automaticamente se stessi

C’è qualcosa di significativo nel fatto che proprio questo tour si chiami Automatic. Da quando “Ho Hey” ha iniziato a girare nelle radio, più di dieci anni fa, i Lumineers hanno costruito una carriera fuori dagli schemi, senza inseguire le mode e senza tradire la propria identità: due chitarre, un pianoforte, una grancassa battuta con forza, e storie di persone comuni, di amori fragili, di partenze e di ritorni. In un momento storico in cui la musica dal vivo si affida sempre più a effetti speciali, luci sincronizzate al millisecondo e superfici perfette, la scelta dei Lumineers va nella direzione opposta: recuperare un’estetica analogica, quasi artigianale, che sembra dire che la tecnologia può accompagnare l’emozione ma non sostituirla. Automatic, il disco, nasce a Woodstock, un luogo che porta con sé un’idea precisa di autenticità musicale, e il concerto sembra costruito apposta per portare quella stessa idea fuori dallo studio di registrazione e dentro un anfiteatro romano.

Per l’Arena di Verona, poi, questo ritorno ha un peso particolare: la band vi aveva già suonato nel 2004, agli inizi della propria storia, e tornarci oggi, da headliner di un tour mondiale, chiude un cerchio che i Lumineers stessi hanno voluto sottolineare dal palco. Non è un caso che il concerto funzioni meno come una sequenza di singoli e più come un racconto continuo, dove il pubblico non resta spettatore ma diventa parte della scena, complice del brindisi, voce nel coro, corpo che si muove quando la band scende in platea.

È probabilmente questo il motivo per cui una serata come questa resta impressa più a lungo di tanti concerti tecnicamente più spettacolari: non lascia soltanto un ricordo visivo, ma la sensazione di aver condiviso qualcosa di vero, senza filtri, per due ore sotto le stelle di Verona.

Foto di Angelo Callegaro

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