Le richieste di aiuto non diminuiscono. Cambiano, semmai, i volti delle vittime, sempre più giovani, e si conferma il carattere strutturale di una violenza che continua a consumarsi soprattutto tra le mura domestiche. Per Emilia Greco, avvocata penalista e presidente di Telefono Rosa Verona, la risposta non può limitarsi all’intervento giudiziario: occorrono prevenzione, educazione, sostegno psicologico, una rete istituzionale efficace e, soprattutto, la possibilità per le donne di raggiungere un’autonomia economica che permetta loro di lasciare davvero il proprio aggressore.

Presidente Greco, qual è oggi la fotografia della violenza di genere a Verona e provincia?

«Purtroppo non è una fotografia che mostra un fenomeno in diminuzione, ma esattamente il contrario. Attraverso la sede di Verona e gli sportelli presenti sul territorio provinciale registriamo un aumento delle richieste di aiuto. La maggior parte riguarda donne che vivono maltrattamenti all’interno della coppia o della famiglia, spesso in presenza dei figli. Accanto a questo emerge con forza un dato molto preoccupante: cresce il numero di giovani e giovanissime che chiedono aiuto per violenze sessuali. Oggi incontriamo ragazze di 14 o 15 anni, oltre a studentesse universitarie. È un cambiamento importante rispetto al passato.»

Come si spiega un abbassamento così marcato dell’età?

L’avvocata Emilia Greco, Presidente di Telefono Rosa Verona

«Lo considero prima di tutto un fenomeno culturale. La violenza genera altra violenza e ciò che un ragazzo respira nel proprio ambiente tende poi a riprodurlo. Non credo che la causa principale siano i media: il problema è molto più profondo e riguarda una cultura che continua ad alimentare l’idea del possesso, della sopraffazione e del controllo sulla donna. È questo il terreno su cui cresce la violenza.»

Nel dibattito pubblico spesso si collega questo fenomeno all’immigrazione. I dati che osservate confermano questa lettura?

«No. È una semplificazione che non corrisponde alla nostra esperienza quotidiana. Le donne che si rivolgono a noi raccontano nella maggior parte dei casi violenze subite da uomini italiani. Certamente assistiamo anche donne straniere, comprese molte donne musulmane che vivono situazioni molto difficili, ma sarebbe sbagliato attribuire il fenomeno principalmente all’immigrazione. Dobbiamo interrogarci prima di tutto sulla nostra cultura.»

Quali sono le forme di violenza che incontrate più frequentemente?

«La violenza fisica esiste, ma quasi sempre arriva dopo. Prima c’è quella psicologica: il controllo, le umiliazioni, le offese, le minacce continue, il tentativo di isolare la donna e farle perdere sicurezza. C’è poi la violenza economica, che rende la vittima dipendente dal partner, e quella verbale. Quando la donna prova ad allontanarsi o a interrompere la relazione, spesso la violenza diventa anche fisica e il rischio aumenta in modo considerevole.»

Cosa accade quando una donna si rivolge a Telefono Rosa?

«Ogni storia è diversa e ogni donna ha tempi, bisogni e risorse differenti. Nei casi più gravi la denuncia è inevitabile, ma il percorso non finisce certo lì. Offriamo sostegno psicologico, consulenza legale e accompagnamento durante tutto il percorso, che può comprendere anche una separazione o un procedimento penale. Abbiamo inoltre un gruppo di auto mutuo aiuto che rappresenta una risorsa preziosa: le donne si confrontano tra loro, condividono esperienze e trovano la forza per proseguire.»

Quanto pesa il tema dell’autonomia economica?

«È decisivo. Una donna che dipende economicamente dal compagno violento difficilmente riuscirà a lasciarlo. Esistono strumenti come il Reddito di libertà, ma non bastano. Il vero salto di qualità sarebbe creare percorsi rapidi per l’inserimento lavorativo. Dare un lavoro significa dare libertà.»

La rete tra istituzioni funziona?

«Negli ultimi anni è cresciuta molto. Il protocollo di rete del Comune di Verona ha rafforzato il collegamento tra centri antiviolenza, forze dell’ordine, pronto soccorso e altri soggetti coinvolti. È fondamentale perché evita che ogni intervento resti isolato e permette di individuare rapidamente le situazioni più pericolose, trovando anche sistemazioni protette quando necessario.»

Foto da Unsplash di Sasun Bughdaryan

Quanta violenza resta ancora sommersa?

«Tantissima. Le statistiche ci dicono che una donna spesso compone il numero del centro molte volte prima di trovare il coraggio di chiedere davvero aiuto. C’è vergogna, senso di colpa, paura del giudizio e soprattutto la convinzione di essere responsabili di ciò che accade. Molte non riescono nemmeno a riconoscere di vivere una situazione violenta, soprattutto quando si tratta di violenza psicologica. E poi ci sono i figli, che rappresentano spesso il principale motivo di esitazione.»

Esistono percorsi efficaci anche per gli uomini maltrattanti?

«Esistono centri dedicati e sono importanti. Tuttavia vedo molti uomini arrivarci solo dopo una denuncia o quando il giudice lo suggerisce. Perché un percorso funzioni deve nascere da una reale presa di coscienza. Se viene affrontato soltanto come una strategia processuale, difficilmente produce un cambiamento autentico. Il rischio di recidiva rimane elevato.»

Nelle ultime settimane è tornata alla ribalta la discussione sul termine “femminicidio” e il reato connesso. Qual è il suo punto di vista?

«Credo che sia importante comprenderne il significato. Non si tratta di attribuire maggiore valore alla vita di una donna rispetto a quella di un uomo. Il femminicidio riconosce un fenomeno specifico, caratterizzato da una lunga storia di controllo, umiliazioni, violenza e discriminazione di genere. È l’ultimo tragico epilogo di un percorso che spesso dura anni. Comprendere questa specificità significa poter costruire strumenti di prevenzione più efficaci.»

Che cosa è cambiato negli ultimi anni e che cosa invece resta ancora fermo?

«La consapevolezza pubblica è cresciuta molto. Agli incontri partecipano tantissime persone e vedo anche molti uomini prendere posizione contro la violenza. Dove registriamo ancora lentezze è sul piano istituzionale. Penso, ad esempio, alla necessità di aggiornare la normativa sulla violenza sessuale introducendo con maggiore chiarezza il tema del consenso. E più in generale serve che il contrasto alla violenza diventi una priorità condivisa, senza appartenenze politiche.»

Telefono Rosa Verona continua ad ampliare la propria attività.

«Sì, ed è merito soprattutto delle nostre volontarie. Oggi sono diciassette e altre stanno entrando. Sono loro il primo contatto con le donne che chiamano, spesso in momenti di grandissima difficoltà. Il loro lavoro è fondamentale per accogliere, ascoltare e avviare quel percorso che può portare una donna fuori dalla violenza. Un centro antiviolenza non è fatto soltanto di avvocati. Servono psicologhe, operatrici, consulenti e volontarie. Solo un’équipe multidisciplinare può accompagnare davvero una donna verso la libertà e una nuova serenità».

Foto da Pexels di Emrah Yazıcıoğlu

Telefono Rosa Verona è attivo per accogliere e sostenere le donne vittime di violenza attraverso ascolto, consulenza legale, supporto psicologico e accompagnamento nei percorsi di uscita dalla violenza. È possibile contattare il centro anche in modo riservato oppure rivolgersi al numero nazionale antiviolenza 1522, attivo 24 ore su 24.

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