In un’epoca storica segnata da conflitti che si intrecciano e si moltiplicano senza sosta, parlare di pace può apparire come un esercizio lontano dalla realtà quotidiana, quasi un’utopia difficile da raggiungere. Tuttavia, mentre il Medio Oriente continua a bruciare sotto tensioni incessanti, la guerra tra Russia e Ucraina persiste come una ferita aperta e dolorosa nel cuore pulsante dell’Europa, e nuove tensioni globali si intensificano rapidamente – dalle ambizioni strategiche degli Stati Uniti sulla Groenlandia alle crescenti pressioni della Cina su Taiwan – Verona ha scelto di fermarsi e di ascoltare con attenzione.

Lo ha fatto ospitando ieri, nel Padiglione 20 dell’Arsenale ribattezzato per l’occasione “Casa Verona”, un luogo simbolico per eccellenza, l’incontro – moderato dal direttore de L’Arena Massimo Mamoli – intitolato “Tregua olimpica. Il contributo dello sport alla pace“, un momento importante di riflessione collettiva, organizzato e promosso dalla Fondazione Toniolo presieduto da Don Renzo Beghini, che ha anticipato il passaggio della torcia olimpica in città, previsto poi nel pomeriggio.

Ad aprire la mattinata è stato il sindaco Damiano Tommasi, che ha subito legato il senso dell’incontro allo spazio che lo ospita. «Ci troviamo nell’Arsenale militare, un luogo in cui per decenni la città si è chiesta cosa potesse diventare», ha detto. «Sono davvero orgoglioso che siamo riusciti a restituirlo alla città attraverso i Giochi olimpici e paralimpici, chiamandolo Casa Verona, perché ci piacerebbe che diventasse uno spazio per testimonianze, per accompagnare i momenti simbolici che segnano la nostra comunità».

Tommasi ha insistito sul ribaltamento di senso che questo luogo rappresenta: «Qui si costruivano e si immagazzinavano armi, ci si preparava alla guerra. Oggi diamo a questo spazio un significato opposto: l’incontro, l’inizio del dialogo». Un passaggio che diventa politico nel senso più alto del termine: «Aziz e Maoz ci hanno dimostrato che quello spazio è possibile. Dobbiamo fare tutti il tifo per trovarlo dentro di noi, nelle nostre città, nei nostri tavoli istituzionali».

Un momento dell’incontro a “Casa Verona”

Il sindaco ha poi richiamato il dibattito che accompagna il passaggio della torcia olimpica: «In questo periodo si parla molto dei tedofori, spesso tra polemiche, pagine di giornale e ore di discussione. Ma la torcia olimpica deve continuare a portare avanti un messaggio». Un messaggio che a Verona non sarà effimero: «Avremo la custodia della fiamma accesa fino alla chiusura dei Giochi. Costruiremo una lanterna che resterà accesa come simbolo. Quel seme di speranza che oggi proviamo a condividere non deve spegnersi».

Il fulcro centrale dell’incontro è stato affidato alle parole intense e profonde di Aziz Abu Sarah e Maoz Inon, rispettivamente un palestinese e un israeliano, entrambi testimoni diretti di un percorso di dialogo e comprensione nato da esperienze personali di dolore e perdita. Aziz ha parlato con grande sincerità e trasparenza, riportando tutto a una scelta fondamentale e cruciale: «È facile cadere nella tentazione di concentrarsi esclusivamente su ciò che accade all’interno della propria comunità o tra i propri leader. Tuttavia, è una decisione estremamente importante e profonda decidere cosa fare con il proprio dolore». Ha poi aggiunto con convinzione: «Il dolore può assumere due strade diverse: può diventare una forza distruttiva che alimenta l’odio, oppure può trasformarsi in una fonte di forza, perseveranza e speranza. Noi abbiamo scelto con determinazione che il nostro dolore fosse la base su cui costruire speranza per un futuro migliore».

Una speranza profondamente radicata nella realtà concreta: «Non siamo ancora riusciti a portare la pace duratura nella nostra amata terra natia», ha riconosciuto con onestà. «Tuttavia, abbiamo generato un cambiamento significativo dentro di noi stessi: da nemici siamo riusciti a trasformarci in fratelli uniti». Riguardo al modo in cui desiderano essere percepiti dalla società, ha chiarito con forza: «Non vogliamo essere visti semplicemente come un israeliano contro un palestinese. Il nostro desiderio è stare al fianco di chiunque condivida la fede nell’uguaglianza, nella pace duratura, nella giustizia autentica e nella dignità umana. Il nostro lavoro congiunto è proprio volto a unire tutti dalla stessa parte, superando ogni divisione».

Maoz Inon (a sinistra) e Aziz Abu Sarah in piazza Bra con il braciere olimpico – Foto di Veronica Lisi

Maoz Inon ha ricordato con emozione l’origine profonda di questo percorso: «Quando Papa Francesco ci ha chiamati fratelli all’Arena di Pace, il 18 maggio 2024, abbiamo deciso di fondare la nostra fraternità proprio su quelle parole così potenti e cariche di significato. Quelle parole ci hanno donato una forza immensa, un’energia vitale che ci ha permesso di proseguire con determinazione un cammino che si è rivelato molto impegnativo e ricco di sfide». Successivamente, ha collegato il tema fondamentale della pace allo sport e al simbolo universale delle Olimpiadi: «Non esiste simbolo più significativo e potente della torcia olimpica. Attraverso lo sport abbiamo imparato a riconoscerci e a rispettarci come esseri umani, superando le differenze e trovando un terreno comune di comprensione». Guardando con speranza e determinazione al futuro, ha proposto una visione ambiziosa e concreta: «Abbiamo un obiettivo chiaro e preciso da raggiungere: costruire e consolidare la pace tra israeliani e palestinesi entro il 2030. Ogni giorno, in Israele e in Palestina, numerosi gruppi di dialogo, eventi culturali e persone di buona volontà lavorano instancabilmente, con passione e dedizione, per far sì che questo sogno diventi realtà».

La cornice teorica è stata fornita dal sociologo e docente dell’Università Cattolica di Milano, Mauro Magatti, che ha introdotto il concetto di “poesia sociale”, una chiave interpretativa profonda e innovativa che ha permeato e attraversato l’intero incontro. «I costruttori di pace sono coloro che interrompono l’automatismo del colpo su colpo», ha spiegato con chiarezza. «Non alimentano la spirale della violenza, ma la spezzano con un gesto inaspettato e significativo». Ha poi aggiunto con enfasi: «Il mondo si sostiene grazie ai poeti sociali, a coloro che compiono azioni e gesti che ribaltano le aspettative comuni, anche quando tutto sembra inevitabilmente destinato al conflitto».

Sul tema dell’ascolto e della violenza è intervenuto il vescovo di Verona, Domenico Pompili, che ha ampliato la riflessione includendo una dimensione storica e simbolica più ampia e profonda. «Lo sport ha sempre avuto un legame molto profondo e radicato con la guerra», ha ricordato con enfasi, «ma in ogni epoca ha rappresentato anche un modo importante e significativo per canalizzare la violenza innata dell’essere umano verso una forma diversa, più civile e pacifica, di convivenza». Riguardo al presente e alle dinamiche attuali, ha ammonito con forza: «Il meccanismo del capro espiatorio è sempre in agguato, pronto a manifestarsi. Lo vediamo chiaramente nelle guerre di oggi, dove si cerca costantemente qualcuno su cui attribuire ogni male, ogni colpa e ogni responsabilità». Per Pompili, Aziz e Maoz incarnano esattamente l’opposto di questo meccanismo: «Sono persone innocenti che hanno subito violenza, ma hanno scelto con coraggio e determinazione di non restituirla con altra violenza. Hanno trasformato ciò che hanno vissuto, le loro esperienze dolorose, in qualcosa di diverso, di nuovo e di positivo».

Da sinistra a destra Maoz Inon, Aziz Abu Sarah, Damiano Tommasi, Mauro Magatti e Domenico Pompili

In un mondo profondamente segnato da conflitti armati sempre più complessi, nuove dinamiche di potere che si intrecciano e da un inquietante e preoccupante ritorno all’idea che la forza militare possa davvero risolvere le crisi internazionali, l’incontro veronese non ha fornito risposte immediate e definitive. Ha però mantenuto viva e pulsante una domanda fondamentale e cruciale: se la pace non nasce semplicemente dall’assenza di conflitto, ma dalla reale capacità di spezzare la spirale infinita della violenza, allora oggi esiste ancora uno spazio possibile per costruire un futuro diverso. Questo spazio è fragile, esposto a molteplici rischi e spesso va controcorrente rispetto alle logiche dominanti. Ma è comunque indispensabile, vitale. Come una fiamma che, per continuare a brillare intensamente, necessita costantemente di essere protetta e alimentata con cura.

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