Il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) si sta avviando verso la sua conclusione. La decima e ultima rata, di circa 29 miliardi di euro, sarà richiesta a breve e con essa si chiuderanno entro l’anno le rendicontazioni e l’intero progetto. In totale sono stati messi in campo 194,4 miliardi di euro, una cifra enorme che aveva creato grandi aspettative per una crescita più sostenuta del nostro Paese.

È ormai tempo di bilanci per un Paese che rimane ancora fanalino di coda in Europa e i risultati sperati non si sono visti. Da più parti si parla di fallimento del PNRR, di occasione sprecata e di un “regalo europeo” buttato via.

Proviamo a chiarire alcuni punti fondamentali. Innanzitutto, la UE non ha regalato quasi nulla. Si è trattato di un finanziamento a debito: l’Unione ha emesso titoli sui mercati finanziari per circa 750 miliardi di euro (NextGenerationEU) prestando poi la liquidità ai Paesi membri che ne hanno fatto richiesta, con l’obiettivo di far ripartire l’economia europea dopo la pandemia da Covid-19.

Anche la quota a fondo perduto andrà ripagata

L’Italia ha chiesto 194,4 miliardi, di cui 71,8 miliardi a fondo perduto e 122,6 miliardi come prestiti. Questi ultimi dovranno essere restituiti, con interessi, in trent’anni, dal 2028 al 2058. Si tratta quindi di un prestito oneroso, anche se a condizioni che dovrebbero essere più vantaggiose rispetto a quelle che l’Italia avrebbe ottenuto sui mercati.

Di “regalo” si può parlare per i 71,8 miliardi a fondo perduto, quota parte dei 312,5 mld che la UE ha messo complessivamente a disposizione per tutti i Paesi UE. L’importo di 312,5 mld dovrà in ogni caso essere restituito al mercato con gli interessi. L’Unione Europea lo farà in parte attingendo alle “risorse proprie”, ovvero tasse riscosse a livello europeo da tutti i cittadini, e per il resto attraverso i contributi al bilancio UE. In modo approssimativo l’Italia dovrà contribuire con il 13% dei 312,5 mld, cioè con circa 40 mld. Il contributo netto a fondo perduto all’Italia, distribuito in 5 anni, si riduce quindi a 6-7 mld l’anno che corrispondono allo 0,6-0,7% della spesa annua totale dello Stato italiano.

Il PNRR non è solo una linea di credito, ma soprattutto un insieme di progetti e riforme concentrati su precise priorità: transizione verde, transizione digitale, competitività, coesione sociale, infrastrutture, salute e molti altri. Il lavoro iniziale, nel 2021-2022 è stato quello di far rientrare all’interno del PNRR tutti quei progetti, in parte anche già esistenti almeno sulla carta, in linea con gli obiettivi strategici, ed i cui tempi di realizzazione fossero compatibili con la tempistica del PNRR

La tempistica stringente di Bruxelles tra revisioni e ritardi

Il cronoprogramma molto stringente imposto da Bruxelles ha messo sotto pressione la macchina burocratica italiana, a livello statale, regionale e comunale, spesso lenta nel passare dalla fase progettuale a quella esecutiva di realizzazione dei lavori e contabilizzazione finale.

Infatti, nonostante l’Italia, con la nona rata, abbia ottenuto trasferimenti per 166 miliardi, la spesa effettiva è nettamente inferiore. Molti lavori sono ancora fermi o rallentati, così come i pagamenti alle imprese. C’è il rischio concreto che parte dei fondi già erogati debba essere restituito se i progetti non saranno completati nei tempi previsti. Questo ritardo spiega perché il contributo del PNRR alla crescita del PIL sia stato finora modesto, ma lascia anche sperare in un effetto più visibile nel 2026 e nel 2027.

Non è un caso che l’Italia abbia chiesto ben otto revisioni del Piano: lo scopo era quello di adattarlo all’ aumento dei costi, spostare risorse su progetti più realizzabili e abbandonare quelli troppo ambiziosi o irrealistici. Il progetto PNRR si è trasformato in una corsa contro il tempo, che ha spinto i governi a privilegiare progetti di più facile attuazione, a scapito di interventi e riforme più strutturali ad alto valore aggiunto.

Il PNRR un tentativo di costruire debito comune

Da notare che tutti i Paesi hanno usufruito delle sovvenzioni a fondo perduto, ma non tutti hanno richiesto dei prestiti. Questi infatti erano facoltativi con il limite massimo del 6,8% del PIL del 2019. L’Italia con i 122,6 miliardi ha chiesto il massimo disponibile, mentre alcuni Paesi vi hanno rinunciato del tutto ed altri hanno richiesto una quota minima. Molti Paesi, fatti i conti, ai condizionamenti burocratici di Bruxelles hanno preferito optare per finanziamenti autonomi sul mercato.

Dal punto di vista economico, NextGenerationEU è stato uno stimolo una tantum, modesto, e diluito in cinque anni, alla debole crescita dell’economia europea. Nel caso italiano, la crescita resta penalizzata da una spesa per interessi sul debito che ha ormai superato i 100 miliardi annui e dalla necessità di mantenere un avanzo primario elevato, che sottrae risorse a spesa sociale ed investimenti.

Dal punto di vista politico, il NextGenerationEU rappresenta un esperimento di debito comune europeo, per ora temporaneo ed eccezionale. Un piccolo passo verso una maggiore solidarietà, ma ancora osteggiato da molti Paesi del centro e nord Europa.

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