Per decenni l’India è stata raccontata attraverso immagini rassicuranti: la spiritualità, Gandhi, lo yoga, la non violenza. Oggi, però, il Paese più popoloso del pianeta è anche una potenza economica in rapida crescita, attraversata da profonde disuguaglianze sociali e da una trasformazione politica che sta ridefinendo la sua stessa identità. Dietro la narrazione della futura superpotenza mondiale si nasconde una realtà molto più complessa, fatta di contraddizioni, tensioni religiose e sfide economiche ancora aperte. Ne abbiamo parlato con Matteo Miavaldi, giornalista, autore del podcast Esterno Notte de Il Manifesto ed esperto di Asia meridionale, che nel suo libro Un’altra idea di India invita a superare stereotipi e semplificazioni per comprendere davvero il presente del gigante indiano.

Miavaldi, l’India viene spesso descritta come la prossima grande superpotenza mondiale. È davvero così?

«Negli ultimi anni l’India ha costruito un racconto molto forte su sé stessa. Da quando Narendra Modi è arrivato al potere, nel 2014, l’idea è che sia finalmente arrivato il momento dell’India. Alcuni indicatori sembrano confermarlo: è il Paese più popoloso del mondo, cresce economicamente più delle altre grandi economie e ha una popolazione molto giovane. L’età mediana è di circa 29 anni. Sulla carta ci sono quindi tutti gli elementi per immaginare una crescita importante».

Matteo Miavaldi al Festival del Giornalismo di Verona 2026 – Foto di Alice Silvestri

Eppure lei invita a guardare oltre questi numeri.

«Perché i numeri da soli non bastano. Il Pil cresce, ma bisogna capire chi beneficia davvero di questa crescita. Le disuguaglianze sono enormi. Ci sono poche persone che contribuiscono moltissimo alla crescita economica e moltissime altre che restano ai margini. Soprattutto manca lavoro. Ci sono milioni di giovani che vorrebbero entrare nel mercato del lavoro, ma non trovano occupazioni dignitose e stabili».

Quindi parlare oggi dell’India come di una superpotenza è prematuro?

«Bisogna distinguere. La Cina è una superpotenza perché ha la capacità di influenzare gli equilibri mondiali. L’India questa capacità ancora non ce l’ha. È un Paese enorme, destinato ad avere un peso crescente, ma non dispone ancora degli strumenti economici, tecnologici e geopolitici necessari per incidere davvero sulle grandi questioni internazionali».

Negli ultimi mesi si è parlato della cosiddetta “rivolta degli scarafaggi”, guidata da giovani laureati che denunciano la mancanza di opportunità. Che cosa sta accadendo?

«Il nome nasce da un’espressione usata dal presidente della Corte Suprema indiana, che aveva definito in modo sprezzante molti giovani disoccupati. Da lì è nato un movimento di protesta. Sono ragazzi che studiano, si laureano e scoprono che il mercato del lavoro non offre gli sbocchi che erano stati promessi. È una vicenda molto visibile mediaticamente, ma bisogna ricordare che rappresenta solo una parte dei problemi dell’India».

Quali sono i problemi più profondi?

«La maggioranza degli indiani vive ancora in condizioni molto diverse da quelle delle élite urbane. Circa il 90% della forza lavoro opera nel settore informale, senza contratto, pensione o tutele sociali. Molte persone dipendono ancora dall’agricoltura di sussistenza. La vera sfida per l’India è spostare centinaia di milioni di persone verso attività produttive più moderne e meglio remunerate».

Foto da Unsplash di Gayatri Malhotra

Nel suo libro lei affronta anche il tema della trasformazione politica dell’India sotto Narendra Modi.

«L’India nacque nel 1947 come un esperimento straordinario: una democrazia laica costruita su una diversità immensa di lingue, religioni e culture. Modi ha portato al potere una visione diversa, fondata sul nazionalismo hindu. È un progetto che mira a ridefinire l’identità del Paese e che ha progressivamente eroso alcuni dei pilastri della democrazia indiana».

In che modo?

«Attraverso un progressivo indebolimento dei contrappesi democratici. Le istituzioni che dovrebbero controllare il potere politico sono sempre più allineate al governo. Anche il sistema mediatico è cambiato profondamente. Allo stesso tempo aumentano gli episodi di discriminazione e violenza nei confronti delle minoranze, in particolare quella musulmana».

Narendra Modi – Foto dal profilo Facebook del premier indiano

L’India continua però a essere descritta come la più grande democrazia del mondo.

«È una definizione che molti continuano a usare, ma all’interno dell’India cresce il numero di persone che non la considerano più una democrazia pienamente funzionante. È un dibattito molto aperto e molto importante».

Da decenni l’India coltiva all’estero un’immagine legata alla spiritualità, alla non violenza e allo yoga. Quanto questa immagine corrisponde alla realtà?

«Poco. È una narrazione molto efficace, ma parziale. Noi occidentali abbiamo spesso proiettato sull’India ciò che cercavamo: spiritualità, autenticità, saggezza. L’India ha saputo utilizzare questa immagine come strumento di soft power. Lo yoga è probabilmente l’esempio più evidente».

Anche Narendra Modi ha investito molto su questo aspetto.

«Assolutamente. Modi è diventato uno dei principali promotori mondiali dello yoga. È una strategia comunicativa molto intelligente perché rafforza l’idea di un’India pacifica e spirituale. Tuttavia, se guardiamo alla realtà politica e sociale del Paese, vediamo un quadro molto più complesso e spesso in contraddizione con quella narrazione».

In Italia ha fatto discutere anche il rapporto tra Modi e Giorgia Meloni, sintetizzato dal celebre meme “Melody”.

«In realtà quella storia è stata interpretata in modo molto diverso in India. Da noi è stata raccontata come il simbolo di una grande sintonia politica. In India nacque soprattutto come una presa in giro sui social network. Era un meme ironico, costruito su fotografie e video che alimentavano una fantasia romantica tra i due leader. La politica c’entrava molto meno di quanto si sia raccontato».

Foto da Unsplash di Sudhakar Chandra

© RIPRODUZIONE RISERVATA