Novantasei anni (compiuti pochi giorni fa, il 31 maggio) non bastano per racchiudere Clint Eastwood. Non bastano a contenere una carriera che attraversa oltre mezzo secolo di cinema americano, né a misurare l’influenza esercitata da un autore che ha saputo imporsi prima come icona e poi come regista. Se davvero la sua attività cinematografica è giunta al termine, come annunciato dal figlio Kylie in occasione del suo compleanno, il cinema mondiale perde uno dei suoi ultimi grandi classici.

Per il pubblico resterà sempre il volto del pistolero senza nome, dell’ispettore Callaghan, di un’America ruvida e individualista. Eppure la sua grandezza più duratura non si trova davanti alla macchina da presa. Si trova dietro.

La battuta di Sergio Leone, secondo cui Eastwood possedeva due espressioni, “una con il cappello e una senza“, è diventata proverbiale proprio perché coglie un elemento reale. Come attore Eastwood è stato soprattutto una presenza, un simbolo. Come regista è diventato invece un narratore raffinato, capace di esplorare le contraddizioni morali dell’essere umano con una sensibilità spesso sottovalutata.

Il peso delle scelte: gli imperdibili

I suoi film parlano quasi sempre della stessa cosa: il peso delle scelte. I protagonisti eastwoodiani sono uomini e donne chiamati a fare i conti con la colpa, con il rimorso, con le conseguenze delle proprie azioni. Non ci sono eroi puri nel suo cinema. E quando sembrano esserci, Eastwood si incarica puntualmente di incrinarne la leggenda.

È ciò che accade in Gran Torino, forse il film che meglio sintetizza la sua poetica. Attraverso Walt Kowalski, vecchio reduce incapace di comprendere il mondo contemporaneo, Eastwood costruisce una riflessione sulla possibilità della redenzione. È un film duro e malinconico, che affronta il tema del pregiudizio senza moralismi e che trova nel sacrificio finale una forma di riconciliazione.

Con Million Dollar Baby realizza invece una delle tragedie più intense del cinema americano contemporaneo. Quella che sembra una storia sportiva si trasforma progressivamente in una riflessione sul dolore, sulla dignità e sull’amore portato fino alle sue conseguenze più estreme.

Poi c’è Mystic River, straordinario affresco sul trauma e sulla memoria, un’opera che osserva come il male possa continuare a vivere nelle persone molto tempo dopo che l’evento che lo ha generato si è concluso.

E naturalmente Gli spietati, un altro dei suoi imperdibili capolavori. Non soltanto un grande film, ma l’opera che ha smontato definitivamente la mitologia del western classico. Qui la violenza non ha nulla di eroico. È sporca, brutale, degradante. Gli uomini non sono leggende ma esseri umani consumati dagli errori e dal tempo. È il funerale della Frontiera americana e, allo stesso tempo, uno dei più grandi atti d’amore mai dedicati al genere.

Tra le opere più ambiziose della sua filmografia resta infine il dittico composto da Flags of Our Fathers e Letters from Iwo Jima. Raccontare la stessa battaglia dal punto di vista degli americani e da quello dei giapponesi fu un’operazione quasi unica nella storia del cinema. Un gesto artistico e culturale che dimostrava come la verità storica sia spesso più complessa delle narrazioni nazionali. Un progetto enorme, a partire dalla sua concezione fino alla sua realizzazione finale e che fin troppo spesso non viene ricordato.

Naturalmente una carriera lunga oltre cinquant’anni non può essere composta soltanto da capolavori. Anche Eastwood ha conosciuto passaggi meno convincenti. American Sniper, per esempio, resta uno dei suoi film più controversi. La storia del cecchino Chris Kyle, eroe di guerra celebrato negli Stati Uniti, diede vita a un acceso dibattito.

Per alcuni si trattava di un lucido racconto sulle conseguenze psicologiche della guerra; per altri il film finiva per assumere toni eccessivamente patriottici e agiografici, incapaci di interrogare davvero il contesto storico e politico dell’intervento americano in Iraq. Una critica che non può essere liquidata con superficialità e che rappresenta probabilmente uno dei punti più discussi della sua produzione.

Eppure perfino gli scivoloni di Eastwood risultano spesso più interessanti dei successi di molti altri registi. Perché dietro ogni suo film rimane riconoscibile una visione del mondo, una riflessione morale, una domanda aperta sul rapporto tra individuo e responsabilità.

Molti ricorderanno anche I ponti di Madison County, una delle storie d’amore più amate degli ultimi decenni. Un film che ha saputo conquistare un pubblico vastissimo grazie alla delicatezza con cui racconta il desiderio, il rimpianto e le occasioni perdute. Non è forse l’opera che meglio rappresenta il cuore del suo cinema, ma testimonia ancora una volta la sua capacità di attraversare i generi senza perdere la propria identità autoriale.

La fragilità dell’essere umano

La grandezza di Clint Eastwood, in fondo, non risiede nell’aver rivoluzionato il linguaggio cinematografico come hanno fatto altri autori della sua generazione. Risiede nell’aver costruito, film dopo film, una delle opere più coerenti e umane del cinema contemporaneo. Un cinema fatto di personaggi imperfetti, di scelte difficili e di verità mai completamente risolte.

Che cosa si può dire, allora, di un autore che ha lasciato un segno così profondo nella storia del cinema mondiale? Forse che Eastwood ha raccontato meglio di molti altri il tramonto. Il tramonto degli eroi, delle certezze, dei miti americani. E che proprio per questo i suoi film continuano a parlarci. Perché dietro la figura monumentale dell’icona hollywoodiana si è sempre nascosto un regista interessato non alla gloria, ma alla fragilità degli esseri umani.

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