Hamza in viaggio lungo la Rotta Balcanica
Hamza Tai sta intraprendendo, al contrario, lo stesso percorso che ha fatto dieci anni fa per arrivare nel nostro Paese. Il 28 giugno racconterà la sua esperienza al Festival Paratod@s.

Hamza Tai sta intraprendendo, al contrario, lo stesso percorso che ha fatto dieci anni fa per arrivare nel nostro Paese. Il 28 giugno racconterà la sua esperienza al Festival Paratod@s.

Hamza Tai è un giovane marocchino di 29 anni che vive stabilmente a Verona da molti anni. Esattamente dieci anni fa, a 19 anni, dopo aver studiato psicologia, ha lasciato il Marocco per intraprendere un viaggio verso l’Europa. La sua partenza non è stata dettata dalla disperazione, come spesso accade a chi emigra, ma dalla volontà di esplorare il mondo, guidato da uno dei diritti fondamentali della vera libertà: la libertà di movimento. Spinto dal desiderio di scoprire nuove terre, culture diverse e incontrare nuove persone, Hamza ha scelto di aprirsi a orizzonti sconosciuti.
“Il viaggio, dice, è l’unico modo che ho per conoscere me stesso!”.

Hamza parte dal Marocco verso est, attraversando il Nord Africa fino alla Turchia, dove ottenere il visto è stato più semplice. Da lì ha intrapreso un viaggio a piedi, tappa dopo tappa, lungo la cosiddetta Rotta Balcanica. Ora, a distanza di dieci anni, Hamza non è più un ragazzo: è diventato un uomo, soprattutto grazie a questo suo viaggio senza fine, un percorso che continua. Infatti, all’inizio di maggio Hamza è partito per compiere il viaggio in senso inverso, attraversando la Rotta Balcanica in bicicletta in un viaggio che durerà oltre un mese.
Lo abbiamo incontrato prima della partenza e lo abbiamo accompagnato alla stazione di Porta Vescovo, da dove è partito con il treno per Trieste; da lì avrebbe poi iniziato il suo viaggio in bicicletta.
Hamza, perché hai deciso di intraprendere questo viaggio verso la rotta Balcanica?
«Prima di tutto, per poter esprimere pienamente la mia identità come persona e come essere umano. In Marocco, la mia terra d’origine, non avrei avuto le stesse opportunità, nemmeno sul piano lavorativo, per manifestare liberamente ciò che sono. Questo percorso mi darà la possibilità di esprimere sia il mio lato artistico sia quello umano, sempre con la speranza di costruire un futuro migliore.»

Cosa ti aspetti da questo viaggio?
«Mi aspetto esperienze straordinarie. Come ho già detto, desidero andare a trovare una persona con cui ho viaggiato anni fa lungo la rotta balcanica, un percorso che ho già affrontato, ma in modo completamente diverso. In questo viaggio cerco una pace interiore e il desiderio di incontrare persone capaci di guardare la propria vita da una prospettiva diversa. Vorrei anche incontrare chi è meno fortunato di me, persone che stanno soffrendo in questo viaggio della speranza, e, se possibile, trovare la forza per raccontare le loro storie.»
Hai già degli appuntamenti fissati lungo il viaggio o una metà finale?
«Sì, ho già alcuni appuntamenti da quando sono partito, ormai da tre settimane. Grazie a One Bridge, che mi sta supportando in questa avventura, ho incontrato diverse persone nel nord della Bosnia, a Bihać, una città situata sulle rive del fiume Una. Con loro ho discusso di molte tematiche, in particolare della Rotta Balcanica e delle persone che la percorrono. Nei prossimi giorni ho un incontro con membri di No Name Kitchen, un’associazione attiva lungo la rotta balcanica e nel Mediterraneo, impegnata nella tutela dei diritti delle persone migranti. Grazie a loro e a One Bridge ho altri contatti per raccogliere ulteriore materiale che porterò con me a casa dopo questo viaggio e che inserirò in un documentario in cui desidero raccontare questa esperienza e condividerlo con chi vorrà.»
Come ti sei organizzato per il viaggio? Viaggerai con poco bagaglio? Dove dormirai?
«Come hai visto, sono sempre qui con me sulla bicicletta. Ho una tenda, un sacco a pelo, un materasso gonfiabile, un kit per riparare la bici e un kit di pronto soccorso. Porto con me pochi vestiti e solo l’essenziale per dormire ovunque. Ho tutto il materiale necessario per documentare il viaggio: una telecamera, un telefono con una fotocamera di alta qualità e altri strumenti per realizzare il documentario che ho in mente. Alcune notti ho dormito all’aperto, vicino a un fiume o dove trovavo riparo. Quando sono in città, cerco un alloggio in ostello. Una stanza e un letto mi permettono di riflettere sulle emozioni provate durante questo lungo viaggio, elaborare le esperienze vissute e ripensare alle persone incontrate e alle conversazioni avute.»
Ci racconti il tuo viaggio di andata lungo la rotta balcanica?

«Il mio viaggio di andata è stato un mosaico infinito di passi. Ricordo boschi oscuri e la violenza che mi circondava. È stato un percorso intenso, sia emotivamente che fisicamente. Lungo, complesso e troppo profondo per essere raccontato in poche parole. Tuttavia, è stato un viaggio di grande importanza e forza.»
Quanto sei cambiato rispetto a quel viaggio e quanto quel viaggio ti ha formato come persona?
«Quando ho deciso di intraprendere questo viaggio avevo solo 19 anni, ero un ragazzo inesperto e non sapevo cosa aspettarmi lungo il percorso. Ho vissuto intensamente ogni esperienza, tutto era estremamente intenso, soprattutto considerando la mia giovane età. Ognuno di noi è figlio della propria cultura: io sono nato e cresciuto in Marocco, ma ciò che ho vissuto durante il viaggio lungo la rotta balcanica e in Italia mi ha arricchito profondamente. Sono aperto a nuove culture che mi stanno aiutando a crescere, alimentando idee e prospettive nella mia mente. Questo è il vero significato del viaggiare: aprirsi agli altri. Ed eccomi qui, il tempo mi ha indicato che era il momento giusto per partire e sento che questa è la scelta migliore.»
Chi sono le persone che solitamente emigrano e viaggiano lungo la rotta balcanica e cosa cercano?
«Le persone che emigrano lungo questa rotta provengono principalmente dal Nord Africa o da Paesi dell’Asia occidentale come Afghanistan, Pakistan, Iran, ma anche Turchia e Siria. Durante il viaggio ho incontrato molti palestinesi e curdi, soprattutto provenienti dall’area turca. Sono tutte persone che emigrano in cerca di un futuro migliore, di un lavoro dignitoso, per sfuggire all’oppressione. Cercano luoghi dove poter essere sé stessi, cosa che in molti loro paesi d’origine non è facile o addirittura vietata. Scopri le storie di persone gay o lesbiche che vivono in Paesi dove il loro orientamento sessuale è illegale e rischiano il carcere o persino la vita. Noi abbiamo anche la cultura di emigrare, lavorare e guadagnare per poter aiutare la famiglia che spesso resta nel paese d’origine.»
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