Il 28 settembre 2025 la Moldova ha votato per il nuovo Parlamento. Un’elezione che, pur riguardando un Paese di appena due milioni e mezzo di abitanti, è stata osservata da Bruxelles e da Mosca come un banco di prova per l’intero continente: misurare fino a che punto l’Europa resta capace di attrarre e proteggere i suoi vicini, e fino a che punto la Russia riesce ancora a condizionare il suo ex spazio sovietico.

Il Partito Azione e Solidarietà (PAS) della presidente Maia Sandu ha ottenuto poco più del 50% dei voti e 55 seggi su 101, mantenendo la maggioranza assoluta anche se più stretta rispetto al 2021. Il Blocco Patriottico guidato dall’ex presidente Igor Dodon si è fermato al 24%, mentre nuove formazioni “sovraniste” e “pragmatiche” come Alternativa, Our Party e Democrazia a Casa hanno fatto il loro ingresso in Parlamento.

Per Sandu si tratta della seconda vittoria consecutiva dopo le presidenziali del 2024. Ma la spaccatura interna resta evidente: appena un anno fa il referendum costituzionale per inserire l’adesione all’Unione Europea tra gli obiettivi del Paese aveva visto un risultato quasi in equilibrio, con il 50,35% di sì e il 49,65% di no. La Moldova continua dunque a dividersi in due, tra chi guarda a Bruxelles e chi resta nostalgico di Mosca.

Sandu ha vinto ancora, ma con margini più stretti. La presenza di nuove forze d’opposizione, meno apertamente filorusse e più attente a presentarsi come “sovraniste pragmatiche”, rende il quadro politico più frammentato e meno prevedibile. La presidente ha ricordato che già alle presidenziali del 2024 la Russia aveva speso, a suo dire, una somma equivalente all’1% del PIL moldavo per cercare di influenzare il voto. Nessuno sa quanto sia stato investito quest’anno, ma il messaggio è chiaro: Mosca non ha alcuna intenzione di lasciare la Moldova libera di scegliere la propria strada senza interferenze.

Perché la Moldova è un obiettivo strategico

La Moldova è spesso descritta come un paese piccolo, ma per il Cremlino rappresenta molto di più. Conta la geografia, al confine con la regione ucraina di Odessa, un territorio che Mosca considera chiave per il controllo del Mar Nero. Conta la Transnistria, l’enclave separatista dove sono ancora presenti soldati russi e depositi militari, usata come una valvola di pressione permanente. Conta la fragilità energetica: fino al 2022 Chișinău dipendeva quasi interamente dal gas russo e ancora oggi la sicurezza energetica resta vulnerabile.

Chisinau. Foto da Unsplash di Sasha Pleshco

Ma oltre a questi aspetti pratici, c’è un obiettivo politico più ampio: la Russia vuole trasformare la Moldova in una “zona cuscinetto” tra sé e l’Occidente, una sorta di buffer zone destinata a rimanere sotto influenza russa. È lo stesso schema già visto in Georgia, dove le aspirazioni euro-atlantiche non sono state frenate dai conflitti in Abkhazia e Ossezia del Sud, ma soprattutto dall’influenza politica esercitata dall’oligarca Bidzina Ivanishvili, considerato il vero uomo di Mosca a Tbilisi.

La narrativa russa non lascia dubbi. Nel “Rapporto sulle violazioni dei diritti dei cittadini russi e dei connazionali all’estero”, pubblicato dal ministero degli Esteri a gennaio 2024, si legge: «Quanto accade oggi in Moldova coincide quasi del tutto con i processi osservati in Ucraina». Un passaggio inquietante, perché riecheggia le accuse di “russofobia” e discriminazione dei russofoni già usate dal Cremlino come giustificazione per l’annessione della Crimea nel 2014 e, più tardi, per l’invasione dell’Ucraina nel 2022. Il messaggio implicito è che la Moldova rischia di diventare il prossimo fronte della contesa tra Mosca e l’Occidente.

Dal 2022 la Moldova ha reagito chiudendo Sputnik e altri canali russi, sospendendo licenze televisive e bloccando decine di portali online accusati di diffondere disinformazione. «La loro missione è liquidare la democrazia in Moldova», ha dichiarato Sandu a fine 2024, avvertendo che la sfida oggi si è spostata soprattutto sui social network, dove le tecniche di manipolazione sono più rapide e difficili da intercettare.

Chișinău ha accompagnato queste misure con controlli serrati agli ingressi dal territorio russo. Nel settembre 2024 le autorità hanno sequestrato 39 milioni di dollari in contanti, destinati — secondo i servizi di sicurezza — a finanziare campagne elettorali e proteste orchestrate dal Cremlino.

Mosca cambia tattica

Se in passato i politici filorussi si presentavano senza esitazioni, oggi la strategia del Cremlino è più astuta. Non più alleati dichiarati, ma leader locali che si propongono come difensori della sovranità nazionale e dell’indipendenza del Paese, pronti a garantire rapporti “equilibrati” con l’Europa e con la Russia. È una maschera nuova per lo stesso progetto di sempre: mantenere la Moldova nella sfera di influenza russa.

L’infiltrazione non riguarda solo la politica. Mosca ha puntato sui social media e su nuove testate camuffate da organi di informazione stranieri. Persino i sacerdoti ortodossi sono stati coinvolti come amplificatori di messaggi anti-occidentali e filorussi. È un ventaglio di strumenti che mostra quanto l’influenza russa sia diventata multiforme e capillare.

I media russi hanno reagito in modo scomposto ai risultati del voto: accuse di brogli, tesi cospirative, tentativi di delegittimare la vittoria di Sandu. Ma è la stessa foga della reazione a segnalare che questa volta Mosca ha incassato una sconfitta. Una sconfitta tattica, non strategica: la Moldova resta un Paese fragile, vulnerabile. Il terreno su cui il Cremlino continuerà a lavorare è quello delle difficoltà economiche, del malcontento sociale, delle nostalgie verso un passato in cui il gas arrivava a buon prezzo.

La società moldava resta spaccata in due. Da una parte c’è chi guarda all’Europa come unico futuro possibile: i giovani, la diaspora, chi spera in standard di vita migliori. Dall’altra c’è chi conserva una memoria nostalgica dei tempi sovietici e immagina che un riavvicinamento a Mosca possa almeno garantire bollette più leggere. La promessa di stabilità continua a essere l’argomento più forte del Cremlino.

Il Cremlino. Foto da Unsplash di Michael Parukava

Una vittoria europea, ma la partita resta aperta

Per l’Unione Europea la vittoria del PAS è un segnale incoraggiante. Per la Russia, una battuta d’arresto, non la fine della partita. La Moldova ha scelto di nuovo l’Europa, ma il percorso resta incerto.

«Abbiamo dimostrato di saper restare uniti quando il futuro del nostro Paese è in pericolo… La nostra unità ci proteggerà in questi tempi difficili e ci aiuterà a implementare i programmi di sviluppo del Paese in modo più rapido ed efficace», ha dichiarato Maia Sandu dopo il voto, cercando di trasformare la vittoria in un messaggio di coesione nazionale.

A Mosca, invece, il tono è stato ben diverso. «Elezioni truffaldine. Mi stupisco di come si possa manipolare in modo così sfacciato i voti», ha commentato  Sergey Lavrov dopo l’annuncio dei risultati. Dalle sue parole e dall’isteria delle testate filo-Cremlino emerge chiaramente l’amarezza per una sconfitta che il Cremlino non vuole ammettere.

La Moldova ha scelto l’Europa, ma resta fragile. Difendere questa scelta dipenderà dalla capacità di resistere alle pressioni russe e dal sostegno forte dell’Unione Europea.

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