È terminato sabato scorso SaMoTer, il salone internazionale e riferimento in Italia per il settore delle macchine per costruzioni. In occasione dell’evento che ha riempito i padiglioni di Veronafiere, martedì 5 maggio è stato organizzato un incontro al Palazzo della Gran Guardia targato UNACEA dal titolo “Il cantiere intelligente”.

UNACEA – Unione Italiana Macchine per Costruzioni è un’associazione di categoria fondata nel 2010 che rappresenta le imprese italiane del settore delle macchine per costruzioni. Conta circa 90 aziende associate, sia produttori che importatori, e aderisce al CECE, la federazione europea del settore con sede a Bruxelles.

Il tema trainante dell’evento è stato un sistema di automatizzazione del processo costruttivo. Un sito di costruzione interconnesso in cui macchine, persone, materiali e dati comunicano in tempo reale. Le tecnologie chiave individuate sono IoT, Big Data e IA, BIM, droni, robot da costruzione e dispositivi indossabili. UNACEA sostiene infatti attivamente il rinnovo del parco macchine, ancora obsoleto per circa il 35%, come leva fondamentale per rendere i cantieri più sicuri, efficienti e sostenibili.

La rassegna si è articolata in quattro momenti differenti: un primo intervento del professore presso il Politecnico di Milano Marco Taisch, un talk show con Mario Cardoni, direttore generale Federmanager, un report di natura economica da parte di Stefano Fantacone, direttore scientifico CER (Centro Europa Ricerche) e infine l’intervento di Jorge Cuartero (Anmopyc), Oguz Yusuf Yigit (Imder) e Richard Cleveland (Evolis).

Industria 4.0 è già ieri

Il titolo della rassegna “Dall’acciaio all’algoritmo” non è stata una scelta casuale. Da una parte l’acciaio, molecola chimica, tangibile, resistente ed inossidabile, dall’altra l’algoritmo: fluido, mutaforma e sensorialmente impercettibile. Eppure, la bolla di sprint tecnologico all’interno di cui il nuovo ordine mondiale si va via via manifestando necessita una convivenza sostenibile fra questi due elementi, seppur all’apparenza incompatibili.

Marco Taisch, il primo ad intervenire, ha parlato di un’industria 4.0 oramai già sulla via del tramonto. Un tramonto che, con l’avvento di AI, BIM, e algoritmi rischia di trasformarsi in uno spietato processo di selezione naturale per diverse aziende. Dall’altro lato invece, per coloro che il 4.0 lo hanno vissuto sorridendo all’avanzamento “genetico” della propria impresa, questa nuova e spaventosa era di accelerazioni tecnologiche sarà il più efficiente catalizzatore mai visto. Specie nel perfezionamento del processo produttivo.

«Una volta chi rimaneva indietro rimaneva appena poco indietro, ora il divario rischia di diventare davvero incolmabile. Quando sento che la parte meccanica della cultura dell’azienda è ancora forte e prevale sulla parte digitale, quindi sulla progettazione digitale, io penso che quell’azienda lì abbia 5 anni di vita, non di più.»

La posizione di UNACEA

Ma come abbracciare questo binomio meccanico – digitale, quindi manifatturiero – cloudizzato? Lo sa bene UNACEA, l’associazione che rappresenta circa 90 aziende del comparto in Italia, con un fatturato di 6 miliardi di euro e 85.000 lavoratori. La visione che guida il settore è chiara: la macchina non è più soltanto un mezzo d’opera, ma una piattaforma generatrice di dati e servizi.

Come sintetizza il professor Marco Taisch: “Se diventa una piattaforma digitale, ci sono i dati e quindi io devo cominciare a trasformare il mio modello di business. Io non posso più vendere macchine, io devo cominciare a vendere servizi abilitati dalle mie macchine.” È esattamente in questa direzione che UNACEA sta accompagnando le proprie associate: non solo promuovendo il rinnovamento di un parco macchine ancora obsoleto per il 35%, ma spingendo verso una concezione del prodotto industriale in cui il valore non si esaurisce nella vendita, ma si moltiplica nella gestione, nel monitoraggio e nei servizi connessi.

A sinistra Luca Nutarelli, direttore di Unacea. A destra il presidente, Michele Vitulano.

Le parole del Ministero delle Imprese e del Made in Italy

Il quadro normativo europeo e il contesto macroeconomico sono stati al centro del dibattito che ha animato il talk show conclusivo dell’assemblea. Da un lato, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha confermato l’abbandono del vincolo Made in Europe, una clausola introdotta dalla Legge di Bilancio 2026 che avrebbe limitato l’accesso agli incentivi ai soli beni prodotti entro i confini comunitari, escludendo di fatto fornitori tecnologici leader da Giappone, Corea del Sud, Stati Uniti e altri partner storici.

In questo modo si sarebbe andati a creare un paradosso evidente in un settore dove robot industriali, componentistica avanzata e piattaforme software hanno supply chain globali.

Con il Decreto Legge 38/2026 il vincolo è stato eliminato con effetto retroattivo, scongiurando un congelamento degli investimenti che stava già producendo effetti negativi sul mercato. Il nuovo strumento dell‘iper-ammortamento si candida ora a sostenere concretamente la transizione tecnologica del settore, con un orizzonte temporale fino al 2028, aprendo spazio sia al rinnovamento delle linee produttive che del parco macchine.

Sul fronte degli investimenti pubblici, come sottolineato da Stefano Fantacone,le risorse del PNRR continuano ad alimentare i cantieri, anche se il picco espansivo è ormai alle spalle: dopo il +17% del 2024 e il +10% del 2025, per il 2026 si stima una crescita più contenuta intorno al +3,6%.

Lo stato del mercato

Lo stesso Stefano Fantacone, economista e direttore scientifico del Centro Europeo per la Ricerca (CER), ha presentato dati e previsioni con la lucidità di chi sa leggere i numeri senza allarmismi. Il mercato italiano delle macchine per costruzioni – 26.000 unità vendute nel 2025 – sta attraversando una fisiologica fase di assestamento dopo un ciclo espansivo durato otto anni, stabilizzandosi su livelli storicamente elevati.

Ma il dato più interessante non è quantitativo: è qualitativo. La domanda che Fantacone lascia aperta è provocatoria e puntuale: forse quelle poche macchine vendute in meno corrispondono a macchine più tecnologiche, più connesse, più ricche di servizi, e quindi di valore unitario superiore. Un segnale che la transizione digitale non comprime il mercato, ma lo trasforma.

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