C’è un filo che attraversa storie personali, battaglie civili e scelte collettive, e che a Verona ha trovato un nuovo punto di appoggio. La nascita della Cellula Coscioni veronese è stata presentata all’Osteria Ratafià in un incontro pubblico che ha avuto il passo della conversazione lunga e necessaria, più che quello dell’evento politico. A guidarla è stato Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni e da anni una delle voci più riconoscibili delle campagne per i diritti civili in Italia e in Europa.

Cappato ha richiamato il senso profondo dell’azione dell’Associazione partendo da un principio che ne orienta il lavoro fin dalle origini: “Dal corpo delle persone al cuore della politica”. Non un semplice slogan, ma un metodo, nato con Luca Coscioni, malato di sclerosi laterale amiotrofica e capace di comunicare solo attraverso il movimento degli occhi. Fu proprio Coscioni, raccontando la propria condizione, a portare per la prima volta al centro della scena politica europea il tema della libertà di ricerca sulle cellule staminali embrionali, indicando in quella ricerca una possibilità di cura e di speranza, allora come oggi negata in Italia.

Quel divieto, ha ricordato Cappato, non è una questione astratta o ideologica, ma una scelta che produce conseguenze molto concrete. Ancora oggi la ricerca sulle cellule staminali embrionali è impedita, prevedendo fino a due o tre anni di carcere per gli scienziati che la portassero avanti, mentre in altri Paesi europei è pratica scientifica riconosciuta. È il caso della ricerca sul Parkinson condotta in Svezia dalla neuroscienziata Malin Parmar, che ha partecipato più volte a iniziative dell’Associazione Luca Coscioni e che, se aprisse un laboratorio in Italia, rischierebbe il carcere. Una contraddizione che mette in luce la distanza tra il progresso scientifico e l’assetto normativo italiano.

Da qui l’idea di una politica diversa, non costruita sull’appartenenza ideologica o sul marketing elettorale, ma orientata al raggiungimento di obiettivi concreti che incidono sulla vita delle persone in carne ed ossa. Un’idea che si è incarnata anche nella storia di Piergiorgio Welby, malato di distrofia muscolare e protagonista di una battaglia che spesso è stata raccontata in modo distorto.

Welby non lottava per morire, ma per vivere, rivendicando diritti oggi considerati acquisiti – dal voto a domicilio all’accesso agli audiolibri – e chiedendo, quando la sofferenza era diventata insostenibile, di poter interrompere una respirazione artificiale che lo teneva in vita contro la sua volontà. Una scelta allora ostacolata da un codice penale che prevedeva pene severissime per chi avesse aiutato una persona a morire, nonostante il riconoscimento costituzionale del diritto a rifiutare le cure.

È dentro questo orizzonte che si colloca la nascita della Cellula Coscioni di Verona (per informazioni: cellulaverona@associazionelucacoscioni.it), composta da Ilaria Ruzza, rappresentante anche al Coordinamento nazionale, insieme a Isabella Sciarretta e Laura Parotto. Un gruppo che si propone di tradurre sul territorio locale le battaglie storiche dell’Associazione, lavorando sul piano dell’informazione e della partecipazione.

Ruzza ha indicato con chiarezza una delle priorità immediate:”Dare un impulso al testamento biologico, uno strumento previsto dalla legge ma ancora largamente sconosciuto. In Italia solo lo 0,4% delle persone ha depositato le proprie disposizioni anticipate di trattamento, un dato che racconta quanto la possibilità di decidere sul proprio fine vita resti, di fatto, lontana dalla quotidianità delle persone. Per questo vogliamo promuovere eventi informativi dedicati al testamento biologico, per spingere le persone a conoscere questo diritto, a essere informate e a depositare le proprie scelte in modo consapevole”. Accanto a questo lavoro specifico, l’obiettivo dichiarato è quello di appoggiare tutte le battaglie dell’Associazione Luca Coscioni, creando momenti di incontro e di discussione che restituiscano profondità a temi spesso semplificati o rimossi.

Una presenza che non punta a occupare spazi di potere, ma a costruire luoghi di consapevolezza, riportando il discorso sui diritti là dove nasce: nei corpi, nelle storie e nelle scelte delle persone, e solo da lì, nel cuore della politica.

Da sinistra a destra Ilaria Ruzza, Marco Cappato, Laura Parotto e Isabella Sciarretta

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