Le donne e le ragazze del Darfur, in Sudan, chiedono protezione, assistenza e giustizia perché la violenza sessuale è ovunque. Le sopravvissute hanno descritto degli episodi non solo durante i combattimenti, ma anche in contesti quotidiani — sulle strade percorse per sfuggire alle violenze, nelle campagne dove le famiglie coltivano il cibo, nei mercati e nei campi per sfollati — dimostrando come questa pratica si estenda ben oltre le linee del fronte. La violenza sessuale viene utilizzata come arma di guerra e come mezzo sistematico per controllare i civili, in violazione del diritto internazionale umanitario. È quanto emerge dal nuovo rapporto internazionale di Medici Senza Frontiere (MSF) dal titolo «C’è qualcosa che voglio dirti… Sopravvivere alla crisi della violenza sessuale nel Darfur» che con dati medici e testimonianze evidenzia chiari schemi di abusi diffusi e sistematici a sfondo sessuale durante la guerra in Sudan prossima a entrare nel suo quarto anno.

«La violenza sessuale è una componente distintiva di questo conflitto, non limitata alle linee del fronte, ma pervasiva in tutte le comunità», denuncia Ruth Kauffman, responsabile medica di MSF per le emergenze. «Questa guerra si sta combattendo sulla pelle di donne e ragazze. Gli sfollamenti, il crollo dei sistemi di supporto comunitario, la mancanza di accesso all’assistenza sanitaria e le profonde disuguaglianze di genere stanno permettendo a questi abusi di continuare in tutto il Sudan».

Tra gennaio 2024 e novembre 2025, riporta Medici Senza Frontiere, poco meno di quattromila sopravvissute a violenza sessuale si sono rivolte alle strutture dell’organizzazione umanitaria nel Darfur settentrionale e meridionale per ricevere cure. Tuttavia, questo dato, secondo gli estensori del rapporto, rappresenta solo una minima parte del fenomeno poiché molte di loro non riescono a raggiungere in sicurezza le strutture di assistenza.

Una sopravvissuta – riporta MSF – ha descritto la violenza subita mentre fuggiva dalla propria casa:«Ci hanno portate in uno spiazzo. Il primo uomo mi ha violentata due volte, il secondo una volta, il terzo quattro volte. Oltre agli stupri, ci hanno picchiate con dei bastoni e mi hanno puntato le armi alla testa».

Per molti, la minaccia della violenza è ormai parte della vita quotidiana: «Ogni giorno, quando la gente va al mercato, si verificano casi di stupro. Quando andiamo nei campi, succede lo stesso»racconta una donna di 40 anni nel Darfur meridionale anch’essa intervistata da MSF.

In un solo mese, tra dicembre 2025 e gennaio 2026, Medici Senza Frontiere ha individuato altre 732 sopravvissute nei campi profughi intorno a Tawila (Nord Darfur), dove le donne hanno denunciato aggressioni sia durante il viaggio che all’interno dei campi stessi. I centri sovraffollati, la mancanza di sicurezza di base e le condizioni precarie – tra cui punti di rifornimento idrico distanti, aree per l’igiene personale poco sicure e un numero limitato di servizi igienici – hanno ulteriormente aumentato la loro vulnerabilità. 

Nel Darfur meridionale, a centinaia di chilometri dai fronti di combattimento, il 34% delle persone sopravvissute – si legge nel rapporto di Medici Senza Frontiere – ha subito aggressioni mentre lavorava nei campi o si recava nei terreni agricoli, il 22% mentre raccoglieva legna da ardere o era in ricerca di acqua o cibo. 

Nel Darfur meridionale, un sopravvissuto su cinque aveva meno di 18 anni, tra cui 41 bambini di età inferiore ai 5 anni. I dati del rapporto evidenziano, inoltre, modelli di abuso sistematico: uomini armati sono responsabili della maggior parte delle aggressioni.

I capi delle comunità, ostetrici e ostetriche, attivisti e attiviste e le sopravvissute riuniti nei focus group organizzati da MSF hanno chiesto la cessazione immediata della violenza sessuale in tutto il Sudan, esigendo protezione, accesso alle cure e dignità, oltre a giustizia e assunzione di responsabilità.

Se non bastasse, il 2 aprile scorso l’assistenza sanitaria in Sudan è stata colpita al cuore due volte. Un attacco con droni, riporta in un comunicato Medici Senza Frontiere, ha colpito l’ospedale Al-Jabalain nello stato del Nilo Bianco. Uno ha colpito la sala operatoria, il secondo il reparto di maternità causando almeno 10 vittime, tra cui 7 membri del personale medico. L’attacco è ancora più sconcertante poiché avvenuto durante una campagna di vaccinazione rivolta a bambini.

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