Prosegue inesorabile la sequela di disavventure per la Virtus Verona. Questa volta in casa della Pergolettese, nello scontro diretto che avrebbe concesso ai rossoblù l’ultima speranza per conquistare i play-out.

La scorsa settimana qui si Heraldo si parlava di “stagione grottesca”, e la partita di Crema, quasi a farlo apposta, ne è stata l’immagine perfetta. Ora non resta altro che aspettare la matematica retrocessione, al netto di un’irrisoria ed impossibile possibilità di salvezza.

Un match che riflette l’intera annata

Il girone di ritorno della Virtus Verona è stato terrificante: diciassette partite disputate (ne restano due per concludere la stagione), sei pareggi e undici sconfitte. Tredici i goal segnati, ben trentasette quelli subiti.

Il bilancio è dunque di sei punti conquistati in una (quasi) intera metà di campionato. Da ciò emerge una statistica alquanto singolare, che riprende perfettamente le grottesche disavventure che la squadra sta vivendo: la così detta “pareggite virtussina”.

Cinque di questi “X”, infatti, compreso l’ultimo contro i cremaschi, si sono registrati con un punteggio di 2-2: Pro Vercelli, Lecco, Pro Patria, Renate e Pergolettese. E se quelli contro Pro Vercelli e Renate sono arrivati alla fine di reciproci ribaltamenti nel corso dei 90′ minuti, quelli contro Lecco, Pro Patria e soprattutto Pergolettese hanno assunto le sembianze di vere e proprie partite specchio.

2-2 in rimonta: il marchio di fabbrica virtussino

Il doppio match contro Lecco e Pro Patria aveva dato alla Virtus ossigeno e speranza futura. In entrambi i casi, infatti, gli uomini di Fresco si trovavano sotto per 2-0 e con un uomo in più. Da lì è partita, in ambo, le gare una convincente rimonta a certificare due punti che sembravano persi. Entrambe le volte confezionata nei minuti finali. Contro il Lecco con l’ingresso in campo di Zarpellon, a Busto Arsizio con la doppietta di Cernigoi.

Nei due post-partita in questione, specie dopo la sfida del Rigamonti-Ceppi, ciò che riecheggiava maggiormente era il paradosso del “bicchiere mezzo pieno/vuoto”, oltre che della “svolta stagionale”. Bicchiere che, vedendo le prestazioni che hanno seguito, non risultava né mezzo vuoto, né mezzo pieno, ma semplicemente bucato. Così come la fasulla svolta caratteriale all’interno del gruppo.

Nonostante ciò, resta oggettivo che le due partite in questione siano state gli unici sprazzi di una Virtus unita e arrembante, con i denti digrignati e la bava alla bocca alla conquista di punti in chiave salvezza.

E qui si arriva alla gara di Crema dello scorso sabato.

Per la prima volta da inizio stagione la Virtus si è approcciata alla gara come ci aveva abituato fino allo scorso anno. Pressione alta, reparti finalmente stretti (complice l’avanzamento di Toffanin in mediana a legare il centrocampo), ma soprattutto il tanto atteso cinismo sotto porta.

Dopo una seconda parte di stagione in cui il goal subito nei primi dieci minuti era divenuto una costante, la Virtus si trovava in vantaggio per due reti a zero dopo i venti di gioco. Entrambi i goal arrivati da un recupero offensivo nell’ultimo terzo di campo, a certificare un approccio a trazione decisamente anteriore.

Fino al 93′ la Virtus ha dominato la sfida per il lungo e per il largo, sprecando sì più di un’occasione per scrivere Game, Set e Match sulla partita, ma non subendo nemmeno un tiro nello specchio.

Poi, lo psicodramma: 1-2 al 90+3′, 2-2 al 90+6′, con più di qualche responsabilità singola da parte di Sibi.

L’esultanza dopo l’1-0 di Amadio @ph.nicolaguerra / VV

Il paradosso di Crema

“Meglio tardi che mai” è ciò che probabilmente rimbombava nella testa dei giocatori rossoblù per novantatré minuti di gioco. Perché finora, per assaporare quello spirito di genuina spavalderia offerto in queste otto stagioni fra i pro, la Virtus doveva trovarsi in situazione di svantaggio di due reti e con un uomo in più.

A Crema, invece, la rabbia accumulata per l’annata fallimentare sommata ad una spasmodica ricerca dei tre punti, avevano portato la Virtus ad affrontare i diretti avversari ringhiando e scalciando su ogni palla.

Ma nonostante l’atteggiamento adottato fosse finalmente quello richiesto a gran voce dalla società in questi ultimi mesi, la paura di agire piuttosto che di sopravvivere ha sciolto la Virtus come neve al sole. Nell’unica gara degna di una formazione professionistica con l’obiettivo primo di salvarsi, la Virtus, la rimonta, invece che metterla in atto è finita per subirla.

Un paradosso calcistico perfettamente emblematico. Un paradosso che premia chi, come la Pergolettese, non ha dovuto aspettare la terzultima sfida del campionato per dimostrare che smettere di lottare sia l’atteggiamento più ignobile che possa esistere nello sport. E che quindi, per la legge del contrappasso, affossa la formazione che si è resa conto troppo tardi del fallimento senza precedenti a cui si stava auto-condannando.

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