Il 24 febbraio 2022 doveva essere l’inizio di una campagna breve. A Mosca si parlava di “operazione speciale”, di pochi giorni per cambiare l’Ucraina e ristabilire l’ordine nello spazio post-sovietico. Quattro anni dopo, la promessa di rapidità si è trasformata in un conflitto che ha superato per durata la guerra dell’Unione Sovietica contro la Germania nazista.

Il paragone storico è inevitabile — e per il Cremlino scomodo. Nel 1945 l’Armata Rossa arrivò a Berlino; nel 2026, dopo quattro anni di combattimenti e perdite enormi, la Russia controlla circa il 19% del territorio ucraino, includendo la Crimea. Non ha conquistato interamente il Donbass, non ha imposto un cambio di regime a Kyiv, non ha spezzato la volontà politica dell’Ucraina.

La guerra non è finita. Ha già trasformato la Russia.
Oggi il confronto non si svolge soltanto sul campo di battaglia, ma anche nel modo in cui il conflitto viene raccontato e negoziato.

Il negoziato come leva strategica

Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, a Washington è riemersa l’idea di un accordo rapido. Si parla di nuovi colloqui, di possibili vertici tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky, di “finestre di opportunità” che si aprirebbero nelle prossime settimane.

Al centro di questa fase c’è Steve Witkoff, inviato speciale della Casa Bianca e uomo di fiducia del presidente. Non è un diplomatico di carriera né uno specialista della Russia. È un imprenditore immobiliare chiamato a gestire uno dei dossier geopolitici più complessi del momento. Negli ultimi mesi è stato più volte a Mosca, incontrando Putin in colloqui descritti come “costruttivi” e lasciando trapelare ottimismo sulla possibilità di un vertice diretto.

Il problema è che, per il Cremlino, il tavolo non serve a chiudere il conflitto, ma a guadagnare tempo.

Le richieste russe restano massimaliste: riconoscimento delle annessioni, ritiro ucraino dalle aree ancora contese del Donbass, garanzie di neutralità. Condizioni che Kyiv non può accettare senza compromettere la propria legittimità politica. Insistere su questi punti consente a Mosca di dichiarare di aver “offerto la pace”, mentre la pressione militare prosegue.

Accanto alla dimensione diplomatica si muove quella strategica della percezione. Putin lavora da quattro anni per affermare un’idea: la vittoria russa sarebbe inevitabile. La Russia è più grande, dispone di più uomini e più risorse, può combattere più a lungo. Se questa convinzione si consolida, l’unica opzione considerata “realistica” diventa spingere Kyiv a cedere.

Il messaggio non è rivolto soltanto all’Ucraina. È indirizzato anche alle opinioni pubbliche occidentali. Se il conflitto appare già deciso, il sostegno militare e finanziario diventa politicamente più difficile da giustificare. In questo senso la costruzione della narrativa è parte integrante della strategia del Cremlino.

Sul terreno, però, i dati raccontano un quadro meno lineare. I progressi russi restano lenti e costosi; nel 2025 Mosca ha conquistato meno dell’1% del territorio ucraino. Episodi amplificati come la presunta presa di Kupjansk — smentita pochi giorni dopo con immagini diffuse da Kyiv — mostrano quanto la dimensione informativa sia ormai parte strutturale del conflitto.

Il negoziato esiste. Ma, almeno per ora, è uno strumento di gestione del tempo e delle aspettative, non il luogo in cui si decide la pace. Molti analisti con cui ho parlato non prevedono un accordo nel 2026. L’ex premier russo Mikhail Kasyanov non esclude del tutto questa possibilità, ma a una condizione precisa: una pressione coordinata e costante di Stati Uniti ed Europa capace di colpire in modo sistematico le risorse finanziarie che alimentano lo sforzo bellico. Senza questa leva, il tavolo rischia di restare soprattutto un palcoscenico.

La Russia trasformata

Quattro anni di conflitto hanno ristrutturato la Russia attorno a un unico baricentro: la guerra.

Secondo valutazioni attribuite all’intelligence tedesca — confermate anche da diversi economisti russi indipendenti — circa la metà del bilancio statale è oggi legata direttamente o indirettamente a spese militari e di sicurezza. La crescita del PIL nel 2025 si è attestata attorno all’1%, sostenuta quasi esclusivamente dalla produzione bellica.

Non si è verificato un collasso. Ma si è affermato un modello di sviluppo “a usura”: inflazione persistente, carenza di manodopera, tassi di interesse elevati, pressione fiscale in aumento. Da gennaio 2026 l’IVA è salita al 22%. In molte regioni piccole imprese, panifici, negozi e ristorazione lavorano ai margini della sostenibilità. Il boom salariale legato alle commesse militari si è esaurito; i prezzi continuano a salire.

A questa riconversione finanziaria corrisponde un consumo massiccio di capitale umano.

Secondo un alto funzionario NATO, le perdite russe superano 1,3 milioni tra morti e feriti. Le stime indipendenti di BBC e Mediazona — basate su elenchi nominativi verificati — collocano i caduti in un intervallo tra 267.000 e 385.500. Sono cifre difficili da certificare con precisione assoluta, ma indicano un livello di sacrificio umano senza precedenti nella Russia post-sovietica.

Sul fronte, anche blogger militari filo-Cremlino descrivono rotazioni inesistenti e quelli che chiamano “assalti di carne”: attacchi frontali di fanteria senza adeguato supporto, condotti a costo umano altissimo. La guerra non è solo lunga. È logorante. E il costo non sembra incidere sulle scelte strategiche del Cremlino.

Controllo quasi totalitario

Se l’economia è stata riorganizzata attorno allo sforzo bellico, il sistema politico si è irrigidito in modo ancora più radicale.

Foto da Unsplash di Dmytro Tolokonov

Organizzazioni indipendenti come Memorial e OVD-Info indicano che il numero dei prigionieri politici ha superato le mille unità, con un incremento costante negli ultimi due anni. Le incriminazioni per “false informazioni sull’esercito” o “screditamento delle forze armate” si sono moltiplicate. Giornalisti, attivisti, semplici cittadini sono stati condannati a pene detentive per post, commenti o dichiarazioni pubbliche.

Le leggi sugli “agenti stranieri” e sulle “organizzazioni indesiderate” si sono ampliate fino a colpire media, ONG, università, progetti culturali. Molte realtà hanno chiuso. Altre operano dall’esilio.

Parallelamente si è intensificato il controllo culturale. Concerti annullati, spettacoli rimossi, libri ritirati. Autori considerati “non patriottici” perdono sale e finanziamenti, mentre artisti allineati ricevono visibilità e sostegno statale. La cultura diventa terreno di selezione politica.

L’educazione è sempre più militarizzata. Nelle scuole e negli asili si rafforzano programmi di “educazione patriottica”. Il Ministero dell’Istruzione ha annunciato la creazione di un elenco ufficiale di giochi e giocattoli per gli asili, conformi ai “valori tradizionali” e destinati a trasmettere storia, simboli e identità nazionale. Anche l’infanzia entra nel perimetro della mobilitazione.

L’accesso all’informazione si restringe. Migliaia di siti sono stati bloccati. Le VPN vengono ostacolate. Piattaforme digitali indipendenti subiscono limitazioni. YouTube e Telegram, oltre a essere spazi informativi, erano anche ecosistemi economici e culturali: la loro compressione riduce opportunità e aumenta l’isolamento.

La Russia non è formalmente uno Stato totalitario nel senso storico del termine. Ma molti elementi — centralizzazione del potere, repressione sistematica del dissenso, controllo capillare dell’informazione, mobilitazione ideologica — richiamano dinamiche che l’Europa associa alle fasi più rigide del periodo sovietico.

La guerra non è più solo uno strumento della politica. È diventata parte integrante del sistema di potere.

La tensione silenziosa

Anche tra i sostenitori della guerra si avvertono segnali di logoramento. Secondo dati diffusi dalle autorità, oltre 160.000 combattenti sono già rientrati dal fronte — solo una parte di coloro che torneranno nei prossimi anni. Il Cremlino li presenta come una “nuova élite”, simbolo di sacrificio e patriottismo. Ma nella percezione diffusa l’immagine è più ambigua. Molti sono partiti attratti da compensi elevati; altri provengono dal sistema carcerario e hanno ottenuto la libertà firmando un contratto militare. Nelle conversazioni private non è raro sentire commenti severi: “sono andati a uccidere per soldi”.

Inchieste indipendenti hanno documentato circa un migliaio di procedimenti penali che coinvolgono reduci accusati di reati violenti. Non è ancora un fenomeno fuori controllo, ma ha già contribuito a creare in alcune regioni un clima di paura e diffidenza. Con decine di migliaia di combattenti ancora da reintegrare, il tema non è marginale.

Foto da Unpsplash di Alexander Smagin

Parallelamente cresce una stanchezza più ampia. Secondo il Levada Center, il 66% dei russi si dichiara favorevole a negoziati — ma “alle condizioni della Russia” — mentre solo il 26% sostiene la prosecuzione della guerra. È il livello più basso registrato dall’inizio dell’invasione.

L’entusiasmo mobilitante del 2022 si è attenuato. Anche tra chi aveva sostenuto l’intervento emergono domande che fino a poco tempo fa restavano implicite: perché dopo quattro anni gli obiettivi dichiarati non sono stati raggiunti? Perché la promessa di una vittoria rapida si è trasformata in una guerra senza fine? Perché, se la Russia sta avanzando, la vita quotidiana diventa più difficile?

Non si tratta di un’opposizione organizzata, ma di un logoramento progressivo del consenso.

Per chi è contrario alla guerra, la condizione è ancora più complessa. Esporsi comporta rischi concreti. Molti scelgono il silenzio consapevole, una forma di emigrazione interiore: si ritirano dallo spazio pubblico, evitano discussioni, vivono in una tensione costante. Tra gli oppositori si parla apertamente di depressione e di perdita di prospettiva.

Eppure, anche in questo clima, esistono gesti che richiedono coraggio. Dopo bombardamenti particolarmente gravi in Ucraina, compaiono di notte fiori e candele davanti a monumenti legati alla cultura ucraina o in luoghi simbolici. Chi li depone sa di rischiare controlli e conseguenze. Sono segni discreti, ma indicano che sotto la superficie del consenso permane una frattura morale.

Questa tensione non è ancora esplosa. Ma si accumula — e resta difficile prevedere dove, e in quale forma, potrà trovare uno sbocco.

L’Ucraina dopo quattro anni

Se l’obiettivo dichiarato del Cremlino era “demilitarizzare” l’Ucraina, l’esito appare paradossale.

L’esercito ucraino è oggi più esperto, più integrato nei sistemi occidentali e più autonomo sul piano tecnologico rispetto al 2022. Ha accumulato esperienza operativa su larga scala, sviluppato una filiera nazionale nella produzione di droni e consolidato capacità che quattro anni fa non possedeva. L’Ucraina non è stata smantellata militarmente. È diventata una forza armata moderna, capace di adattarsi.

Sul piano politico e simbolico, Kyiv ha smentito una delle narrazioni centrali del Cremlino: quella di uno “Stato fallito”, artificiale, destinato a dissolversi. Non è accaduto. L’Ucraina ha difeso la propria statualità e la propria identità nazionale.

La società è stremata, ma non piegata. Secondo il Kyiv International Institute of Sociology, il 65% degli intervistati a fine gennaio 2026 si dichiara pronto a sostenere la guerra “per tutto il tempo necessario”, nonostante un inverno segnato da attacchi contro le infrastrutture energetiche e temperature estreme. L’88% ritiene che quei bombardamenti mirino a forzare una capitolazione politica.

Ci sono stanchezza, tensioni interne, scandali e difficoltà economiche. Ma non si è verificato il collasso previsto a Mosca. L’Ucraina ha retto.

Kyev – Foto da Unsplash di Eugene

Il dopo, quando arriverà

L’invasione dell’Ucraina ha cambiato in profondità la traiettoria della Russia. Non solo sul piano militare, ma nella struttura stessa del potere.

In quattro anni lo Stato si è irrigidito: il potere si è concentrato ulteriormente, il dissenso è stato ridotto al minimo, l’economia si è adattata a uno sforzo bellico prolungato. La guerra non è più soltanto una scelta di politica estera. È diventata parte del funzionamento interno del sistema.

Molti osservatori ritengono che l’economia, nel tempo, potrebbe essere in qualche modo riorganizzata. Più difficile appare la trasformazione politica. L’assetto attuale si è consolidato attorno alla leadership di Vladimir Putin. Finché questo quadro resterà invariato, cambiamenti sostanziali appaiono improbabili.

Anche dopo un eventuale cambio al vertice, una trasformazione non sarebbe immediata. Servirebbe una fase di transizione, complessa e incerta. I sistemi costruiti sulla concentrazione del potere non si smontano rapidamente.

La questione, dunque, non è soltanto quando finirà la guerra. È se e quando la Russia sarà in grado di tornare a una normalità europea — e a quali condizioni.

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