Luca Ward e “il talento di essere tutti e nessuno”
L'attore e doppiatore Luca Ward sarà al Capitan Bovo giovedì 19 febbraio con il suo nuovo spettacolo. L'intervista.

L'attore e doppiatore Luca Ward sarà al Capitan Bovo giovedì 19 febbraio con il suo nuovo spettacolo. L'intervista.

Giovedì 19 febbraio il Teatro Capitan Bovo di Isola della Scala ospita “Il talento di essere tutti e nessuno”, spettacolo del doppiatore e attore Luca Ward. Si tratta di una delle voci più iconiche, che ha dato italianità a Pierce Brosnan, Russell Crowe, Hugh Grant, Samuel L. Jackson e molti altri. Conosciutissimo per “Il Gladiatore”, Ward affronterà lo spettacolo scritto da Luca Vecchi in modo fortemente interattivo, coinvolgendo il pubblico ed emozionandolo con retroproiezioni di immagini e video che intrecciano memoria, emozione e racconto personale. I biglietti sono acquistabili presso la biglietteria del Teatro Capitan Bovo e online con diritto di prevendita dal sito www.capitanbovo.it.
Ward, innanzitutto su cosa sta lavorando in questi giorni?
«Ah, guardi, su un miliardo di cose (ride, ndr)… film, doppiaggi, radio. Lavoro in tanti settori.»
Al Capitan Bovo di Isola della scala, giovedì prossimo, porterà lo spettacolo “Il talento di essere tutti e nessuno”. L’assonanza con la sua autobiografia del 2021 è palese. Qual è il focus dello spettacolo?
«Innanzitutto, ci tengo a precisare che non si tratta di un monologo. I monologhi sono lontani dalla mia idea di teatro. Questo è un incontro con il pubblico, che diventa parte attiva dello spettacolo, naturalmente su base volontaria. Farò doppiare a chi vuole alcune grandi scene di film famosi. Insegnerò come essere cattivi per finta, perché in televisione interpreto solo i cattivi, mai i buoni. Non si capisce bene il motivo, ma meno male che ci sono i cattivi, altrimenti sarei disoccupato. Interpretare il cattivo è difficile, mentre il ruolo del buono può farlo chiunque: basta un paio di sorrisi. I cattivi si diventano, attraverso esperienze, incontri, e molte strade percorse. Per questo è fondamentale comprenderne le motivazioni. Quando i cattivi sono scritti bene, interpretarli è semplice. Il problema nasce quando sono scritti male, senza una motivazione chiara. Anni fa partecipai a uno sceneggiato televisivo in cui doppiavo un magistrato che ce l’aveva con la protagonista, una poliziotta. Ma non c’era un vero motivo, e il cattivo non si fa solo aggrottando le sopracciglia. «Il silenzio degli innocenti» parla chiaro: Anthony Hopkins, mentre sorrideva, diceva cose terribili.»
Sì, viene in mente anche “IT”, soprattutto lo sceneggiato degli anni Ottanta in cui il pagliaccio della situazione appariva anche meno malvagio rispetto a come è stato poi interpretato nelle versioni più recenti. Ma alla fine risultava anche più inquietante proprio per questo motivo.
«Sì, ma infatti, guardi, sceneggiare dei personaggi e renderli credibili non è una cosa semplice. Non è che lo possono fare gli youtuber, senz’altro.»
Chiarissimo. E invece, frequentando il mondo dello spettacolo a vari livelli, ritiene che ci siano tante persone che hanno il talento di essere tutti e nessuno e le sembra un atteggiamento sensato, visto il mondo di riferimento, o per lo più negativo?
Ho trascorso la mia vita nelle sale di doppiaggio, in un’epoca in cui entrare in uno studio era una vera impresa. Spesso interpretavo ruoli diversi ogni giorno senza alcuna preparazione preventiva. Non mi mostrano mai il film in anticipo. Arrivo in sala e mi dicono: “Guarda, questo è un soldato romano… alla fine muore”. E devo cavarmela da solo. Un tempo il doppiaggio era un’eccellenza straordinaria, oggi purtroppo lo è meno, soprattutto perché si corre troppo. Io parto sempre dal presupposto del talento, dell’essere tutti e nessuno, perché alla fine interpreto così tanti ruoli… un giorno posso doppiare Pulp Fiction, poi 007, poi Hugh Grant, tutto nella stessa giornata. Non è affatto una passeggiata. Per quanto riguarda gli YouTuber, non sono contrario a certe realtà; a volte emergono veri talenti. Quando vedo ragazzi che sperimentano, sono sempre favorevole. Ma spesso si confonde il numero di follower con la bravura, e questo non va bene, perché non è assolutamente accettabile. Un tempo ci chiedevano il curriculum e lo aggiornavamo con cura, oggi ti chiedono quanti follower hai. Mi sembra che siamo un po’ scesi troppo in basso.
Diciamo che il talento non è necessariamente proporzionale ai numeri…
«Io faccio sempre l’esempio di Fiorello, di Rosario. Io ero un istruttore di vela, lui un animatore, però abbiamo fatto un percorso più o meno simile. E quello è un talento vero. Io me lo ricordo, era un ragazzino giovanissimo in Puglia e aveva un sacco di idee. Tanto che io gli dicevo, “scusa, ma tu devi fare l’attore”. Poi lui l’attore non l’ha mai voluto fare, però era geniale. Quindi, ecco, possono accadere queste cose, per carità. Ed è bello che accadano poi, no? Poi Fiorello è una persona che ha riempito le nostre serate e spero che lo faccia ancora per molto tempo.»
Lei è conosciuto moltissimo come doppiatore. Nello specifico, alcuni degli attori a cui ha prestato la voce sono Keanu Reeves, Russell Crowe, Pierce Brosnan, Samuel Jackson. Con quale si sente più affine e perché, eventualmente?
«Sono stato molto fortunato nella mia carriera perché americani e inglesi mi hanno scelto per dare voce in Italia alle loro grandi star. Ogni attore è diverso, e questa diversità rappresentava la sfida più grande. Inoltre, non siamo noi doppiatori a decidere chi doppiare: facciamo provini vocali che vengono inviati a Los Angeles, Londra, Parigi, Madrid, dove registi e attori scelgono. Essere camaleontico è stato l’insegnamento fondamentale quando il doppiaggio era una vera eccellenza. Ricordo “Il Gladiatore”, film che mi ha fatto conoscere. Una volta, entrando in una banca a Miami, sentii una signorina accendere il computer e pronunciare “Al mio segnale, scatenate l’inferno”. Ero a Miami, ma lei mi spiegò che gli americani preferiscono guardare film sull’antica Roma doppiati in italiano con sottotitoli, perché un soldato romano che parla inglese non convince.»
Al di là de “Il Gladiatore”, che immaginiamo le sia piaciuto proprio come film, ci sono stati altri film che ha doppiato che le sono piaciuti particolarmente?
«Beh, guardi, sicuramente “Pulp Fiction” e “Jackie Brown” sono stati due film pazzeschi. Lì la sfida era altissima. Tanto che quando io arrivai in sala parlai con il direttore Pino Colizzi, un gigante del teatro italiano, del mio dubbio sulla mia riuscita nel doppiaggio di quei film. Lui mi ha guardato, si è fatto una risata e mi ha detto. “Se sei qui, un motivo c’è”. Per cui quelle sono state sfide grandiose. “Jackie Brown” è un film pazzesco, “Pulp Fiction” è un film che credo sia irripetibile. Non mi scorderò mai alla prima all’Adriano di “Pulp Fiction” quando Lina Wertmüller, che non era amante del doppiaggio (come molti in Italia, purtroppo), ci ha battuto le mani alzandosi in piedi, chiedendo poi: “chi sono gli attori che hanno prestato la voce a questo film?”. E noi che pensavamo…”adesso ci manda affanculo”. E invece no, ci ha battuto le mani.»

E ha mai conosciuto Tarantino? Visto che abbiamo parlato di due suoi film…
«Al telefono. Perché lui ha seguito tutto il doppiaggio di “Pulp Fiction” dagli Stati Uniti, infatti noi lavoravamo la sera. Lui l’ha seguito quasi tutto in diretta. Mi ha chiesto se ero di colore. E io gli ho detto: “sì, naturalizzato di Ostia”.»
Quali tra gli attori da lei doppiati ha conosciuto? Che tipo di riscontro ha avuto?
«Sì, Gerard Butler. C’è un film bellissimo di Gerard Butler che io ho amato profondamente per la sceneggiatura, che è “Giustizia Privata”. La sceneggiatura di quel film è pazzesca. E mi piace anche come produttore. Butler si autoproduce i suoi film, quindi questo la dice lunga sull’indipendenza di quest’attore.»
E altri invece che ha conosciuto che le hanno dato particolari… good vibrations?
«Tutti. Brosnan mi dice sempre “Brilliant”. Lui poi è un gran signore. È un uomo fantastico, e un padre meraviglioso. Lui perse la moglie quando era in pieno fermento della sua carriera. Pensi che quest’uomo si è cresciuto i figli senza portare una donna in casa per tantissimi anni. Un uomo con la U maiuscola, di quelli veri.»
Invece, prima le ho citato alcuni attori che lei ha doppiato molto spesso, Keanu Reeves, Russell Crowe, eccetera. Ma c’è qualche attore che ha doppiato poco che lei è rimasto particolarmente nel cuore? Anche ovviamente a causa del film su cui ha lavorato, magari.
«Sì, sì, Dennis Quaid. Il film è “The Horseman”. È molto bello. Pensi che sulla scena finale il direttore, che era sempre Pino Colizzi nell’ultimo film che lui ha diretto, si rifiutò di farmela rifare. Si tratta di una scena drammaticissima e io, per la prima volta nella mia carriera, ho inciso quella scena lunghissima piangendo come l’attore. Quello è un film che mi è rimasto nel cuore e quell’attore ce l’ho nel cuore. Io l’ho doppiato in forse sette, otto film e mi è sempre piaciuto tanto. È un bellissimo film che ha avuto poco successo un po’ per il titolo perché, sai, agli italiani non piacciono i titoli inglesi.»
Che tipo di cambiamento ha vissuto il doppiaggio e che impatto avrà eventualmente l’intelligenza artificiale?
«Il doppiaggio, un tempo, era affidato agli attori di teatro, considerati la scelta imprescindibile per svolgere questo lavoro con maestria. L’arte dell’interpretazione si apprende sui palcoscenici, non certo al cinema, e questo conferiva al doppiaggio un livello di professionalità elevatissimo. Con il passare degli anni, però, tutto è cambiato. Un tempo doppiavamo tutti insieme: se in una scena c’erano cinque personaggi, ci si ritrovava al leggio in cinque. Oggi invece ognuno registra la propria traccia da solo, una pratica adottata da almeno vent’anni, che dice molto sul cambiamento del mestiere. Io, Francesco Pannofino, conosco perfettamente chi sono e come interpreto, ma i giovani attori spesso mi sono sconosciuti, il che rende tutto più complicato. Il doppiaggio fatto in gruppo conferisce al film un’armonia sonora perfetta, mentre lavorare su tracce separate può generare dissonanze percepibili dal pubblico. Inoltre, spesso i doppiaggi vengono realizzati da società diverse; non è detto che, pur essendo l’Italia un’eccellenza nel doppiaggio, tutte le realtà siano altrettanto valide. Esistono aziende molto qualificate, ma anche altre meno serie, come si dice, “scappati di casa”. Personalmente non temo l’intelligenza artificiale, ma sono preoccupato per le multinazionali e le loro scelte future. Credo che l’interpretazione umana, arricchita dalla propria vita, dal proprio percorso di uomo o donna, sia qualcosa di irripetibile dall’intelligenza artificiale. I tuoi dolori, le tue gioie, le sconfitte, le vittorie, aver viaggiato, incontrato centinaia di migliaia di persone, scambiato opinioni magari in una birreria o in un porto: tutto questo è unico e insostituibile. Tuttavia, siamo noi a decidere cosa vedere e come ascoltare. Ritengo fondamentale governare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, perché, sebbene possa rappresentare un’opportunità in alcuni ambiti, potrebbe rivelarsi devastante e pericolosa in molti altri.»
Quale tipologia di doppiaggio preferisce?

Oggi è cambiato tutto. Le serie televisive ormai sembrano veri e propri film. Inoltre, molti grandi attori si sono avvicinati alla televisione, anche perché il cinema, devo ammettere, ultimamente manca di idee originali. Questo fenomeno è in parte dovuto alle piattaforme digitali. Mi chiedo perché negli ultimi anni non sia emerso un regista, un autore o un’attrice di rilievo. C’è una netta differenza tra TV e cinema: oggi si guarda troppo al mercato e troppo poco al futuro, a ciò che davvero vogliamo raccontare. Nei film si fa un uso eccessivo dell’intelligenza artificiale, e alla fine questo finisce per deludere il pubblico, che non manca di farlo notare.
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