La cultura «non è aver letto libri, è aver lavorato per capire»[1]. Così Goffredo Parise (1929-1986), autore e reporter vicentino, si confessa al suo amico Raffaele La Capria, che nel 2008 lo ricorda a quasi vent’anni dalla sua scomparsa.

Parise fu autore, partigiano, Premio Strega nel 1982, reporter ed elegante polemista della società italiana post-boom economico. Aperto anticonformista, intellettuale, autore “realista”, era tormentato dal mondo burocratizzato e tecnologizzato che a suo avviso – come ricorda La Capria – stava trasformando gli uomini in automi uccidendo i sentimenti.

Parise vede da vicino la guerra e le dittature; suoi i reportage dal Vietnam e dal Cile di Pinochet per il Corriere della Sera. A metà degli anni ’70, sempre per il Corriere, avvia una rubrica in cui dialoga con i lettori alla ricerca di «lettere vere, libere, intelligenti e sofferte», rivestendo di raffinatezza quello che è un attacco aperto alla società capitalistica e consumista, senza però cadere in false illusioni, rinunciando ad esempio al comunismo e criticando i paesi socialisti dove «non ci sono inflazioni, delitti, sequestri, lì c’è il silenzio e l’obbedienza […] in una sola parola, la dittatura».

Nella società odierna, affamata di intellettuali veri, così vicina a un collasso da sovrabbondanza di informazioni, schiava delle immagini e spesso autoreferenziale, recuperare un personaggio come Goffredo Parise diventa un toccasana.

Nelle sue appassionate risposte sul Corriere, pubblicate da Adelphi nel volume Dobbiamo disobbedire, Parise riconosce il ruolo di pedagogo alla figura dello scrittore, che «diventa automaticamente, lo voglia o no»[2] scrive, «un “maestro” con tutte le responsabilità che ne derivano»; un maestro che – e qui Parise cita Giangiorgio Galante di Schio – rischia di macchiarsi di una colpa gravissima, quella di «aver contribuito a dissestare le strutture etiche della società senza aver saputo crearne di nuove».

La risposta, la “soluzione” intravista da Parise e proposta nella forma di una lucidissima analisi, è una povertà sui generis, vista come concettuale opposto del cieco e inconsapevole consumo, un «conoscere le cose per necessità» contro un’Italia consumistica che compra e basta, divenuta una «bottega di stracci non necessari […] costosissimi e obbligatori» e contro quel nuovo fascismo senza storia di cui scrive Pasolini.

L’intellettuale Parise scava nei meccanismi di una società già divisa tra cultura classica e modernità, spaccata dal mezzo televisivo che nei decenni a venire avrebbe continuato a deformare la rappresentazione di sé degli italiani e che per Parise spinge all’obbedienza e all’imitazione. A una donna che chiede consigli su quali libri far leggere ai figli restii alla lettura, egli rifiuta una facile risposta per quei giovani «imprigionati fra due scuole: una ancora umanistica ma estemporanea (il liceo) che li annoia con i suoi programmi decrepiti e soprattutto con la sua intellettualità: e un’altra non umanistica (la televisione) che li affascina con i suoi programmi-fantasma, tutti attuali».

La prima scuola è quella che si occupa dell’uomo; la seconda, per Parise, si preoccupa di quell’immagine dell’uomo, la stessa che oggi domina il mondo dei social.

L’intellettualismo ideologico e privo di contenuti non è dunque la risposta. Così, mentre ricorda all’amico La Capria che la cultura non sta nell’aver letto quei libri ma nel capirli, Parise ribadisce la sua preoccupazione, il timore verso quei “cretini-intelligenti”, anche qui, forse, anticipando la nostra epoca di informazioni fluttuanti in cui tutti credono di essere informati ma in cui pochi, pochissimi si fermano a pensare.

[1] R. La Capria, Finnegans n.14, Il mio amico Goffredo Parise, 12/2008

[2] Le citazioni sono tratte da G. Parise, Dobbiamo disobbedire, Adelphi, 2013

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