Si chiede spesso: che cos’è l’ecoansia? È la preoccupazione profonda per un futuro che appare sempre più incerto, condizionato dagli effetti del cambiamento climatico e del degrado ambientale. È la paura di non avere “un domani”, come se il mondo così com’è potesse non offrirci più un posto sicuro in cui vivere.

Per molti, l’ecoansia nasce come sensibilità verso la natura fin dall’infanzia: l’osservazione delle stagioni, la cura di piante e animali, l’esperienza di territori rurali o montani. È un apprendimento lento, costruito passo dopo passo. Ma poi arriva la consapevolezza che qualcosa non va, che quegli equilibri sono fragili e stanno cambiando in fretta. Quando quegli alberi che ricordavi in autunno con foglie dorate restano verdi o restano spogli troppo presto; quando il meteo ripropone eventi estremi, tempeste o siccità, in luoghi che non li conoscevano; quando in un quotidiano fatto di articoli su incendi, scioglimenti dei ghiacciai, inondazioni e ondate di calore, senti che il mondo intorno a te vacilla. Allora l’ecoansia non è più astratta: diventa angoscia personale, dolore, domanda notturna sul senso delle tue scelte, sul futuro che pensavi di costruire.

Eppure, quell’ansia può essere qualcosa di diverso da un peso paralizzante: può essere un motore. Perché i rischi da climate change non sono distanti. Secondo la World Health Organization (WHO), fra il 2030 e il 2050 il cambiamento climatico potrebbe causare circa 250.000 morti aggiuntive all’anno, a causa di stress da calore, malnutrizione, malattie infettive e crisi idriche.

A fianco di questi dati, però, ci sono anche risultati reali che mostrano come la mobilitazione internazionale e le scelte politiche possano fare la differenza. La riduzione dell’uso di sostanze che distruggono lo strato di ozono, grazie al Protocollo di Montreal, ha già invertito una tendenza gravissima negli anni Ottanta e Novanta. Il buco nell’ozono continua a restringersi: nel 2025 l’area di massima estensione è risultata la più piccola dal 2019.

Ancora: secondo dati recenti della European Environment Agency, l’inquinamento da ozono (O₃) e particolato continua a causare decine di migliaia di morti premature ogni anno in Europa, un dato che mostra quanto le nostre scelte quotidiane, in tema di mobilità, energia e consumo, abbiano effetti immediati sulla salute.

Quando crediamo che “non vale la pena investire, progettare, avere un figlio” perché “non ci sarà un domani”, stiamo già cedendo il passo a quel senso di impotenza che altri vogliono. Ma se smettiamo di pensare all’ambiente come a un piccolo tema marginale per “fricchettoni”, e lo consideriamo come il fondamento delle nostre scelte quotidiane (personali, professionali, collettive) allora l’ecoansia può trasformarsi in determinazione. In pressione politica, in radar sociale, in decisioni consapevoli. Non tutti diventeranno attivisti, ma anche gesti piccoli (trasporti, consumo, partecipazione, partecipazione civica) possono pesare.

Siamo in un’età dove l’umanità dispone di mezzi tecnologici, infrastrutturali, economici per affrontare la crisi ambientale. Abbiamo già dimostrato di saper correggere direzioni gravi e possiamo farlo ancora. Quello che serve è la volontà, e la coscienza civica capace di esercitarla ogni giorno. Non è pessimismo, è realismo. E l’ecoansia, se accolta con lucidità, può diventare un monito, non per rinunciare al futuro, ma per conquistarne uno più giusto.

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