Qualcuno ricorderà, nelle manifestazioni degli anni Settanta, lo slogan “Fuori la NATO dall’Italia, fuori l’Italia dalla NATO”. Se allora quella frase, gridata dai gruppi extraparlamentari di sinistra, era solo una provocazione ideologica, oggi potrebbe diventare una prospettiva concreta. Le parole di Donald Trump nei confronti dell’Europa, insultanti più che maleducate, non lasciano dubbi. Peraltro anche i presidenti americani precedenti, pur con toni più edulcorati, esprimevano lo stesso concetto: il “Vecchio Continente” deve smetterla di fare lo “scroccone” della potenza statunitense. L’Europa deve cavarsela da sola in materia di difesa armata e ridurre l’avanzo commerciale verso gli USA.

L’occasione per l’Europa di voltare pagina

Perché non cogliere la palla al balzo? Questa è l’occasione per l’Europa di sganciarsi da ottant’anni di vassallaggio americano e conquistare una vera autonomia geopolitica. C’è una dovuta riconoscenza verso gli Stati Uniti che, ottant’anni fa, assieme all’Unione Sovietica, liberarono l’Europa dal nazifascismo al prezzo del sangue di numerosi soldati americani, inglesi, australiani, russi e tanti altri, senza dimenticare il contributo dei partigiani italiani. Ma per quanto ancora deve durare questa riconoscenza? Non è stata forse già ripagata da una subordinazione pluridecennale agli ordini di Washington?

Dopo il crollo del Muro di Berlino nel 1989 e la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, con lo scioglimento del Patto di Varsavia, si sarebbe potuta sciogliere anche l’Alleanza Atlantica. La NATO, invece, si è progressivamente allargata verso est, inglobando quasi tutti i Paesi ex sovietici. Inoltre, con la partecipazione anche di militari italiani, è intervenuta con bombardamenti in ex Jugoslavia (1999), Iraq, Afghanistan e Libia. Per difendere l’Europa o per assecondare gli interessi americani? Senza contare che l’Italia ospita sul proprio territorio basi USA con ordigni nucleari, su cui non ha alcun controllo.

Aumento delle spese militari per difendersi da chi?

Trump ha imposto ai Paesi europei, senza discussione, l’aumento delle spese militari dal 2% al 5%. Per difendersi da chi, dalla Russia? Quanto accaduto negli ultimi anni ha dell’incredibile. Con Mosca, l’Europa aveva ottimi rapporti commerciali: materie prime ed energia in cambio di manufatti. Poi, con la guerra in Ucraina, contraria agli interessi europei, la Russia è diventata improvvisamente un pericoloso nemico.

Trump, a differenza del suo predecessore, si è prontamente sganciato dal conflitto, lasciando agli europei il costo della guerra per spartirsi, in affari con Putin, le risorse ucraine. Le armi fornite a Kiev sono in gran parte acquistate dagli USA, così come il costoso gas americano ha sostituito quello russo, più conveniente. Che senso ha, per i Paesi europei, continuare a inviare armi all’Ucraina per alimentare una guerra impossibile contro la Russia, mentre Putin e Trump si ritrovano grandi amici e “soci in affari”? L’UE sta facendo la figura della “cornuta e mazziata”.

Più realismo e meno vuota retorica

La pace interessata, che Putin e Trump stanno pragmaticamente concordando per l’Ucraina, trova paradossalmente ostacolo nelle pur nobili ragioni di principio dell’UE. L’Unione Europea si erge a paladina del diritto internazionale e dei diritti umani, ma dovrebbe farlo in modo coerente, non a seconda della convenienza politica. Altrimenti è solo retorica vuota. Ci sono voluti i fragili e generosi vascelli della flotilla per ricordare il dramma genocidario di Gaza e l’ambiguità dei maggiori Paesi europei, Italia inclusa.

Non si tratta per l’Europa di voltare le spalle agli USA, ma di voltare pagina, assumendo finalmente autonomia e responsabilità nella politica internazionale. Per fare cosa? Non certo per copiare malamente le politiche imperialistiche dominanti, impresa impossibile data l’eterogeneità dei 27 Paesi membri. La UE dovrebbe piuttosto trasformare questa eterogeneità in un punto di forza per la convivenza democratica. Ventisette Stati con lingue e culture diverse, da Malta alla Finlandia, dal Portogallo alla Lettonia, possono trasformarsi da problema a valore aggiunto. Lo stesso requisito dell’unanimità, con diritto di veto, oggi visto come freno alla crescita dell’Europa, è in realtà uno stimolo a trovare soluzioni più ragionate e condivise.

Ritrovare i valori fondanti dell’Europa

Siamo in un momento storico delicato e confuso, con il rischio di conflitti peggiori di quelli del secolo scorso, oppure di una svolta verso un percorso di convivenza pacifica e rispettosa, dove l’Europa può esserne protagonista. Serve però una nuova classe dirigente nei Paesi europei, che sappia ritrovare i valori fondanti della nuova Europa che nacque nel dopoguerra del secolo scorso. A cominciare da quel “mai più” che sembra dimenticato, ma che, ce lo auguriamo, forse sta crescendo nelle giovani generazioni.

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