Esistono in Italia due scuole di pensiero: chi giudica il recente “semigolpe” in Tunisia come motivato da ragioni interne e chi, invece, lo inserisce nell’ambito delle rivalità tra le potenze interessate ad acquisire una posizione di rilievo nell’area nord-africana.

La verità, probabilmente, sta nel mezzo, nel senso che erano mesi che la vita politica tunisina era bloccata dal contrasto tra il Presidente della Repubblica Kais Saied e il Capo del Governo Hichem Mechichi, quest’ultimo spalleggiato dal Presidente del Parlamento e leader del Partito islamico moderato Ennahda, Rashid Gannushi. Tale situazione non trovava una soluzione a livello istituzionale perché è stata esautorata, a causa dei dissapori tra i partiti del frastagliatissimo panorama politico tunisino, la Corte Costituzionale, pur prevista dalla Carta fondamentale del Paese.

Se a tutto questo aggiungiamo la devastante crisi economica, soprattutto tra i giovani e nelle aree depresse del Paese (le zone interne, perché la Tunisia rispecchia in pieno il classico scontro centro-periferia, con una zona costiera e la Capitale oggetto di investimenti e di attività economiche rilevanti e una zona periferica totalmente trascurata), la pessima conduzione della lotta alla pandemia e ripetuti episodi di malgoverno e corruzione, si comprende perché la destituzione del Primo Ministro sia stata accolta da un forte sostegno popolare e dalla mancanza, finora almeno, di reazioni da parte dei partiti politici esautorati.
Per di più Ennahda, come la Fratellanza Musulmana in Egitto nel biennio 2012 -2013, ha dimostrato di non essere in grado di gestire un Paese, di non saper elaborare una lista di scelte prioritarie, anche quelle impopolari e di aver esagerato in promesse e mediazioni, con il risultato alla fine di riuscire nell’impresa, peraltro non rara, di scontentare tutti.

Il gioco delle potenze

Non è però da escludersi l’intervento di qualche potenza straniera. I maggiori indiziati sono, nell’ordine, Francia, Arabia Saudita, Egitto e USA. Vediamo perché.

Un’immagine di Tunisi, la capitale

La Francia, che si ritira a malincuore dalla zona saheliana , non può permettersi di perdere la Tunisia, sua antica colonia, a vantaggio della Turchia. Il Mediterraneo, soprattutto quello occidentale, rientra nella sua sfera di influenza e l’idea di spezzare l’asse Tripoli-Tunisi- Ankara ha ispirato le decisioni di Parigi. A supporto viene l’Arabia Saudita, sempre pronta a schierarsi contro l’Islam radicale (anche se il Partito Ennahda tutto è tranne che un movimento estremista) per evitare ogni possibile contestazione al suo ruolo di “guida unica” della Umma musulmana. L’Egitto fino ad ora è rimasto apparentemente nell’ombra, ma Al Sisi non può che compiacersi del fatto che un nuovo Governo tunisino, da cui sarà certamente escluso Ennahda, gli permetterà di stringere tra due fuochi (Cirenaica e appunto Tunisia) il Governo provvisorio libico, nel quale hanno un peso rilevante le milizie islamiche anche estremiste. Gli USA si sono limitati ad auspicare un rapido ritorno alla democrazia, ma anche qui un Governo che limitasse gli investimenti cinesi ma soprattutto l’azione del gigante tecnologico Baidou, che, come noto, ha impiantato in Tunisia una centrale operativa con lo scopo di diffondere in tutto il continente africano un nuovo sistema di sua produzione antagonista al GPS che non sarebbe di certo sgradito. Diplomaticamente gli USA fanno sapere che la piccola Tunisia non è l’Egitto : in termini espliciti significa che per l’Egitto si può tollerare un Governo militare per la straordinaria importanza geopolitica del Paese, mentre una Tunisia troppo lontana dai canoni democratici di Biden non sarebbe accettabile.

E cosa farà adesso la grande sconfitta ( per il momento) la Turchia? Difficile immaginare che se ne stia tranquilla perché il cambio di regime a Tunisi rovina il suo progetto di attirare a sé tutti i Paesi del Nord Africa, progetto riuscito con Libia (in parte) , Tunisia, Algeria e, di nuovo in parte, con il Marocco. Facile quindi che attraverso il poroso confine libico faccia transitare armi e mercenari che andranno a ingrossare gli “arrabbiati “ di Ennahda, soprattutto i giovani, e anche una consistente fetta di ex-Isis ( ricordiamo che la Tunisia aveva, percentualmente, il maggior numero di membri affiliati all’organizzazione terroristica), oggi relegati nelle zone impervie del Paese ai confini con l’Algeria.

E l’Italia? Per il momento se ne sta a guardare non avendo né la volontà né i mezzi per inserirsi in questo “gioco” divenuto troppo popolato. Primario obiettivo di Roma è di controllare i flussi migratori ; per questo auspichiamo che in Tunisia si pongano le condizioni per garantire “stabilità e sicurezza”, il che significa un Governo “forte” ( nelle sue varie accezioni ) e un controllo adeguato alle frontiere. Anche a costo di sacrificare un po’ di democrazia. Sembra incredibile ma il momento in cui l’Italia godeva di un prestigio molto rilevante in Libia e Tunisia era quello in cui erano al potere in quei Paesi due dittatori. Il volubilissimo Ghaddafi, che non si poteva certo definire un nemico dell’Italia (non a caso, infatti, venne “giustiziato” da un agente al soldo dei servizi segreti francesi) e il generale Ben Ali, che, stando a voci non smentite che circolarono qualche anno dopo, arrivò a sostituire il vecchio Presidente Bourguiba grazie a una manovra combinata dei servizi segreti italiani e algerini effettuata per battere sul tempo i francesi. Sempre loro, insomma, sulla nostra strada!

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