Nel suo percorso politico Alessio Albertini ha sempre mantenuto un legame diretto con la comunità. A trent’anni era già segretario provinciale del Partito Democratico, poi sindaco di Belfiore per due mandati, con un consenso che nel tempo è cresciuto fino a superare il 70%. Oggi porta quell’esperienza amministrativa nella sfida delle regionali, a sostegno di Giovanni Manildo. Una candidatura che nasce dal territorio e che guarda al Veneto come a una regione da ricucire: tra centro e periferia, tra pubblico e privato, tra politica e cittadini.

Sindaco Albertini, la sua candidatura alle regionali arriva dopo anni di amministrazione a Belfiore. Che cosa la spinge a portare quell’esperienza in una dimensione più ampia, e cosa significa per lei “fare politica regionale” oggi?

«La mia passione politica nasce da un’idea familiare: che occuparsi della cosa pubblica sia un modo per migliorare la vita di tutti. I miei genitori non hanno mai fatto politica, ma mi hanno trasmesso questo senso civico. La scintilla è arrivata con la nascita del Partito Democratico, ai tempi del discorso del Lingotto di Veltroni: lì ho deciso di iscrivermi e di impegnarmi. A 28 anni mi sono candidato per la prima volta a sindaco, ho perso, poi sono stato eletto due volte, la seconda con oltre il 70% dei voti. È stata una grande soddisfazione, ma anche una scuola. Credo che l’ascolto, la concretezza, la conoscenza del territorio e le relazioni costruite in questi anni siano competenze decisive per chi vuole rappresentare i cittadini in Consiglio regionale. La mia candidatura nasce in modo naturale, al termine di un percorso di “gavetta” di cui vado fiero.»

Da sindaco ha avuto modo di confrontarsi ogni giorno con le necessità concrete delle persone. Qual è, secondo lei, la distanza più grande tra la politica dei territori e quella delle istituzioni regionali? E come si può accorciarla?

«La Regione, rispetto ad altri livelli istituzionali, mantiene ancora un legame con i territori grazie al sistema delle preferenze, che obbliga a un rapporto diretto con i cittadini. Ma anche qui serve uno sforzo maggiore per tornare ad ascoltare davvero. Da sindaco non puoi sottrarti ai problemi, grandi o piccoli che siano: dal passaggio della TAV sul territorio di Belfiore al tema delle condutture che portano acqua pulita alle zone rosse dei Pfas. Queste esperienze mi hanno insegnato che l’amministrazione non è fatta di slogan, ma di studio, di presenza e di responsabilità. Ecco perché dico che oggi servono a Venezia persone pronte, capaci di lavorare anche con il “cacciavite in mano”, per dare risposte quotidiane e concrete.»

Uno dei temi che lei ha più volte sollevato è quello delle concessioni idroelettriche, che tocca da vicino la gestione delle risorse ambientali e del bene pubblico. Perché ritiene che questo tema sia emblematico dello stato del Veneto di oggi e di quale modello di sviluppo regionale vorrebbe proporre?

«È un tema che considero simbolico della mancanza di guida politica della Regione in questi anni. Le grandi concessioni idroelettriche – penso in particolare all’Enel – garantiscono margini di profitto altissimi, tra il 50 e l’80%. Il costo di produzione di un megawattora è attorno ai 25 euro, ma viene rivenduto a oltre 100.

Eppure la Regione non ha mai avuto il coraggio di mettere a gara queste concessioni, né di pretendere canoni equi. È una rinuncia politica, che sottrae centinaia di milioni alle casse pubbliche: risorse che potrebbero essere destinate a trasporti, sanità, casa, servizi sociali. Da consigliere regionale mi impegnerò per cambiare questo paradigma: chi sfrutta un bene pubblico deve restituire una parte significativa di quel valore alla comunità.»

La sanità veneta è stata per anni considerata un’eccellenza, ma negli ultimi tempi emergono segnali di affaticamento, soprattutto nei servizi territoriali. Cosa non funziona più e quale idea di sanità pubblica vorrebbe portare in Consiglio regionale?

«La sanità è un ambito in cui servono scelte strategiche e coraggiose. Io non sono contro il privato in assoluto, ma contesto alla Regione di aver abdicato al suo ruolo di controllo pubblico. Se non difendiamo quotidianamente la sanità pubblica, le sue risorse, le sue professionalità, veniamo inevitabilmente erosi dal potere dei grandi gruppi privati. Occorre cambiare impostazione: rimettere al centro il paziente, non il profitto. Mi spaventa l’idea che qualcuno indichi il modello lombardo come riferimento, perché rappresenta l’esatto opposto di ciò che vogliamo per il Veneto.»

Il tema del sociale, e in particolare dell’abitare, sta diventando una delle grandi emergenze italiane. Come può una Regione intervenire davvero per garantire il diritto alla casa e contrastare la disuguaglianza abitativa, che colpisce anche le aree intermedie e non solo le città?

«Oggi anche con due stipendi e un contratto a tempo indeterminato non è scontato potersi permettere un mutuo. C’è una grave carenza di offerta abitativa e una progressiva crisi delle Ater, che senza i fondi del PNRR sarebbero al collasso. La Regione deve tornare a investire sulla casa come priorità assoluta: riattare gli immobili sfitti, rimetterli in circolo, sostenere i giovani che vogliono costruirsi un futuro qui. Non possiamo accettare che il Veneto diventi una terra di partenze. Le risorse delle concessioni idroelettriche, per esempio, potrebbero essere un modo concreto per finanziare queste politiche.»

Guardando alla pianura veronese e più in generale alle zone di confine della regione, emerge spesso un senso di marginalità rispetto ai grandi poli. Lei che conosce bene questi territori, che lettura dà di questa asimmetria tra centro e periferia, e come si può restituire loro voce e prospettiva?

«La provincia di Verona è spesso considerata una grande periferia, e non solo per percezione. È così anche per come la macchina regionale la guarda: come una zona lontana, di cui occuparsi solo di riflesso. Ma c’è anche una responsabilità della politica veronese, che per anni ha vissuto Venezia come qualcosa di distante. Per cambiare le cose serve rappresentanza consapevole e preparata: persone che conoscano il territorio e abbiano la forza di farsi sentire. Verona deve mandare a Venezia amministratori “bravi il doppio”, perché solo così possiamo compensare un’inerzia che ci penalizza da troppo tempo.»

Il Partito Democratico in Veneto affronta una fase complessa, in cerca di una nuova identità e di un linguaggio più vicino alle persone. Da amministratore e da candidato, che contributo pensa di poter dare a questa ricostruzione?

«Credo che il PD debba tornare a fare un lavoro profondo di ascolto. Capire davvero il sentimento delle persone, dei lavoratori, delle imprese, delle associazioni. Solo da lì può nascere una proposta politica capace di unire, senza cadere nel populismo. Dobbiamo sapere quando è il momento giusto per combattere certe battaglie, con equilibrio e consapevolezza. Ho imparato che il cambiamento non si fa in un giorno: si costruisce passo dopo passo, con scelte coraggiose ma quotidiane. È quello che ho fatto a Belfiore e che voglio portare anche in Regione.»

In un contesto segnato da sfiducia e astensionismo, spesso sono proprio i sindaci a rappresentare l’ultimo presidio di fiducia istituzionale. Cosa ha imparato in questi anni sul valore del contatto diretto con i cittadini, e come si può trasportare quell’esperienza in un’istituzione più grande come la Regione?

«Ho imparato che la presenza fisica nei luoghi è insostituibile. Il politico deve esserci, nei mercati, negli eventi, dove le persone vivono. È lì che capisci davvero i bisogni della comunità. E poi bisogna studiare: nessuna decisione si improvvisa. Anche nel rapporto con la macchina amministrativa serve costruire fiducia e collaborazione. Questo approccio – fatto di ascolto, competenza e tenacia – è ciò che voglio portare a Venezia.»

Se dovesse sintetizzare il suo impegno in una parola o in un principio, quale sarebbe? E che immagine del Veneto le piacerebbe consegnare tra cinque anni?

«Direi presenza, esperienza e volontà. Mi piacerebbe consegnare un Veneto in cui vivano più famiglie giovani di quante ce ne siano oggi. Dove i ragazzi possano pensare di restare, lavorare, costruire la loro vita. Che siano famiglie tradizionali o arcobaleno, italiane o straniere, non importa: l’importante è che il Veneto torni a essere una terra dove si sceglie di vivere, non da cui si parte.»

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