Alla 31ª edizione del Film Festival della Lessinia, conclusasi ieri a Bosco Chiesanuova con il bagno di folla dedicato a Marco Paolini e la proiezione di tutti i film vincitori, ha trionfato La Route della regista francese Marianne Chaud, aggiudicandosi la Lessinia d’Oro e anche il Premio del Pubblico. La Lessinia d’Argento è andata a My Sweet Land dell’armena Sareen Hairabedian, mentre il Premio della Giuria è stato assegnato a La Muraille di Callisto McNulty.

Abbiamo incontrato il direttore artistico della manifestazione, Alessandro Anderloni, per un bilancio finale di quest’edizione, segnata dal forte impegno politico e dalla volontà di accendere uno sguardo diverso sul presente.

Direttore Anderloni, che sensazioni le ha lasciato quest’anno il Festival?

«Quest’anno si è distinta una forte aderenza all’attualità, ricca di una drammatica consapevolezza: abbiamo visto film che hanno raccontato i conflitti in Palestina, Ucraina, Nagorno-Karabakh, Caucaso… terre ancora martoriate da guerre di cui siamo tutti corresponsabili. Il messaggio del festival è stato chiaro: ripudio della guerra e del riarmo. Quando ho citato la campagna di Emergency, “Ripudia”, si alzava un applauso fragoroso. La politica deve iniziare ad ascoltare la gente: è tempo che chi governa prenda in considerazione il desiderio di pace diffuso e l’avversione allo spreco in armi.

L’apertura con la regista israeliana Hadara Oren e il suo film The Shepherd’s Keeper ci ha permesso di assistere a una testimonianza preziosa: quasi nulla, infatti, sappiamo di ciò che accade in Israele. Poco sappiamo, ad esempio, degli attivisti israeliani che si battono per difendere i palestinesi, contrapponendosi a esercito, polizia e coloni. Ci siamo anche collegati con la Russia, raccontando storie dall’interno della nazione, con film russi in concorso e un regista ucraino in giuria. Non accettiamo questa contrapposizione: non censuriamo artisti per il loro passaporto. Questa valenza geopolitica ha in parte trasfigurato l’edizione. L’anno scorso l’ambiente era al centro; quest’anno – ahimé – la guerra, ma per volontà di tutti soprattutto la pace ha preso gran parte dello spazio.»

Sul tema Israele e Palestina c’è stato anche il partecipatissimo incontro con Moni Ovadia, tra i più seguiti dell’intera edizione…

«Sì, e c’è un motivo se oltre 500 persone si sono presentate sotto la pioggia e il freddo, pur aspettando due ore per ascoltarlo. Moni Ovadia, artista ebreo, ha preso una posizione chiarissima e ha definito “criminale, genocidio” ciò che sta avvenendo in Israele e nella Striscia di Gaza. E si badi bene: non stiamo parlando di un estremista, ma di un artista che ha raccontato nella sua carriera la diaspora, la cultura, la religione e la storia ebraica. È una voce da ascoltare e il Festival è fiero di averle dato spazio. Nessuna censura, nessuna pressione: grazie anche alle istituzioni che lo sostengono, abbiamo potuto offrire tutti i punti di vista possibili.»

Moni Ovadia durante l’incontro al FFDL 2025

Chi vuole zittire queste voci spesso afferma che il compito dell’arte debba essere solo quello di intrattenere. E invece…

«Ridurre la cultura a mero intrattenimento significa silenziarla o sminuirla. Chi esce da un nostro evento si porta a casa una riflessione, un’idea nuova, avendo coltivato diffidenza e dubbi, arricchendosi attraverso punti di vista diversi. Facciamo uscire il pubblico con un cambiamento interiore.»

Per finire, quale messaggio è emerso dalle opere in concorso?

«È emerso il presente. Si pensa spesso a un festival di montagna come nostalgico, un ritorno al passato, al folklore. Invece i premi hanno raccontato la modernità, il cambiamento, il coraggio degli artisti di rappresentare le storture del nostro tempo, anche quando le loro opere fanno fatica a circolare. Ho percepito uno scollamento devastante tra classe politica e popolo: pochi amministratori sono venuti al festival, mentre chi c’era ha applaudito forte ogni parola sul tema della pace e del no al riarmo. Spero che i nostri governanti tengano in considerazione questo sentimento così potente.»

Alessandro Anderloni, al centro, con la giuria internazionale del FFDL 2025

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