Baby Reindeer è una miniserie prodotta da Netflix, scritta come monologo autobiografico e adattata per lo schermo dal protagonista stesso, l’attore scozzese Richard Gadd. Narra in un certo senso l’altro lato della violenza di genere, la storia vera di un uomo vittima di stalking (Donny Dunn) da parte di una donna (Martha Scott), interpretata dalla meravigliosa Jessica Gunning.

Se ne parla con una scrittura immersiva e candida, attraverso un io narrante molto introspettivo, che racconta ogni sfaccettatura delle sue emozioni senza cercare compassione, senza creare giustificazioni o alibi per le proprie debolezze. Il tutto condito da una regia intelligente, in mano a due donne, e da un montaggio interessante, che permette di calarsi direttamente nello stato mentale dei protagonisti. Luci mirate e ombre, molte, che riportano al nascondere, allo stigma sociale, alla vergogna.

Edutainment fatto bene

La recensione così come descritta nei testi finisce qui. Inizia invece un piccolo viaggio nelle emozioni di chi guarda, il racconto dei meriti peculiari e decisamente “diversi” di una serie che punta con forza sulla prima parte del concetto di edutainment.

Neil Postman lo scrisse tanti anni fa, nel suo Amused to death: la cultura contemporanea è visuale, si discosta da quella tipografica per mostrare immagini, video, fotografie. La lettura di testi coerenti e logici viene sostituita dalle immagini. In un certo senso, non serve più vedere e comprendere, basta guardare e lasciarsi intrattenere. Una deviazione, forse imprevista da Postman, riguarda il numero crescente di programmi e videogame che puntano a creare consapevolezza su temi sociali, come le differenze fisiche, cognitive e sessuali, o su argomenti di cui si fatica a parlare, come la fragilità mentale, le fobie.

Il cucciolo di renna

Baby Reindeer si inserisce perfettamente in questa linea di produzione, che già offre esempi illuminanti. Di nuovo porta con sé un argomento che nemmeno il movimento #MeToo è riuscito a raccontare veramente: l’esperienza della violenza vissuta da un uomo. Le donne si sono appropriate – e con buona ragione – della narrazione della violenza di genere, con una tale enfasi da oscurare o eliminare dalla scena pubblica i numerosi casi in cui la vittima, o meglio il sopravvissuto, è un uomo.

Senza dire troppo e rovinarvi la visione, Gadd racconta con leggerezza, sensibilità e molta attenzione tutte le conseguenze di un abuso subito da un uomo, lo stravolgimento delle sue certezze, delle sue convinzioni, anche sulla sua conoscenza di sé e dei limiti che è pronto a superare. Conseguenze che, puntata dopo puntata, si trasformano da una massa confusa di rimozioni in una fila ordinata e molto faticosa. Reazioni e inazioni che lo hanno reso la vittima perfetta per lo stalking da parte di una donna, caso meno raro di quanto si pensi.

La storia vera dietro alla serie Netflix “Baby Reindeer” raccontata dal suo protagonista, l’attore scozzere Richard Gadd.

The dark side of the moon

Si dirà che le violenze sui maschi sono casi meno frequenti, ed è vero. Che sono numeri sproporzionati nel confronto con quanto subiscono le donne, ed è vero anche questo. Ma dietro ai numeri “trascurabili” ci sono persone che finora sono state trascurate dalla narrazione, a cui finalmente qualcuno ha dato voce.

In un modo peculiare, la serie riporta le difficoltà per un uomo abusato di comprendere la propria sessualità, preda di pulsioni contraddittorie, e spesso discordi tra loro, verso entrambi i sessi. Donny è un uomo che non sa vivere l’affetto, che mente a tutti oltre che a se stesso. Finge una mascolinità da pub, dove infatti lavora; spara battute sessiste e denigratorie per essere accettato, sta al gioco dei clienti che si prendono gioco della sua stalker, delle sue forme abbondanti.

Fa parte e vuole fortemente far parte di quel mondo, e al contempo vive una storia parallela con una donna transessuale, a cui dichiara amore ma con cui non riesce a lasciarsi andare del tutto. Di nuovo, emerge lo spettro dello stigma sociale, la paura di mostrare il vero volto. Forse perché nemmeno lui sa quale sia (e ora qualcuno si è preso la briga di individuare l’identità della stalker reale, che sta valutando se intraprendere azioni legali, ndr.)

Uomini e donne, stessi paradigmi

Un uomo abusato perde il contatto con se stesso, mette una barriera a ricordi ed emozioni. Si scontra con l’ottusità della polizia, con la difficoltà nel trovare comprensione, aiuto, credibilità. Alle donne suonano moltissimi campanelli, ovviamente, quando al protagonista viene chiesto di ripetere ancora e ancora i fatti, di farne un elenco oggettivo. O quando gli viene chiesto più volte se in effetti non avesse una relazione con la stalker, magari ci aveva anche fatto sesso e poi si era stancato. Manca solo il famigerato “com’eri vestita?” ma le altre circostanze sono molto simili.

Un’immagine tratta dalla serie Netflix “Baby Reindeer”.

L’agente che segue il suo caso è una donna e la sua freddezza, la sua totale mancanza di empatia induce a fare un ulteriore ragionamento, uno step ulteriore nella conoscenza di sé, specie se si è donne, davanti a quella tv. Capita solo se si vede la storia e anche oltre la storia, non se si sta solo guardando una serie perché ne parlano tutti.

Nei panni della poliziotta distaccata

Lascio per un paragrafo i panni della voce indipendente per calarmi dentro me stessa. Voglio raccontare ora la mia reazione personale, non certo perché la consideri l’unica verità, ma come elemento di discussione, per dare uno spunto di riflessione a chi volesse cimentarsi. Potrebbe essere per molte un’epifania. Per me, lo è stato.

Durante la visione della serie, mi sono riconosciuta nella poliziotta distaccata e fredda. Ero coinvolta, commossa, arrabbiata ma non con la “giusta” intensità. Mi sono chiesta perché la stessa storia di paura e violenza, se raccontata a generi invertiti, mi avrebbe spaccato il cuore in due: invece di fronte al dramma di Donny non ho provato che un generico dispiacere, una tristezza senza rabbia. Perché mi fosse tanto facile unirmi alla sofferenza di una transessuale, in una scena molto forte, e mantenere invece una distanza verso quella del protagonista.

Molte domande e una sola risposta valida, con tanto di mea culpa. Sono anche io, che mi considero una donna mediamente intelligente, progressista e portatrice sana di certi principi, colpevole di quello stesso “difetto” che impedisce agli uomini di comprenderci fino in fondo. Questa serie aiuta a conoscerci meglio, uomini e donne, e a conoscere meglio anche il vero nemico della parità di genere. A sforzarci di infilare davvero i panni dell’altro, qualunque sia la storia che vuole raccontare, la sua inclinazione sessuale o il genere in cui si identifica.

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