Secondo le cifre ufficiali riportate dal Ministero della Giustizia, nel 2022 sono stati 84 i suicidi all’interno degli istituti penitenziari, 79 uomini e 5 donne: è la cifra più alta dal 1992, anno nel quale è iniziata la raccolta di questi dati. L’incremento è considerevole, infatti dal 1992 al 2021 la media è stata di 52 suicidi l’anno con un picco di 69 decessi nel 2001.

I numeri sono allarmanti e pongono l’annosa questione di come mai avvengano simili gesti estremi all’interno dei nostri istituti penitenziari. A primo sguardo potrebbe sembrare che simili drammatiche decisioni possano essere una reazione esasperata di fronte alle materiali condizioni di privazione della libertà. Recenti studi statistici hanno però fatto emergere un quadro ben più complesso e che mette in discussione questa spiegazione semplicistica.

Uno studio pubblicato nel 2023 dal Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale dal titolo “Per un’analisi dei suicidi negli istituti penitenziari”, ha messo in luce tre dati importanti:

  1. Su 79 suicidi nel 2022 (il numero è inferiore agli 84 registrati dal Ministero di Giustizia in quanto i dati della pubblicazione si basano su 11 mesi del 2022), 39, pari a circa il 50% dei casi totali, riguardavano persone con una pena residua inferiore a 3 anni e 5 di esse avrebbero espiato la condanna entro l’anno in corso.
  2. 49 persone, pari al 62% dei casi totali, si sono suicidate nei primi sei mesi di detenzione.
  3. Solo 2 detenuti erano sottoposti a regimi di alta sicurezza, mentre 69 erano in regime di media sicurezza.

A partire da questi dati gli autori contestano quindi l’idea che i suicidi nelle carceri dipendano dalle materiali condizioni di privazione della libertà: “Troppo brevi sono state in molti casi le permanenze all’interno del carcere per supportare tale visione; troppo frequenti sono anche i casi di persone che a breve sarebbero uscite, per non capire che a volte – spesso – è l’esterno a far paura quasi e più dell’interno.

Quindi non la materiale condizione detentiva, ma ciò che quest’ultima significa su un piano simbolico e psicologico. Il carcere è, infatti, sia vissuto, che dipinto nell’immaginario collettivo, come un luogo di emarginazione dalla collettività e dalla società regolato da dinamiche diverse da quelle comuni.

Ingresso nel carcere e scarcerazione sono entrambi momenti di passaggio nei quali si varca una soglia angosciosa; entrare significa allontanarsi da una comunità e da una vita che, per quanto tormentata e difficoltosa, offre dei punti di riferimento, uscire comporta invece un ritorno in un mondo che è andato avanti e che non sempre è disposto a riaccogliere la persona. Due dei principali fattori a spingere i detenuti a compiere l’estremo gesto potrebbero quindi essere la perdita dei punti di riferimento dal contesto di riferimento o il timore di non riuscire a reinserirsi nella società.

Riprendendo quindi il monito di Mauro Palma, pare quindi essenziale investire in interventi mirati a “ridurre la distanza che separa l’interno con l’esterno” attraverso l’ “immissione di figure di mediazione sociale e supporto all’interno degli Istituti, con profili differenziati così come molteplice è ormai la complessità esterna”.

Un monito che si allinea alle Regole penitenziarie europee nelle quali si auspica che “la vita in carcere deve essere il più vicino possibile agli aspetti positivi della vita nella società libera”. Questo per far sì che la pena assuma un ruolo veramente rieducativo e che permetta ai detenuti di reinserirsi nella società diventandone membri attivi, riducendo il rischio che ricadano nel contesto di devianza che ha condotto alla commissione di un reato in primo luogo.

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