Si avverte un compiacimento nel leggere che si tratta della ventisettesima edizione del Festivaletteratura. E giustamente, perché le iniziative che durano nel tempo dimostrano di sapersi rinnovare e mantenere intatta la capacità di attrarre.

È quanto succede ogni anno a Mantova. Nei giorni del festival la città si pennella di blu, con le magliette dei cinquecentocinquanta volontari, in prevalenza giovanissimi, che animano le vie, le piazze e gli eventi. Gentili, premurosi, allegri, sono un ottimo viatico per il Festival. Non per nulla Laura Bacchiglione, fondatrice e tuttora nel comitato promotore del festival, nel discorso di apertura di mercoledì 6 settembre, in Piazza Sordello, li ha ricordati e ringraziati per primi.

Ma una realtà varia e complessa come il Festivaletteratura si poggia anche su valide collaborazioni come, tra le altre, l’Università, le fondazioni cittadine, Tea (Territorio Energia Ambiente), il supporto della Provincia e della Regione Lombardia.

Quest’anno il programma non nascondeva di voler rovesciare i canoni e aprirsi a nuovi ambiti di discussione, sempre con la cifra cordiale del dialogo tra autori-autrici e pubblico. Grande spazio è stato riservato all’ambiente, alla letteratura al tempo dell’intelligenza artificiale, ai temi di immigrazione e identità. Un catalogo di duecentoventinove eventi in cui ognuno poteva seguire un suo percorso e anche affacciarsi, qua e là, nei molti incontri gratuiti.

L’omaggio a Italo Calvino

In occasione del centenario della nascita di Italo Calvino (1923 -1985) il festival ha organizzato diversi appuntamenti: due incontri per (ri)avvicinarsi ai suoi romanzi e saggi, attraverso “regole” fornite da Marco Belpoliti, Francesca Rubini, Silvio Perrella e Domenico Scarpa.

La vera novità è stata l’escape room, Ludmilla (ideata dal game design We are Muesli), gioco che ha preso il nome dalla protagonista di Se una notte d’inverno un viaggiatore, un’avventura sul piacere di leggere romanzi.

I giocatori dovevano destreggiarsi fra dieci incipit collegati a enigmi, la soluzione dei quali permetteva la conclusione di un’esperienza sia ludica che letteraria. Al termine era prevista “La sala di atterraggio”, con articoli di giornale, interviste video e una biblioteca di consultazione sul tema.

Foto Festivaletteratura.

Il ricordo di Michela Murgia

La presenza di Murgia al Festival era una consuetudine e la sua assenza è stata subito sottolineata con rimpianto nel discorso di apertura, tanto che l’evento in cui avrebbe dovuto partecipare, dal titolo La letteratura al potere, per presentare il suo ultimo libro, Tre ciotole (Mondadori, 2023) è stato un ricordo affettuoso della sua figura di autrice e intellettuale. Marcello Fois e Alessandro Giammei hanno precisato al pubblico, che riempiva Piazza Castello, che il contributo dell’evento sarebbe stato devoluto a Mediterranea Saving Humans, la cui azione era molto cara all’autrice.

Fois l’ha ricordata nella raffinatezza del suo sarcasmo, nella rapidità delle frasi e nella particolare capacità di rispondere alle domande ponendo un problema. Ha scritto Tre ciotole, il suo ritorno alla narrativa dopo molta saggistica, in diretta, pubblicamente, ha sottolineato Giammei. Il libro, sinceramente autobiografico, narra la vicenda della sua malattia nella crescente consapevolezza della sua fine, si fa nemica di se stessa con espressioni di grande fragilità, ma «si verifica nell’arte letteraria».

Era una lettrice qualificata, hanno concordato i due autori, «amava di più presentare i libri degli altri che non i suoi, in barba all’individualismo autoriale e all’accusa di mercificazione della cultura». Lei era stata salvata dai libri e non smetteva mai di far notare che sono uno strumento fondamentale per capire il mondo e non sentirsi soli.

Restano di lei tanti video e le sue frasi emblematiche ma bisogna leggerla, ha esortato ancora Giammei, perché «dai suoi libri si esce diversi da come si è entrati».

Intorno al canone

Vera Gheno e Melania Mazzucco, nell’incontro “Ripensare al canone. Al femminile”, hanno ragionato insieme sui limiti di un canone letterario e artistico di derivazione patriarcale in cui le donne sono sotto rappresentate.

La linguista Vera Gheno, foto Festivaletteratura.

Se il linguaggio e un certo pensiero sembrano aver finalmente superato la diceria della superiorità biologica del maschio, ha ammesso Gheno, rimane molta strada da fare sui posti di lavoro, sulla sperequazione del lavoro domestico, sulla medicina di genere. E tutto questo non è “naturale”, come siamo portati a credere, è piuttosto culturale.

Abbiamo studiato su antologie in cui le autrici non erano più del 10 per cento ed eravamo portate a credere che questa fosse la realtà, ha ripreso Gheno, e non abbiamo considerato i rapporti di potere che avevano oscurato il femminile. Invece era «un canone cognitivo maschiocentrico che ci impediva di cogliere la distorsione, rendendoci complici del patriarcato».

L’assenza delle donne nell’arte

Anche nell’arte, ha continuato Mazzucco, si riscontra lo stesso problema, per il suo Il museo del mondo (Einaudi, 2014) si era accorta tardi che su cinquantadue opere aveva inserito solo quattro artiste. Suo malgrado, aveva introiettato un canone dell’arte assumendo inconsapevolmente il punto di vista di Vasari. E allora pensò di rovesciare la prospettiva con Self-Portrait. Il museo del mondo delle donne (Einaudi, 2022), in cui le artiste sono presenti due volte perché ritraggono se stesse o altre donne, anche nella maternità, nella gravidanza, soggetti tabù poco raffigurati perché rimandano alla sessualità.

«C’è il timore della sostituzione» ha puntualizzato Gheno, «ma si matura per aggiunta, non per cancellazione, con la possibilità di avere punti di vista differenti. Aggiungere un canone non bianco, femminile, con disabilità, non fa male».

«E c’è un’onda forte e reazionaria che erode i diritti civili e anche culturali» ha aggiunto Mazzucco. «Perciò occorre un immaginario che ci permetta di andare avanti in questo processo lentissimo di cambiamento».

L’umanità è un tirocinio

In piedi, come quando insegnava, da solo di fronte al pubblico, Domenico Starnone ha divagato intorno al suo ultimo libro, L’umanità è un tirocinio (Einaudi, 2023) tra aneddoti e ricordi personali.

Ha rivelato di aver ricavato l’idea del titolo dall’opera di Pico della Mirandola (Oratio de hominis dignitate, 1486) secondo cui si deduce che l’uomo sia un congegno di profilo indefinito e si definisca in base a errori e grandezze.

L’incontro con Domenico Starnone, in libreria con L’umanità è un tirocinio (Einaudi, 2023), foto di Laura Bertolotti.

Insomma, precisa Starnone, «non si nasce umani, lo si diventa. E occorrono allora delle “protesi” per questo tirocinio e quella ancora più potente e non superata è il linguaggio, la capacità di trasformare il respiro. Linguaggio che è anche un’arma, infatti si dice “Ne uccide più la penna che la spada”. Tutte le altre protesi hanno bisogno del testo scritto, anche la bomba atomica, l’intelligenza artificiale, il cinema».

La letteratura secondo Starnone rimette in scena la vita, si fonda sempre sulla memoria e aiuta il processo di umanizzazione perché «muove da uno sforzo di attraversamento dell’altro da sé». Ha anche sorpreso la visione di questo autore sull’educazione alla lettura, in controtendenza:

«basta leggere ai bambini, da adulti saranno lettori e lettrici solo se impareranno la fascinazione della parola scritta, il senso enorme incapsulato nei segni che evocano un mondo, questa è la sua potenza».

La riscoperta delle autrici novecentesche

Un filone del festival, articolato in diversi incontri, ha riunito giovani autrici, come Nadia Terranova, Olga Campofreda, Emanuela Carbé, Mavie da Ponte e la stessa Mazzucco, che hanno parlato delle opere di Alba De Céspedes e Fausta Cialente. Due autrici che hanno avuto una vita per molti versi simile, entrambe impegnate politicamente per il fronte antifascista, la prima nella zona liberata e l’altra ad Alessandria d’Egitto, entrambe hanno fatto sentire la loro voce in una radio in tempo di guerra, ciascuna di loro ha fondato un giornale, hanno conosciuto il successo per i loro romanzi e poi l’oblio.

Amica di Sibilla Aleramo, a cui fu legata da un lungo rapporto epistolare, Cialente ambienta le sue storie in quel mondo levantino, coloniale in cui gli europei, non solo italiani, vivevano protetti nel privilegio, ma le sue storie sono contaminate dal confronto con le condizioni di vita dei nativi e tradiscono uno sguardo sociale molto politico.

A proposito di De Céspedes, Terranova ha evidenziato la grande forza mimetica delle sue storie, che favorivano l’identificazione delle donne, di qui il suo grande successo commerciale che fece torcere il naso alla critica.

Entrambe le autrici meritano oggi di essere lette e posizionarsi in quel “canone” che le ha ignorate troppo a lungo.

L’umorismo si può insegnare?

Stefania Bertola, con la simpatia che le è propria, punzecchiata garbatamente da Giampaolo Simi, ha subito spiazzato il pubblico rispondendo alla domanda se si possa insegnare l’umorismo con un secco “no”. Anche traduttrice e sceneggiatrice, Bertola ha firmato molti romanzi che lettrici affezionate amano in modo incondizionato. Ma allora qual è la ricetta per far ridere?

«É una cosa innata, meglio non esserne consapevoli, la ricerca della battuta provoca un effetto di pesantezza. Adesso è molto più complicato che ai tempi di Pirandello, quando l’umorismo svelava l’ipocrisia, contrapposto alla comicità, alla risata facile», ha affermato la scrittrice e autrice radiofonica, in libreria con Vento da Est (Einaudi, 2023). «Come la commozione, così il divertimento siamo noi a determinarlo e dipende dalle persone. L’umorismo è come il vento, soffia, dove arriva arriva, non lo trattieni».

La tenerezza della narrazione

Questo il titolo dell’incontro che ha chiuso il Festivaletteratura 2023, ospite la scrittrice polacca Olga Tokarczuk, Premio Nobel per la Letteratura 2018, che ha parlato della genesi e dei problemi posti dal suo ultimo romanzo I libri di Jacub (Bompiani, 2023) con Wlodek Goldkorn.

«Ambientato nel Settecento in quel territorio che oggi è Ucraina e allora faceva parte del regno di Polonia, in un momento di grandi sconvolgimenti influenzati dal pensiero illuminista e un forte fermento di ridefinizione della fede» ha raccontato Goldkorn «troviamo un eretico che si fa chiamare Nuovo Messia».

La Premio Nobel per la letteratura Olga Tokarczuk ha chiuso l’edizione 2023 del Festivaletteratura di Mantova, foto Festivaletteratura.

Un libro nato dal ritrovamento in biblioteca di un manoscritto insolente, una storia scomoda per tutti: per la chiesa cattolica, per il tribunale ecclesiastico che l’aveva bandito e scomodo anche per gli ebrei polacchi.

«Ho pensato di scrivere un libro basato su questa storia, mi sono data tempo due anni ma ne ho impiegati otto» ha scherzato l’autrice. «Ero preoccupata perché in Polonia la questione ebraica si riduce all’Olocausto, ma la storia degli ebrei comincia molto prima» ha proseguito la Premio Nobel. «Di fatto sono due culture che si sono sviluppate influenzandosi reciprocamente e oggi occorre ricordarlo».

L’autrice non ritiene che la sua scrittura sia assimilabile al realismo magico ma conviene che «la realtà non si possa spiegare solo razionalmente». Basato su un’accurata documentazione, questo romanzo storico fa emergere molte figure femminili silenziate dalla storia ufficiale.

«È un libro di avventure, i personaggi cambiano persino nome, cercano di definire la loro identità, come succede adesso in Europa. Ma è anche una riflessione sul Cristianesimo e sul misticismo ebraico».

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