In Ucraina, la liberazione delle città dopo le offensive, oltre alla gioia, è spesso seguita dall’orrore delle scoperte macabre di fosse comuni e stanze di tortura. Ma a Kherson, l’arrivo dell’esercito ucraino ha rivelato anche una pagina positiva e importante di resistenza partigiana non-violenta.

Dai primi giorni di occupazione gli abitanti di Kherson hanno mostrato un coraggio fuori dal comune. Sarà che al Sud la gente è intraprendente e indipendente, sarà che sono stati invasi troppo in fretta, senza che i bombardamenti avessero tempo per fiaccarne lo spirito, fatto sta che loro fin da subito hanno fatto capire ai russi cosa ne pensassero.

Vi ricordate i video dei primi giorni di marzo, in cui i civili andavano a mani nude contro i carri, sventolando le bandiere ucraine? Erano quelli di Kherson.

Ai primi di marzo i russi non reagivano ancora con violenza alle proteste, ma si sono presto ricreduti e hanno cominciato a reprimerle duramente. Quando i raduni di piazza sono diventati impraticabili, il fiume della rabbia popolare si è trasformato in una sofisticata rete di resistenza non-violenta.

L’ingresso della città di Kherson dopo la liberazione, foto di Zarina Zabrisky

Occupare è facile, gestire è difficile

Occupare Kherson era un’impresa facile. Aiutati da tradimenti e ordini militari sabotati, i militari russi, entrati senza incontrare una resistenza armata, pensavano di essere ben accetti. Promettevano ottimi stipendi a chi avrebbe accettato di collaborare, ma la maggior parte dei cittadini se n’è tenuta alla larga. Così d’estate furono costretti a importare gli insegnanti e i medici dalla Russia, attirandoli con la promessa di una “casetta col giardino”, spesso espropriata.

Gli ucraini non si sono mai dimenticati di Kherson. Per tutta l’estate l’avanzata è andata avanti, villaggio dopo villaggio, senza grande clamore. I russi nel frattempo agivano come se la realtà potesse essere plasmata solo dalla loro volontà, dalla loro visione e dai documenti che non valgono la carta su cui sono scritti.

Hanno disseminato la città di grandi cartelloni: “La Russia è qui per sempre”, in cui raffiguravano i bambini in abiti ucraini che ridevano, felici. Quei poster avevano vita breve: nottetempo venivano puntualmente strappati.

Perché non ci è cascato nessuno. Noncuranti delle repressioni, gli abitanti di Kherson hanno trovato tanti modi per infastidire gli occupanti. Le camere di sorveglianza o semplici telefonini sono diventati così un canale per raccogliere i dati sugli occupanti e mandarli ai ricognitori dell’esercito. Fra incendi dolosi e ponti crollati, tralicci saltati e autobombe per i collaboranti, i partigiani hanno agito di concerto coi militari.

Il nastro e il volantino

Non è da tutti prendere parte in azioni ad alto rischio che richiedono competenze tecniche. C’era tanto lavoro anche per la resistenza non-violenta, adatta alle persone di ogni età e mestiere. Il metodo più  semplice era il sabotaggio al lavoro: rallentare ogni procedura o provocare piccoli guasti, del tutto probabili nelle situazioni di guerra, ma che non andavano a danno della popolazione civile. I commercianti sabotavano l’obbligo di indicare i prezzi in due valute, aggiungendo i dollari al posto dei rubli.

Poi, a maggio sono apparse le prime strisce gialle. Per annodarle ai ramo o alle panchine, ci vuole un attimo. Chiunque passi vicino, saprà a cosa si riferisce, e magari ne appenderà una a suo turno: così il nastro diventa virale. Questo metodo rapido e vistoso era stato inaugurato dai manifestanti bielorussi nel 2020, con le loro strisce bianche e rosse che a volte coprivano condomini interi dall’alto in basso, dando un bel daffare agli scagnozzi di Lukashenko. Lo stesso è toccato ai russi, che dovevano cancellare le scritte pro-ucraine sui muri: sullo sfondo del loro tricolore, si stratificavano nuovi slogan come “l’esercito ucraino si avvicina”.

Ï contro Z

In una città piena di pattuglie russe, la resistenza pacifica non è una cosa da poco. Bisogna essere ingegnosi e diffidenti, e cancellare i messaggi del gruppo ogni volta prima di uscire da casa. Seguendo le precauzioni, è nata una rete che creava, stampava e distribuiva volantini, rendendo inquieti gli occupanti. Ad esempio, i russi temevano molto la semplice lettera ï tracciata sui muri: nella loro ignoranza, lo interpretavano come un segnale per i militari; in realtà l’ucraino è l’unico fra gli alfabeti slavi ad avere questa lettera, diventata la nemesi della “Z” dei russi.

L’Ucraina libera ha seguito, affascinata, le loro azioni sui social. Con il passare del tempo sono diventati tanto celebri da trasformarsi in graffiti su uno dei vagoni delle ferrovie ucraine.

Solo dopo la liberazione abbiamo potuto conoscere i volti di queste persone comuni – eppure, fuori dal comune.

Lilia, una delle promotrici del movimento “nastro giallo”.

I partigiani del nastro giallo ci hanno restituito il senso vero della parola “non-violenza”, che non si riduce alle dichiarazioni altisonanti o agli inviti alla resa incondizionata, e si esprime nella creatività di un’opposizione attiva, fatta da chi è pronto a rischiare la vita per le proprie idee.

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