Dopo il grande successo de “Il predatore di anime” tornano in libreria le indagini del vice questore Sabrina Mondello e del suo fido Nardo Baggio. E questa volta le loro avventure si spostano a Verona, all’ombra dell’Arena, dove la trama dei protagonisti si intreccia con fatti storici a dir poco sorprendenti che l’autore, Vito Franchini, svela ai lettori con la consueta perizia descrittiva. E “Il 9 che uccide” (Giunti Editore, 2022) è un’opera che alla fine non lascia indifferenti, per molteplici motivi.

Franchini, questo libro arriva circa un anno dopo il precedente, “Il predatore di anime”, e questa volta ha scelto la città di Verona come sfondo della vicenda. Perché?

«Uno dei motivi che mi hanno fatto scegliere Verona è che non vi ho mai lavorato. Cosa che non mi mette in imbarazzo dal punto di vista professionale, visto che sono un carabiniere. Parlo quindi di cose che conosco bene. Il primo libro, “Il predatore di anime” era ambientato a Roma, dove ho lavorato tanti anni. Il secondo, per mia precisa volontà, l’ho voluto invece portare a Verona, nella quale sono residente da ormai un quarto di secolo. Per la mia professione giro in realtà tantissimo e di fatto non vivo a Verona da oltre dieci anni, ma qui ho la mia famiglia e ci torno regolarmente. L’idea iniziale è nata così. Poi, abbastanza incredibilmente, durante lo studio necessario allo sviluppo dell’intreccio è emerso che in riva all’Adige sono successi davvero, tanto tempo fa, alcuni fatti che si intrecciano direttamente con la trama stessa. Scoprirlo per me è stato un trionfo.»

Di cosa si tratta?

«Approfondendo alcuni aspetti della storia di questa città è emerso che Verona è incredibilmente legata con le stragi di Cielo Drive, in California, del 1969. Quelle, per intenderci, che coinvolsero Charles Manson e la sua family.»

Si mischiano nell’opera dati autobiografici, come ad esempio l’origine mantovana della protagonista, con fatti storici accertati…

«Sabrina, la poliziotta protagonista, pur non avendo un cognome mantovano, ricorda la sua casa d’infanzia appunto in provincia di Mantova, che in realtà è di fatto è la mia casa d’infanzia, l’unica nella quale io abbia vissuto nella mia vita per più di tre anni.»

Il predatore di anime è il romanzo che Vito Franchini ha dedicato nel 2021 al tema della violenza di genere. Nel nuovo thriller l’autore mette al centro il dramam del suicidio, intrecciando nove vicende su cui indagheranno i protagonisti, Sabrina Mondello e Nardo Baggio.

Sabrina è la parte femminile dell’autore Vito Franchini, la cui parte maschile è invece rappresentata da Nardo Baggio. Perché questo sdoppiamento?

«Ho attribuito a Sabrina Mondello, dirigente della squadra mobile, la parte istituzionale di me. Per me la legalità è la vera religione. Ci ho dedicato la vita. Lei è molto quadrata, ma è umana e fallace. Nel primo libro qualche femminista me l’ha etichettata come troppo debole. Ma qui diventa la numero uno. Dall’altra parte c’è Nardo Baggio, la parte di me che mi piacerebbe potesse emergere nella realtà. Quello che raggiunge il risultato anche con mezzi non sempre leciti. È una specie di SuperMe, anche se io non potrò mai essere davvero così, per ovvie ragioni.»

A proposito. Perché questo cognome?

«È un chiaro riferimento a un mio idolo adolescenziale, il calciatore Roberto Baggio. Poi a un certo punto della mia vita ho in realtà smesso di seguire quello sport e oggi non so nemmeno chi giochi nella mia squadra del cuore, però quando ho dovuto scegliere il nome del mio protagonista ho voluto omaggiare il Divin Codino. È stato automatico.»

Nel primo libro di questa serie lei ha affrontato una tematica molto forte come la violenza di genere. Qui invece il fulcro dell’indagine ruota attorno a un altro tema, altrettanto forte e delicato…

«Mi sono dato una missione, utopica, di fare in modo che la gente non parli a vanvera. Mi sono reso conto che la maggior parte delle persone, anche della comunicazione, parla spesso in maniera scorretta rispetto a queste tematiche. Io prendo il lettore per mano e lo metto di fianco a me, per fargli vedere come funzionano veramente le indagini in certi ambiti criminali. E questa è stata anche la mia fortuna, perché l’editore ha colto questa particolarità del mio lavoro e mi ha portato in tutte le librerie d’Italia. È un anno che giro l’Italia con “Il Predatore di anime” a parlare quasi più del mio lavoro che del mio libro».

«La violenza di genere è una tematica purtroppo di stretta attualità. Il mio lavoro fornisce tanto di quel materiale che spesso devo asciugare invece che inventare. Affrontando la seconda opera ho preferito spostarmi su un altro filone, per certi aspetti ancora più truce. Quel numero nove del titolo si riferisce a nove suicidi che avvengono a Verona all’inizio del libro. È un altro degli aspetti quotidiani del mio mestiere. Non si contano le volte in cui sono dovuto andare a dare la tragica notizia ai familiari di una persona che aveva deciso di compiere questo gesto. Nelle note dell’autore scrivo che “s’impara a fare tutto” e in effetti in generale è vero. Ma questo libro dimostra che in realtà non lo è.

Ci spieghi meglio…

A destra Vito Franchini durante una delle presentazioni del libro

«Per esorcizzare queste esperienze terribili della mia professione ho reso onore ad alcuni di loro descrivendo casi in cui mi sono realmente imbattuto. Quello dei suicidi è un tema scottante, di cui non si legge quasi mai sui giornali, anche per le regole deontologiche date dall’Ordine dei Giornalisti, per evitare l’effetto emulazione.»

Nel nostro inconscio pensiamo di conoscere bene le persone care, parenti, nostri figli, amici… Spesso invece ci ritroviamo a fianco persone che non conosciamo come vorremmo. Quanto pesa questo aspetto nel libro?

«Siamo tutti potenziali omicidi, suicidi, tossicodipendenti e criminali. Ho a che fare con criminali tutti i giorni e, a parte chi è affetto da qualche patologia, per il resto si tratta di tutte persone normalissime. Non esiste la categoria antropologica del “criminale”. Un essere umano a un certo punto della sua vita può diventare un potenziale criminale o suicida. Ne “Il 9 che uccide” ci sono nove eventi che almeno all’apparenza appaiono tutti suicidi, legati fra loro da una matrice comune: la ricorrenza del numero nove, appunto. Investigando su quel numero si cerca di capire chi o cosa ci sia dietro la sequela di tragedie.»

Perché la numerologia è così importante nel romanzo?

«Il nove e il quattro sono due numeri incredibilmente presenti nella mia vita, in maniera infestante. Se voi prendete un manuale di numerologia si rischia di finire nel fantasy. A seconda della data in cui sei nato alcuni numerologi pretendono di spiegarti tutto di te. Sono molto pragmatico e credo a ciò che mi dà prova di esistere. Sono rimasto però sconvolto dai significati di questo numero nove.»

Cioè?

«La domanda che sta alla base è “i numeri sono stati creati o scoperti”? Tutto gira intorno a questo grande dubbio. Non esiste una traccia nella storia dell’uomo che dia la soluzione. Da quando esiste l’uomo c’è la necessità di contare. In alcune tribù dell’Africa non si conoscono i numeri, ma per la loro vita quotidiana c’è comunque la necessità di contare. Da qui la prova della necessità di creare i numeri. Dall’altra parte, il nostro universo è il risultato di un’enorme esplosione di energia, il Big Bang, che ha portato a una serie di conseguenze fino alla creazione del nostro mondo.

L’energia si può misurare con i numeri e i numeri ci danno la possibilità di predire il futuro. Calcoli matematici, che tengono conto di velocità e traiettoria, mi permettono di sapere dove si troverà fra sei anni un asteroide che oggi si trova a 60 anni luce di distanza dalla Terra. Da quando esiste la scienza si usano i numeri. E a furia di studiare i numeri, ho scoperto che alcuni di essi hanno un’energia particolare. E non c’è numero che abbia più significati energetici del 9.»

Vito Franchini

Ci può spiegare di che si tratta?

«Ogni numero va calcolato con le cifre dall’1 al 9, perché dal 10 in poi si ripetono le combinazioni. Il 9 è una sorta di punto fisso, perché rappresenta la fine di quegli strumenti. Per alcuni il 9 è nulla, mentre per altri contiene tutto. Se si fa la somma dei primi 8 numeri si arriva a 36, che è un multiplo di 9 e 3 più 6 fa appunto 9. Prendete qualsiasi numero: se si aggiunge il 9 si torna al numero di partenza, perché la somma delle cifre del numero ricavato è quello di partenza. Questo non capita con gli altri numeri, ma solo con il 9. Per guardare tutto attorno a te ci si trova a fare un giro di 360°, multiplo di 9. La misura perfetta del cerchio è stata scelta in quella cifra. L’angolo retto è di 90° e vale anche con l’angolo di 45° o 180°. Con il 7, per intenderci, non vale la stessa regola. All’interno di un cerchio ci sono figure equilatere i cui angoli sommati danno, anche in questo caso, sempre un multiplo di 9. Perché chi ha deciso queste regole ha dato così tanto valore a questo numero? La risposta si trova nel libro.»

Anche per le religioni, il nove è un numero importante…

«Il numero della perfezione è storicamente il 3 perché è il numero della tridimensione e il nostro universo è, appunto, tridimensionale. Il Cristianesimo ha individuato la perfezione nella Trinità. Ma sono 33 anche gli anni in cui è morto Cristo. Nell’Antico Testamento si legge che Lucifero, portatore di Luce, una tempo fu un angelo. E nei 27 libri della Bibbia dov’è che si parla di Satana? Al versetto 13,18 (4+9). Non c’è limite alle cose che si possono scoprire studiando il 9. Beethoven è morto subito dopo aver composto la sua Nona Sinfonia, la più famosa. Esattamente come Schubert. E poi pensiamo alle grandi rockstar che sono morte tutte all’età di 27 anni: Jim Morrison, Amy Winehouse, Kurt Cobain, Janis Joplin. Per alcuni, dunque, 9 è il numero del Padreterno, ma per altri è quello del demonio.»

A proposito di musica, c’è una colonna sonora molto importante nel libro, con tanti brani ascoltati dai protagonisti della vicenda. Come avviene la scelta delle canzoni?

«Questo libro è anche uscito con abbinata una playlist su Spotify. Io ho poi una patologia grave per i Beatles. E non avete idea della ricorrenza del numero 9 nella storia dei Beatles. A cominciare dal quadro che John Lennon aveva nel suo appartamento sulla 72esima strada a New York. Liverpool ha nove lettere, così come McCartney.

Questa colonna sonora non riguarda però solo i Beatles, perché in realtà ci sono tanti artisti finiti nel vortice del nove. Si possono anche non conoscere le canzoni, in realtà, ai fini della trama, ma di sicuro ascoltandole, leggendo bene il titolo o il testo o scoprendo la storia di come sono state composte, si possono scoprire alcuni indizi. Nei quali, alla fine, in un modo o nell’altro, c’entra sempre Satana.»

All’interno dell’opera c’è anche una critica piuttosto aspra al mondo del giornalismo. Come mai?

Vito Franchini alla batteria

«Io sono molto critico con la comunicazione moderna e pur comprendendo per alcuni aspetti i motivi di questa involuzione non faccio sconti. La prima stesura era una vera e propria mannaia, poi, nelle successive, ho deciso di smussare qualche angolo. La mia critica, però, vuole essere costruttiva. Io dò la mia visione, un po’ utopistica, di come dovrebbe funzionare la comunicazione. Nell’era moderna è giusto che le notizie rimbalzino sui social. Attenzione, però: sono critico anche nei confronti della magistratura. Come dico nelle note chi narra il nostro presente e chi giudica il nostro passato ha tutta la mia stima. Io ci lavoro tutti i giorni con magistrati e giornalisti. Chi mi conosce e sa come lavoro mi capirà. Tutti gli altri mi vorranno distruggere.»

Qual è il suo metodo di scrittura?

«Sono un maniaco e non penso ad altro. In realtà non ho bisogno di appuntare idee particolari. A volte mi capita di sedermi la sera davanti al computer e scrivere ciò a cui avevo pensato durante il giorno, ma di farlo in maniera più efficace. Prima di mettermi a scrivere dei nuovi capitoli rileggo tutto quello che ho scritto la volta precedente, e già in questa fase appongo delle correzioni. Poi proseguo nella scrittura e quando arrivo a un punto in cui capisco che dovrebbe esserci una frase ad effetto, ecco, in quel caso mi devo proprio mettere e a scavare sulla singola parola.»

Pensa che un giorno si dedicherà totalmente allo scrivere?

«Forse un giorno, chissà, diventerò uno scrittore professionista, ma nel frattempo devo relegare questa attività ai ritagli di tempo, fra un’indagine e l’altra. A me, in realtà, piacerebbe coltivare anche le altre mie passioni, come la musica e la fotografia, in questo momento la scrittura è per me una sorta di “droga”. In questo periodo sono in un vortice e non riesco a smettere. Un mese fa ho finito di correggere le bozze del mio quarto libro dedicato a Sabrina Mondello e Nardo Baggio. In pratica ne ho già altri due pronti.»

Quando saranno pubblicati?

«Non lo so, molto dipende da come andranno le vendite de “Il 9 che uccide”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA