Libere di Amare è il titolo dell’incontro online, proposto dalla Cooperativa Dedalus di Napoli, avvenuto giovedì 17 febbraio, con tema i matrimoni combinati, precoci e forzati.

L’incontro – confronto, era rivolto ad operatori socio sanitari, della giustizia, educatori ed insegnanti, e rappresentava il primo passo di una ricerca della cooperativa, all’interno del progetto ST.O.RI.E, STrumenti per Osservare RIconoscere Evitare la violenza contro i minori stranieri, finanziato con i fondi FAMI (Fondo asilo migrazione e integrazione).

I lavori sono stati introdotti da Elena de Filippo, presidente di Dedalus.

Copertina dell’evento promosso dalla Cooperativa Dedalus

Il tema dei matrimoni forzati è un tema molto complesso da affrontare. Prima di tutto perché apparentemente lontano dal nostro quotidiano.

In secondo luogo sembra attenere solo a quelle società fortemente patriarcali, in cui è l’uomo di famiglia (padre, zio o fratello maggiore) a decidere del corpo e del destino della bambina o ragazza, appartenente al nucleo famigliare.

Il terzo aspetto è che, proprio perché interessa le relazioni famigliari, è reazione comune ritenere che siano affari di famiglia, e quindi, affari privati.

La realtà però va spesso molto più veloce del nostro pensiero e delle legislazioni. Tutti i giorni ne abbiamo conferma, e il tema dei matrimoni forzati non è da meno. Si pensi al caso di Saman, la ragazza uccisa il 30 aprile 2021 perché rifiutava il matrimonio combinato. Altri casi simili sono emersi alla cronaca, il che ci fa capire che, forse, questo problema non è poi così lontano dalla realtà italiana.

Il recente rapporto sulle migrazioni ISMU, ci ha ricordato che nonostante siano in calo i nuovi immigrati, sono in invece in aumento coloro che ottengono la cittadinanza italiana o i cosiddetti “figli di seconda generazione” che vivono stabilmente la loro esistenza nel nostro paese.

L’Italia, volenti o nolenti, sta divenendo sempre più multiculturale e multietnica, e questo ci fa avvicinare a grande velocità ai grandi temi dei diritti umani e della disparità di genere.

I matrimoni forzati sono quindi un banco di prova per la nostra legislazione e il nostro operare nella società, proprio alla luce di quanto appena detto.

Ma cosa sono i matrimoni forzati?

Il matrimonio precoce è un’unione formale o informale in cui uno o entrambe gli sposi non hanno raggiunto la maggiore età.

Se l’unione è guidata dalle famiglie che assumono un ruolo determinante nella scelta del partner e nell’organizzazione della cerimonia, si definisce matrimonio combinato.

Quando uno o tutti e due gli sposi non hanno espresso il loro pieno e libero consenso all’unione e subiscono violenze psicologiche e fisiche che li forza al matrimonio, si parla di matrimonio forzato.

A causa della disparità di genere, la maggior parte di queste unioni avvengono tra giovani ragazze e uomini adulti. Sono molte le associazioni, infatti, che definiscono i matrimoni precoci e forzati, come un problema di genere. 

«All’origine di questo fenomeno vi è infatti una concezione sociale della donna come inferiore a quello dell’uomo, che si esprime in una tendenza al controllo del comportamento femminile, del corpo della donna e della sua sessualità» ha puntualizzato Maria Grazia Ruggerini, sociologa, esperta in gender issues e attualmente fondatrice e presidente della LeNove – studi e ricerche sociali.

La situazione nel mondo

L’ultimo rapporto UNICEF sui matrimoni forzati, stima che ad oggi nel mondo, 650 milioni di ragazze abbiano subito un matrimonio precoce e molte di loro sono anche già divorziate o vedove. Ogni anno sono 12 milioni le bambine che si sposano prima dei 18 anni.

È bene precisare che la quasi totalità degli Stati del mondo ha reso illegali i matrimoni precoci, ma la legge in materia non è sempre rispettata. In molte zone, specialmente le più isolate e rurali, la pratica dei matrimoni precoci viene ancora perpetrata di nascosto, con il consenso delle famiglie.

Prima della pandemia si stimava che il numero delle spose bambine fosse diminuito, da 1/4 a 1/5 , negli ultimi dieci anni.

Adesso invece sembrerebbe che la situazione stia nuovamente degenerando, e i fattori sono molteplici: l’impossibilità di andare a scuola e quindi di istruirsi o più banalmente di uscire di casa e allontanarsi da un contesto di violenza.

La perdita dello stipendio porta i genitori a dare in sposa la propria figlia per avere un’entrata economica ed avere una bocca in meno da sfamare.

I vari blocchi e lockdown hanno impedito agli operatori di ong e associazioni umanitarie, di portare aiuto e sostegno alle ragazze più vulnerabili e quindi a rischio di matrimonio forzato.

Infografica dal Rapporto Unicef

Si calcola che siano 100 milioni le ragazze a rischio di sposarsi troppo presto e, nel prossimo decennio, sono fino a 10 milioni di ragazze in più che rischiano di diventare spose bambine a causa della pandemia.

Sono numeri enormi e che mettono in discussione il raggiungimento dell’obiettivo 5 dell’Agenda Onu per lo Sviluppo Sostenibile, che prevede di “eliminare tutte le pratiche nocive, come il matrimonio delle bambine, forzato e combinato, e le mutilazioni dei genitali femminili” entro il 2030.

La situazione in Italia

In Italia la svolta è avvenuta con la Legge 69 del 2019, cosiddetta “Codice Rosso” che introduce il reato di costrizione o induzione al matrimonio.

Siamo anche in possesso dei primi dati ufficiali, diffusi dal Servizio analisi della Polizia criminale, che coprono il periodo che va da agosto 2019 a maggio 2021.

Infografica dal Rapporto della Polizia Criminale

Sono stati identificati 24 matrimoni con reati cosiddetti di “costrizione o induzione al matrimonio”, di cui l’85% a danno di donne. Le regioni più interessate sono Lombardia ed Emilia Romagna. Il 9% delle vittime sono bambine con meno di 14 anni, il 27% invece ha un’età compresa tra i 14 ed i 17 anni.

Le vittime straniere risultano prevalenti (59%): le più numerose sono pakistane, seguite da quelle albanesi.

Sono tuttavia numeri al ribasso, perché iniziative di Ong locali e regionali hanno individuato numeri molto più alti. Ad esempio nel 2009, l’Associazione Trama di Terre aveva identificato 33 matrimoni forzati solo nell’Emilia Romagna.

Proprio Tiziana dal Prà, presidente fondatrice di Trama di Terre, è intervenuta al dibattito portando la sua esperienza di operatrice che per prima, in Italia, si è occupata di contrastare i matrimoni forzati.

Molti sono stati gli spunti operativi e concreti forniti da Dal Prà, tra i quali l’enorme importanza della scuola come sentinella radicata sul territorio e l’attenzione che va data alle madri di queste ragazze.

Tali madri si trovano investite di un ruolo fondamentale per la realizzazione, o meno, del matrimonio della figlia, ma a loro volta hanno vissuto sulla loro pelle quella stessa esperienza per cui non riescono a staccarsene.

Immagine tratta dal Rapporto Unicef

Sono donne molto spesso poco integrate, con poche relazioni al di fuori della cerchia famigliare, che non parlano italiano o lo parlano poco, che non si muovono autonomamente nel nostro territorio e che sono costrette, o comunque si ritrovano, a perpetrare un sistema famigliare e culturale da cui per prime, sono soffocate.

Per prevenire la problematica dei matrimoni forzati o intervenire laddove ci sia un rischio accertato, serve quindi un lavoro congiunto di tutti coloro che si trovano ad operare con adolescenti e giovani stranieri.

È necessaria anche una rilettura della presenza femminile immigrata in Italia. Una lettura capace di coniugare attenzione alla diversità e ferma difesa dei diritti umani, lotta agli stereotipi di genere (purtroppo presenti sia in “chi arriva” che in “chi accoglie”) ed emancipazione femminile.

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