Il gruppo dei pari in fase adolescenziale ha un ruolo duplice. Da un lato aiuta nella definizione dell’immagine di sé, nel distinguere le relazioni famigliari da quelle amicali e nella costruzione di un proprio stile comunicativo.  Dall’altro lato il gruppo piò essere anche una condizione che può generare conformismo, de-individuazione e deresponsabilizzazione, insieme a un deterioramento dell’accuratezza e dell’efficacia nella presa di decisione. Questo accade perché all’interno del cosiddetto branco spesso la responsabilità delle azioni viene divisa tra i vari membri, autogiustificando il comportamento che si mette in atto, attribuendo la responsabilità delle proprie azioni all’esterno del gruppo e perché solitamente la vittima di questi comportamenti violenti viene spogliata dei suoi aspetti più umani e considerata semplicemente come un oggetto, annullato delle componenti emotive.

Un comportamento violento inizia come un’incapacità di esprimere i propri sentimenti con le parole, comportando il cosiddetto “passaggio all’atto”. È un’azione intenzionale, estemporanea o prolungata nel tempo, che produce un danno permanente in un’altra persona, ed è volta a sospendere la relazione, il dialogo e l’incontro. Questo spesso viene incentivato proprio dall’esistenza del branco stesso. Gli agiti collettivi precedono il pensiero del singolo e la partecipazione è caratterizzata dal bisogno di dare sfogo alle proprie pulsioni violente. Tra gli adolescenti la violenza è diffusa, non soltanto all’interno di dinamiche di bullismo, ma anche, come registra l’Osservatorio Nazionale Adolescenza, in quelle che riguardano aggressioni fisiche o verbali dal proprio partner già a partire dai 14 anni. Si sa, inoltre, che essere esposti a episodi di violenza, anche solo come semplici osservatori, può produrre malessere e stress.

Una celebre immagine tratta dal film “Arancia Meccanica” di Stanley Kubrick

Se ci interrogassimo su questo processo, potremmo affermare che il branco che compie violenza c’è sempre stato. Invece ciò che oggi è diverso è che i giovani non sono più mossi dal bisogno di sfidare le regole e di misurare la propria forza con quella dei grandi, ma il bisogno principale è quello di essere visibili e di acquistare popolarità. Quindi, a differenza di un tempo, attualmente il gesto vale se tutti lo vedono, se richiede attenzione e se attira spettatori. Potremmo dire che oggi la violenza è diventata quasi una forma di spettacolo. Pertanto il comportamento violento sembra essere generato dal bisogno di consolidamento della propria identità sociale, dal desiderio di ricevere riconoscimento sociale e raggiungere la popolarità.

Per far fronte a questo schema di comportamento, sarebbe importante aiutare i giovani a costruire una modalità comunicativa maggiormente efficace. Gli stili comunicativi principali sono tre: aggressivo, passivo e assertivo. Il primo è caratterizzato dal voler affermare sé con arroganza e prepotenza, tendendo a imporsi svalutando l’altro, e provocando reazioni o di passività o di conflittualità. Nello stile passivo, invece, il soggetto subisce la situazione senza reagire, assumendosi la responsabilità anche di fatti che non lo riguardano, tende a evitare lo scontro e all’isolamento. Infine, nello stile assertivo il soggetto riesce a esprimere in modo chiaro e efficace le proprie emozioni e opinioni, senza prevaricare o essere prevaricato. Comunicare in maniera assertiva richiede pertanto la capacità di distinguere tra fatti e opinioni, di esprimere richieste o critiche in maniera costruttiva, di manifestare con semplicità e chiarezza la propria posizione e di comunicare in modo efficace, rilassato e diretto.

In aggiunta, un ascolto attivo riduce la possibilità che si creino malintesi, perché richiede che i parlanti riflettano assieme sugli eventi, tengano conto delle emozioni e verifichino il proprio grado di comprensione. In altri termini, accrescere le competenze comunicative può rappresentare un efficacie strumento nella lotta contro i comportamenti violenti.

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