La tragedia che sta colpendo in queste settimane l’Afghanistan ha i suoi echi anche nel mondo del cinema, come ha voluto sottolineare un panel organizzato ieri pomeriggio nel corso della Mostra di Venezia dedicato, appunto, ai filmmaker afghani e alle problematiche (per usare un eufemismo) che si ritroveranno ad affrontare nei mesi e negli anni a venire.

Hanno partecipato Sahraa Karimi, prima presidente donna dell’Afghan Film Organisation, la documentarista Sahra Mani e i componenti del board dell’International Coalition for Filmmakers at Risk (ICFR), Vanja Kaludjercic (direttrice artistica dell’International Film Festival di Rotterdam), Orwa Nyrabia (direttore artistico dell’International Documentary Film Festival di Amsterdam), Mike Downey (presidente della European Film Academy) e Matthijs Wouter Knol (direttore esecutivo della European Film Academy).

«I talebani sono crudeli come prima e più astuti».

Introdotta dal moderatore, il giornalista Giuliano Battiston, Sahraa Karimi ha aperto la discussione raccontando, con la voce spesso rotta dalla commozione, la terrificante realtà che gli afghani hanno da poco vissuto. «Ero in piena produzione del mio secondo film», spiega, elencando i diversi progetti a cui stava lavorando sia come regista che come produttrice, tra cui «il primo documentario afghano a Cannes, undici corti in produzione e post-produzione, la seconda edizione dei premi nazionali del cinema afghano e il primo festival di cinema indipendente afghano». «Improvvisamente, tutto questo si è fermato. Molti registi sono stati costretti a lasciare il Paese in poche ore, senza nemmeno il tempo di raccogliere le loro cose».

Le due registe, da sinistra Sahraa Karimi e Sahra Mani, al Festival del Cinema di Venezia durante il panel dedicato alla situazione di emergenza in cui versa l’Afghanistan.

«I talebani stanno mostrando il loro lato soft», prosegue, «ma sono crudeli come prima e più astuti. Useranno la tecnologia per la propaganda». E conclude: «Qui non si tratta solo di me o degli altri filmmaker, si tratta dei giovani afghani». «Non chiedo un supporto economico, ma intellettuale. Il popolo afghano merita di vivere in pace e realizzare i propri sogni».

«Eravamo ottimisti, avremmo costruito il nostro Paese».

«Lavorare in Afghanistan non era per niente facile», interviene Sahra Mani. «Avevamo uno dei governi più corrotti al mondo, e così il sistema giudiziario. Non avevamo elettricità e internet per settimane, c’erano attacchi e bombardamenti ogni giorno. Ma eravamo ottimisti, pensavamo che avremmo lavorato e costruito questo Paese, e avremmo avuto una nazione migliore in futuro. Questo collasso nel giro di una notte vuol dire che non abbiamo più modo di combattere.»

Un ragazzo guarda dentro a un obiettivo, foto di Sohaib Ghyasi, Unsplash.

Vanja Kaludjercic spiega che l’International Coalition for Filmmakers at Risk, nato proprio a Venezia l’anno scorso, si è ritrovato ad affrontare un diverso tipo di problema con il Myanmar prima e l’Afghanistan poi. L’organizzazione, nata per supportare singoli casi di registi in pericolo, improvvisamente ha dovuto occuparsi di situazioni molto estese e complesse. Attraverso azioni diplomatiche, fondi di emergenza e reti internazionali di supporto, hanno cercato di aiutare gli operatori della cultura messi in pericolo dal cambio al vertice in Afghanistan.

In tutto questo, spiega Orwa Nyrabia, bisogna spostare l’attenzione dalle questioni politiche al cinema. «Il cattivo del film si è impadronito del Paese e ha scelto i filmmaker come nemici». Ciò significa che «i talebani riconoscono l’importanza di questi registi». Per questo è necessario coinvolgere tutta la comunità del cinema, che è «estremamente potente quando si muove. È in grado di difendere i colleghi, rovinare l’immagine di qualunque governo. Questo è un appello a tutta la comunità a prendere questa questione personalmente. Non dobbiamo fermarci a fare calcoli, perché mentre calcoliamo la gente muore».

«Prima di tutto abbiamo usato i canali diplomatici, abbiamo agito dietro le quinte», conclude Mike Downey. Ma ora tocca a tutti quanti: «Gli artisti e i sognatori afghani dovranno sopravvivere perché l’Afghanistan possa sperare di avere un futuro. E tutti noi dobbiamo contribuire».

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