Martedì 20 luglio, dopo 6 settimane dal voto di ballottaggio, le autorità elettorali peruviane hanno annunciato la vittoria di Pedro Castillo come presidente della Repubblica del Perù. Castillo si insedierà ufficialmente oggi, il 28 luglio, nel giorno solenne di Fiestas Patrias, festività nazionale molto sentita da tutti i cittadini peruviani, senza distinzione di credo politico.

Anche in Italia ci saranno festeggiamenti, visto che i cittadini peruviani che ci vivono stabilmente sono più di 90mila. Se si guarda alla contemporanea storia politica del Perù ciò che colpisce è il rapido susseguirsi di presidenti, intervallati da periodi di dittatura. Senza andare molto indietro, basti pensare che Castillo è il sesto presidente in 5 anni.

I precedenti 5 presidenti sono stati tutti accusati di corruzione: 4 sono tuttora in carcere, 1 si è suicidato proprio nel momento in cui stava per essere arrestato.

La campagna elettorale di primavera vedeva numerosi partiti contendersi la poltrona presidenziale, ma i risultati della prima tornata di elezioni ha lasciato tutti sorpresi: in testa sono rimasti solo due contendenti, di cui uno, Castillo, era un completo sconosciuto.

Il Perù e la sua storia difficile

Tutto il processo elettivo si è snodato in un momento di grave difficoltà per il Perù, Paese stremato da anni di corruzione politica, dalla pandemia che ha affossato il già debole sistema sanitario, e che ora si trova a dover fare i conti con una recessione economica drammatica che si calcola, porterà il livello di benessere generale indietro di trent’anni.

Abbiamo commentato la situazione con Margherita Coralli, missionaria della Comunità Missionaria di Villaregia, che per 13 anni ha vissuto a Lima occupandosi di formazione, promozione umana e pastorale sociale.

Margherita Coralli
Margherita Coralli nella periferia di Lima Sud. Foto concessa da M. Coralli

Margherita, come mai l’ONPE, Oficina Nacional de Procesos Electorales, ci ha messo così tanto a dichiarare il vincitore?

«Pedro Castillo ha vinto con il 50,1% dei voti, contro il 49,9% della sua avversaria, Keiko Fujimori. Questo vuol dire che ci sono solo 44mila voti di differenza, su quasi 18 milioni di schede. Solo contarle è stato un lavoro enorme, pensando anche alla grandezza del Perù e al fatto che ci siano aree molto difficili da raggiungere. Ma non solo. Keiko Fujimori ha fin da subito denunciato frodi e i mezzi di comunicazione, che rispondono all’80% ad un unica agenzia, hanno esasperato questa denuncia, diffondendo false notizie e riuscendo a creare tutta una narrazione complottistica. Anche se gli osservatori internazionali hanno negato l’esistenza di brogli, le autorità nazionali peruviani hanno dovuto aprire delle indagini. Dopo un’analisi durata settimane, le varie accuse sono state smontate e Castillo è stato ufficialmente dichiarato vincitore.»

Come hanno reagito i cittadini peruviani a queste indagini?

«I peruviani sono stanchi. Non solo sono provati dalla pandemia che ha messo in luce in modo drammatico, la fragilità delle strutture peruviane; ma sono anche stanchi di questa politica autoreferenziale e che sembra completamente staccata dalla realtà. Gli elettori peruviani sono abituati a votare il “meno peggio”, c’è un detto che dice: “Non importa se ruba, importa che faccia opere urbane”, il che significa che si dava per scontato che l’ennesimo candidato fosse un corrotto, ma bastava che costruisse strade o infrastrutture e lo si perdonava.

Ora i peruviani però si sono stancati e dal 2018, finalmente, la comunità civile sta tirando fuori la voce. La gente scende in piazza a protestare contro la corruzione, perché hanno capito che è una grande dispersione di risorse. Ciò che è capitato agli ultimi 5 presidenti sarebbe stato impensabile solo pochi anni fa. C’è un vero risveglio delle coscienze, nonostante la stanchezza e la frustrazione.»

Margherita Coralli durante una visita a un paese andino. Foto concessa da M. Coralli

Quindi l’incertezza di queste settimane ha alimentato la sensazione di instabilità?

«Certo che si! Instabilità penso sia proprio la parola che meglio rappresenta la situazione del Perù. Niente è certo, tutto può cambiare e cadere da un momento all’altro. È terribile vivere così. E la pandemia ha acutizzato tutto ciò. Ciò che accade mediamente è questo: una famiglia che bene o male se la cava dal punto di vista economico si trova con un contagiato in casa che ha bisogno di cure. I posti in ospedale pubblico sono sempre occupati e la mancanza di bombole di ossigeno è stata una grave deficienza che continua tutt’ora. La famiglia è quindi costretta a rivolgersi alle cliniche private con il risultato che dopo alcune settimane di degenza, si trovano con migliaia di soles di debito da pagare, che non riusciranno mai a saldare. E magari il famigliare è anche deceduto nel frattempo. Vedi? Di punto in bianco una famiglia si trova nuovamente al fondo della scala economica e con perdite affettive incolmabili.»

Veniamo ai candidati. Chi è Pedro Castillo?

«Nessuno lo sa, è un perfetto sconosciuto e forse per questo ha vinto. È l’esatto opposto del politico che vive di politica. É un insegnante di 51 anni proveniente dalle comunità andine, a capo di un partito che si ispira al comunismo. Quattro anni fa si era fatto conoscere per essere stato a capo dei grandi scioperi che avevano fatto traballare il governo. Ma ad aprile, era considerato avere solo il 2% di possibilità di vittoria. Le sue proposte erano molto radicali all’inizio, parlava anche di reintrodurre la pena di morte. Durante la campagna per il ballottaggio aveva già smorzato i toni, aveva già capito che se voleva vincere doveva scendere a compromessi. Nessuno sa se rispetterà quanto promesse. C’è solo da stare a vedere.»

Chi è invece Keiko Fujimori?

«É la figlia del’ex presidente Fujimori. Lei rappresenta la classe politica che vive di politica. Suo padre è in carcere con una condanna a 25 anni per corruzione e per sistematiche violazioni dei diritti umani. Anche Keiko è già stata in prigione per riciclaggio di denaro e ha altri processi in corso per corruzione. Nonostante questo è la terza volta che si presenta alle presidenziali. È una donna che ha molto potere, anche sui mezzi di comunicazione, come si è visto. Il suo partito rappresenta la destra neoliberale. Le sue proposte erano generiche e populiste. Ha basato tutta la sua campagna sulla paura verso il comunismo.»

Cosa ti fa pensare, questa differenza di voto così minima?

«Penso a due cose. La prima è che il popolo peruviano ha una ferita sociale ancora aperta. Gli anni del terrorismo, Sendero Luminoso nato dalla sinistra da una parte e il regime Fujimori tutto spostato a destra dall’altra, ha lasciato delle ferite che stanno ancora sanguinando. È stata una vera e propria guerra civile che ha diviso il Perù, e questa divisione è tutta evidente in questi risultati. La seconda è che Castillo si troverà a governare con un parlamento diviso, con una maggioranza fragilissima. Tutto questo temo che alimenterà l’instabilità del paese, invece che dargli una guida sicura. Davvero, non ci resta che stare a vedere come si svilupperanno le cose.»

C’è una appiglio in tutto questo? Un qualcosa che possa far ben sperare per la gente?

«La gente stessa. Mi auguro che quel risveglio civile non si spenga, che riesca a stare acceso nonostante tutto. Se la comunità civile rimarrà in guardia, riuscirà a tenere alta l’attenzione, a uscire dal pantano della disinformazione per controllare l’operato dei suoi governanti, allora può esserci speranza.»

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