Su Facebook in un post del 24 marzo scorso, Gianni de Zuccato, il funzionario archeologo responsabile del sito della villa di Negrar, scrive: “Finalmente sono autorizzato a rompere la consegna del silenzio stampa. Non vorrei incorrere nel reato di sfruttamento, ma se siete desperate archaeologists, potrebbe interessarvi un periodo di scavi nel sito della villa romana di Negrar di Valpolicella, o meglio nella villa romana delle Cortesele. Contattatemi”. Risalta la voglia, la passione e, se si conosce l’archeologo in questione, la competenza. Poi, però, uno pensa: com’è che non abbiamo personale per valorizzare il patrimonio archeologico e culturale del nostro Paese?

La cultura è tale se rende

Alla conferenza stampa di presentazione, come riportato dal nostro giornale, c’erano non solo il soprintendente Vincenzo Tiné e il sindaco Roberto Grison, ma pure – in collegamento – il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini a congratularsi. Uno si aspetterebbe che, oltre alle pacche sulle spalle, il ministro fosse lì anche per garantire sostegno economico. Macché.

Il che, in effetti, non dovrebbe stupire. Come segnalava già Tomaso Montanari, «La retorica del discorso pubblico italiano prevede che in ogni programma politico, poco importa di quale parte, figuri inesorabilmente un paragrafetto sulla necessità di “sfruttare il nostro petrolio”: che sarebbe ciò che l’articolo 9 della Costituzione chiama “il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”, imponendo alla Repubblica di tutelarlo.»

La riforma Franceschini, sempre secondo Montanari, «si basa su un principio semplice, anzi brutale: separare la good company dei musei (quelli che rendono qualche soldo), dalla bad company delle odiose soprintendenze, avviate a grandi passi verso l’abolizione. Il resto (archivi, biblioteche, siti minori, patrimonio diffuso) è semplicemente abbandonato a se stesso: avvenga quel che può.»

Foto di Tom Allan, Flickr

Privati come tampone di un sistema in crisi

Siamo di fronte a una pregiudiziale politica? Sentiamo cosa ha detto il Ministro del MiBACT: “Sono alla guida del più importante ministero economico italiano: l’avevo detto come battuta nel giorno del giuramento da ministro, dopo questi mesi ne ho la certezza”.

Se la prospettiva è il solo ritorno economico, la questione per i siti che non rientrano tra i musei di eccellenza, ossia di fama mondiale, si fa difficile. Le piccole realtà, che si trovano con una soprintendenza ridotta all’osso, devono trovare in loco le risorse per rendere fruibile l’area al pubblico. E dire che già la legge 1 giugno 1939, n. 1089, del ministro Giuseppe Bottai stabiliva che “il Ministro […] ha facoltà d’imporre, per le cose di cui all’art. 14, le provvidenze necessarie per assicurarne la conservazione ed impedirne il deterioramento” e che se il privato non ha le risorse “il Ministro può, con suo decreto, stabilire che l’onere sia assunto in tutto o in parte dallo Stato”.

Legislazione superata e non in meglio. Conta piuttosto far cassa, il che implica buoni rapporti con musei ed enti stranieri, così che è in atto da tempo, fa notare la senatrice Margherita Corrado (M5S), persino un forte rallentamento delle rivendicazioni e delle restituzioni di reperti e opere d’arte, detenuti illegalmente all’estero.

Il turismo porta soldi, la cultura deve far la sua parte e il turismo a Verona conta: nel 2019 le presenze sono arrivate a 18 milioni, il 76% internazionali. Sesta provincia in Italia per arrivi nelle strutture ricettive, quarta per presenze di visitatori stranieri; quindicesima per crescita degli arrivi turistici negli ultimi dieci anni. Terza tra le destinazioni con oltre due milioni di arrivi e la sesta tra le province del Nord, la prima in Veneto. Benissimo se, come visto, il sistema economico procede senza scossoni o pandemie.

Un patrimonio a misura di turista

Tutto questo, però, implicitamente impone – e la presentazione della villa di Negrar lo conferma – di dover accettare di rivedere molto di più che la nostra prospettiva di sviluppo: l’intera immagine di noi stessi. Per Verona, la proposta passa per la banalizzazione del patrimonio per un turista facoltoso che ha bisogno di uno sfondo esclusivo (che trasudi arte, anche se non la conosce: è comunque sufficiente per un selfie) per fare lo stesso shopping che farebbe in qualsiasi capitale europea di prima fascia. Ecco quindi il senso del piano Folin (oggi, causa pandemia, desaparecido) e della trasformazione ormai compiuta di Verona in “città di Giulietta” versione cartolina da una parte; dall’altra, la caccia al turista squattrinato che vuole mangiarsi un panino sui gradini del Comune, minandone irrimediabilmente il decoro.

Leggi anche –> Cosa resterà del Piano Folin?

Per la villa di Negrar, nella presentazione, si lasciava intendere che la possibilità di recupero del monumento fosse legata a risorse di privati, a loro volta condizionate dalla possibilità di sfruttamento del sito con ricadute in termini turistici sulla zona. E quindi legare in modo indissolubile il sito al contesto enogastronomico, ovvero al vino della Valpolicella.

Sia chiaro, non ce l’abbiamo né col sindaco, né col soprintendente e men che meno con l’archeologo: anzi, cercano di combattere per restituire dignità a un sito con i pochi strumenti a disposizione. Ma la conclusione è una sola: in questo Paese, la cultura e la valorizzazione del bene culturale rischia di perdere il proprio specifico valore, ma esiste solo se diventa elemento attrattivo da luna park, esattamente come la Tour Eiffel a Parigi, la Route 66 negli Stati Uniti, il Machu Picchu in Perù, le Piramidi in Egitto, o il sesso e la droga ad Amsterdam (con buona pace dell’incommensurabile Van Gogh).

Uno scenario che non vorremmo vedere

A questo punto, visti i numeri, tanto vale arrendersi subito e farci annettere dal nostro primo partner economico e turistico, ovvero quei tedeschi che a milioni occupano da anni il Lago di Garda. Avrebbe così ragione Joseph Goebbels quando, nel 1943, scriveva sul suo diario: “il Veneto dovrebbe essere disposto ad accettare questa condizione [di regione inclusa nel III Reich in forma autonoma] tanto più facilmente in quanto il Reich, dopo la guerra vittoriosa, potrebbe fornirgli il movimento turistico al quale Venezia attribuisce la massima importanza”. E Verona, che può vantare addirittura Dietrich von Bern, ossia Teodorico da Verona, non può giocarsela ancora meglio?

Questo il quadro. E, magari, finiremo pure per sfregarci le mani quando, nelle campagne della Valpolicella, mandrie di turisti, saldi sui loro sandali indossati con sfrontati calzini bianchi, carichi di bottiglie, si aggireranno baciati dal sole tra i mosaici della Villa di Negrar, pensando a quanto sia bella la cultura, specie se sono le dieci del mattino e sei al quarto Amarone.

© RIPRODUZIONE RISERVATA