Deal!

Con questa semplice parola, il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel ha annunciato un accordo rivoluzionario per la storia dell’Europa unita, giunto ai supplementari dopo giorni di intenso dibattito. Si è infatti trovato l’equilibrio tra Paesi frugali e mediterranei, passando dalle forche caudine del blocco di Visegrad. È stata approvata una proposta di bilancio pluriennale 2021-27 e il Recovery Fund, il pacchetto di misure senza precedenti, per la ripresa economica post pandemia. Un totale di 1,84 trilioni di euro che verranno mobilitati per aiutare i Paesi più duramente colpiti a rimettersi in piedi, tra cui la nostra povera, sfiancata Italia, che avrà diritto a quasi un terzo dei 750 miliardi totali assegnati al Recovery Fund, di cui 390 a fondo perduto e 360 come prestiti agevolati (interessi “formali” e rimborso in 32 anni a partire dal 2026).

Convinti che l’Europa abbia finalmente fatto un passo avanti verso l’integrazione, siamo stupiti dei commenti che leggiamo sui social, tra pressapochismo e mistificazione della realtà. Proviamo pertanto a rispondere a qualcuna delle retoriche questioni sollevate dai novelli Keynes nostrani.

Ma cosa esultano? Ci hanno riempito di debiti, come se non ce ne fosse abbastanza, e tocca sempre a quelli poi ripagare!

La comprensibile esultanza del premier Giuseppe Conte si fonda sull’aver resistito sui punti irrinunciabili per un paese fragile come il nostro. È stata mantenuta molto elevata la quota liberale (80 mld che non sono debito e non vanno restituiti, signoramia!); sono state imbrigliate le derive di certi paesi che avrebbero voluto un pollice verso da imperatore; si è infine ottenuto un rilascio in tempi brevissimi, a partire dal 2021 ma con la possibilità di usare i fondi “futuri” anche per la spesa pubblica 2020.

La quota a debito esiste e verrà ripagata dal povero pantalone, certo; saranno le nostre tasse a produrre il contributo italiano al bilancio europeo – esattamente come accade negli altri Paesi. Sarà praticamente il solito contributo proporzionale al reddito nazionale, che avremmo pagato comunque, con o senza questo aiuto.

Ora decideranno loro come dobbiamo spenderli, abbiamo venduto la nostra libertà.

Dunque, qui la questione ha due fronti, almeno. Da un lato, la UE chiede di spendere in modo razionale e responsabile. Anni di politica italiana mettono la presidente della Commissione in allerta gialla, ma anche noi cittadini dovremmo essere in prima linea a controllare come e per cosa verranno spesi. È un’occasione irripetibile e non la possiamo bruciare con il solito vizio del clientelismo pre-elettorale, della corruzione sistemica, dell’ignavia che negli anni ci ha fatto perdere tante (ma proprio tante) di queste erogazioni comunitarie. Dobbiamo intervenire sul sistema giudiziario, dotarci di meccanismi di pena certa, eliminare le cavillerie per adottare procedure trasparenti e con i tempi giusti. Ci sono infrastrutture da risanare, alberi da piantare e guardie forestali da tagliare; va investito nell’economia circolare, nella produttività eco-sostenibile, in energie alternative e digitalizzazione. Va fatto un enorme sforzo per rilanciare la scuola; il futuro è già qui, mentre noi lottiamo con professori poco motivati e poco pagati, cattedre assegnate un attimo prima di scoprire una 104 al paesello. I nostri figli non devono trovarsi svantaggiati rispetto ai loro pari europei nell’inserimento in un enorme mercato del lavoro, in cui non saranno immigrati o cervelli in fuga: saranno il collega italiano e la dirigente francese di un’azienda greca con uffici a Copenhagen.

L’altro tema che torna spesso è quel “decidono al posto mio”. Tranquilli, non ci sarà un uomo solo a decidere il futuro di tutti stavolta, bensì un processo democratico in cui ogni Paese dovrà presentare un programma di riforme e interventi, in linea con il Next Generation EU adottato nei mesi scorsi, indicando la spesa prevista. Tale piano verrà approvato a maggioranza qualificata e – diciamolo, visto che nessuno lo fa – i Frugali non hanno il ‘peso’ sufficiente per fare o disfare nulla. Si è letto che l’Olanda potrebbe bloccare tutto. Ogni membro potrà sollevare dubbi sull’utilizzo effettivo dei fondi da parte di un altro e bloccare per tre mesi le erogazioni, rimettendo la decisione al Consiglio europeo, a maggioranza.

Provocatoriamente affermiamo che forse la cosa davvero difficile per gli Italiani è che stavolta no, non si può prendere i soldi e scappare. La mamma ci darà i soldi per salvarci ma dovremo promettere di smettere con la droga e cambiare vita. L’Europa è cambiata, in una misura insperata anche al più incurabile ottimista; è arrivato il momento di cambiare anche gli italiani, a partire dalle istituzioni. Vanno messi da parte in questa fase i bisticci politici e poste solide basi per una ripartenza – non sarà rapida e nemmeno indolore – che possa riportare la serenità nella nostra vita, la certezza di un lavoro, di poter iniziare un progetto, creare dal nulla, produrre bellezza; insomma ricominciare a fare gli Italiani veri.

Ci danno i soldi quando saremo già morti, nel 2021 qui sarà tutto deserto.

Questa frase tocca un nervo scoperto, perché in effetti il 2021 sembra lontanissimo, in un contesto desolato e triste per l’economia. Altri mesi a “si salvi chi può” sembrano troppi. Ma non stiamo prelevando al bancomat e nemmeno chiedendo un mutuo; se qualcuno avesse partecipato a un bando pubblico, avrà forse avuto un assaggio della lentezza della burocrazia, ovunque e sempre. Ad impedire erogazioni più rapide ci sono però in questo caso altri fattori da considerare: prima fra tutti la ratifica dell’Europarlamento; poi, l’iter per presentare il programma, con 27 stati che invieranno il loro budget entro ottobre, ognuno da negoziare e approvare… riuscire a farcela per febbraio sarebbe il vero miracolo. Nel frattempo, elemento non trascurabile, l’Europa dovrà mettere in cantiere le obbligazioni garantite dal bilancio pluriennale, dovrà insomma raccogliere dal mercato le risorse da regalare e prestare agli stati membri. Le emissioni saranno affiancate da una politica fiscale europea, altro modo di diventare grandi insieme: si parla di una tassa sulla plastica, di una sulle emissioni nocive, sono i primi passi verso un concetto di responsabilità fiscale unitaria.

Ah, è vero. Non ne parla nessuno ma ci siamo dovuti tenere i “rebates”: uno dei meccanismi correttivi previsti per i Paesi che danno alla UE più di quanto prendano. Non stupirà che i Paesi fruitori di questo “sconto” sul contributo sono proprio quei Frugali che, minacciando di bloccare il Recovery Fund, hanno ottenuto di prorogarli fino al 2027. Del Rapporto Monti, che portò alla decisione di sospenderli proprio da dicembre 2020 per fondati dubbi di equità, non resta nulla: i Frugali (e ricchi) continueranno a beneficiare di questo regalino aggiuntivo, figlio di mamma Thatcher, che lo pretese nel 1984 per il Regno Unito. A spese degli altri Paesi più poveri, che ovviamente devono compensare il loro minor apporto. Altro che “freno d’emergenza”, gli olandesi se la sono giocata bene: portano a casa rebates per altri sette anni e la nuova distribuzione dei dazi infra-comunitari, con una quota maggiore per i singoli paesi che per coincidenza sarà a maggior beneficio di paesi con grandi porti.

Ci sarebbe poi la brutta questione dello Stato di diritto, su cui la UE ha miseramente fallito, ma è un racconto triste e oggi vogliamo solo festeggiare un successo, italiano ed europeo. C’era da fare la Storia e si è fatta, come sempre, a suon di compromessi.