Il nuovo ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, vanta un curriculum degno di nota: dopo la laurea in Scienze Politiche all’Università di Bologna con Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio, si è perfezionato alla London School of Economics con Basil Yamey fino al ruolo di professore ordinario nel 1989, di rettore dell’Università di Ferrara (2004) e di presidente della Fondazione della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (2007). Davvero niente male.

Al momento, data la nomina recentissima, più che di atti abbiamo solo tracce dalle quali si può cominciare a intuire il suo modo di intendere l’incarico, nella forma e nella sostanza.

La scuola come perno di sviluppo

Intanto: qual è la sua idea di scuola? La possiamo ricavare da una recente intervista alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, in cui emerge che il suo punto di partenza non è solo evitare che le risorse del Recovery Fund vadano disperse, ma anzi diventino punto di partenza per un rilancio che ha l’ambiziosissimo obiettivo di “ripristinare l’idea che la scuola sia perno dello sviluppo”.

Una scuola che ancora pagherebbe l’errore, compiuto negli anni della narrazione dello spread, di aver subito tagli importanti (all’epoca di Maria Stella Gelmini, oggi rediviva ministra agli Affari Regionali e le autonomie) proprio in un momento storico in cui si stava compiendo uno strategico salto tecnologico. L’Italia, allora, perse un importantissimo treno e rimase indietro, come dimostra anche il costante “drenaggio” dei nostri giovani (ma non solo) migliori, che fondamentalmente tendono ad andarsene e a raggiungere quei luoghi nel mondo dove le loro competenze vengono valorizzate.

Per il neo-ministro quello è un errore da non ripetere oggi, in un momento storico per certi versi molto simile. Un punto di partenza certo interessante, con luci, ombre e qualche segnale poco confortante.

Licei versus istituti professionali

Luci, dal punto di vista della “forma” della sua comunicazione, come la scelta di cercare un contatto con i sindacati e con la rappresentanza del mondo scolastico; o come l’affermazione che sia necessario “pensare alla scuola non solo come ‘risorse’ umane, ma ‘umane’ risorse”. Luci come la sua constatazione non passiva che la differenza tra nord e sud del Paese sia ancora molto forte, tanto che si prospetta in alcuni casi una sorta di “nuova povertà educativa” che, in prospettiva, può anche avere ripercussioni sul senso di cittadinanza e sulla democrazia.

Luci come l’archiviazione de facto della boutade del presidente del Consiglio “Mario-Draghi-Santo-Subito” di allungare l’anno scolastico senza aver chiara conoscenza del mondo della scuola e delle implicazioni di decisioni prese senza un’adeguata riflessione.

Il ministro ora immagina piuttosto un gruppo per “recuperare i gap di socialità e apprendimento” e che si tratterà di “esperti in materia di disuguaglianze”; si vedrà in cosa consisterà effettivamente il progetto. Luci come la scelta di rilanciare gli istituti professionali, così da arginare la “licealizzazione” della scuola italiana che parte probabilmente da un pregiudizio secondo cui la formazione/istruzione al lavoro è indice di declassamento sociale.

“Licealizzazione” (parliamo del 50% degli studenti italiani) che da una parte priva il settore produttivo di figure specializzate e dall’altra veicola al liceo alunni solamente disorientati o poco tagliati a un tipo di scuola, invece, molto teorico e spesso finalizzato all’accesso all’Università.

Il risultato è un annacquamento vistoso dei licei in termini di proposta e di acquisizione di competenze e un impoverimento dei professionali e dei tecnici. Insomma, il Ministro pare finalmente voler smentire un luogo comune, assolutamente ingiusto e di retaggio gentiliano, che gli studenti dei professionali possano essere solo ragazzi senza voglia di studiare o che non abbiano voglia di farlo.

Scuola come azienda, idea ancora viva

Ma dove c’è luce non zenitale, compaiono le ombre: nonostante il richiamo “all’umanità”, al senso di cittadinanza, l’idea di scuola sembra ancora quella aziendalista, sulla falsa riga della proposta di Confindustria, su cui già ci siamo espressi dalle colonne di questa testata. Tornano purtroppo gli annunci temerari, come quello di voler tutti i docenti in cattedra dal 1° di settembre in un anno in cui ¼ dei docenti è precario.

E infine un piccolo, insignificante segnale. Per l’Esame di Stato, anche quest’anno solo orale sul modello del precedente ideato dal Ministro Lucia Azzolina, il Ministro Bianchi afferma: «Non voglio sentir parlare di tesina! I maturandi sono ragazzi e ragazze alla fine del loro percorso scolastico di cinque anni: dovranno preparare un elaborato ampio, personalizzato […]». Ora, se davvero nomina sunt consequentia rerum i ragazzi dovrebbero preparare un testo costruito, pensato, approfondito, di ricerca. Ma siamo a fine febbraio, non c’è alcuna linea guida e il tempo corre. E l’elaborato, minuto dopo minuto, diventa sempre più tesina.

Ecco: il tempo ci dirà se alle parole del ministro Bianchi corrisponderanno fatti concreti o se, mestamente, l’entusiasmo iniziale farà la stessa fine di quello per l’arrivo di Mario Draghi. E, soprattutto, ci dirà anche se l’uscita del sottosegretario leghista all’istruzione, Rossano Sasso, che confonde Dante con Topolino, è un semplice incidente di percorso o la fotografia di questo tempo.

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