Le eterne contraddizioni del Sudafrica
Nel meraviglioso Paese di Nelson Mandela, da poco diventato campione del mondo di rugby, le disuguaglianze sociali portano a scontri fra poveri e poverissimi.

Nel meraviglioso Paese di Nelson Mandela, da poco diventato campione del mondo di rugby, le disuguaglianze sociali portano a scontri fra poveri e poverissimi.

Dieci anni fa il sudafricano Neill Blomkamp sorprese il mondo del cinema con un piccolo capolavoro fantascientifico dal titolo District 9. Il film raccontava la storia di una astronave aliena che, all’inizio degli anni Ottanta del XX secolo, si era misteriosamente fermata sopra la città di Johannesburg (Sudafrica) lasciando poi sulla Terra centinaia di migliaia di alieni – in precarie condizioni fisico-igieniche – senza la possibilità di tornare sul loro pianeta di origine. Le autorità sudafricane si organizzano così in modo da accudire gli alieni e ben presto “ghettizzare” in veri e propri “campi di concentramento” e baraccopoli quella nuova popolazione, negli anni progressivamente cresciuta oltre il milione di individui.
Da queste premesse parte la vicenda del film che, ovviamente, vuole essere in primis una grande metafora della condizione umana vissuta in quei luoghi, caratterizzata soprattutto nel periodo 1948-1990 dall’odioso regime politico dell’Apartheid e da enormi disuguaglianze sociali ed economiche. Disuguaglianze economiche a dire il vero ancora ben visibili nel più grande Paese dell’Africa subequatoriale. E basta viaggiare per le strade sudafricane, ad esempio da Cape Town a Port Elizabeth lungo la Garden Route e la costa dell’oceano Atlantico, prima, e Indiano, poi, per accorgersi che questo Stato è ancora un Paese pieno di contraddizioni, di ricchezze immense e povertà abissali. Un Paese che, nonostante nel Continente Africano rappresenti ancora uno dei posti migliori (se non il migliore) dove nascere, crescere e morire e per questa ragione meta di emigrazione dagli altri Paesi africani, non ha chiaramente ancora risolto i suoi storici ed enormi problemi economico-sociali.

La squadra nazionale ha da poche settimane vinto la sua terza Coppa del Mondo di rugby, considerato una vera e propria “religione” in quella terra. D’altronde gli impianti sportivi con i pali ad H sono numerosissimi e disseminati in tutto il territorio, anche se si gioca in prevalenza nelle zone dove è più alta la concentrazione di popolazioni bianche, in generale, ed ex coloni inglesi, in particolare. La formazione allenata da Rassie Erasmus ha sbaragliato l’agguerrita concorrenza con un gioco poco spettacolare, ma molto fisico e concreto. Gli Springbooks (il loro soprannome), che hanno così interrotto il dominio planetario degli All Blacks neozelandesi (vincitori delle precedenti due edizioni), hanno saputo integrare le due principali anime di chi gioca a rugby in Sudafrica: quella bianca, più solida e ragionatrice, e quella nera, più fisica e istintiva. Quindi quella del sud-ovest, nella zona del Capo e dintorni.
Come molti ricorderanno, la prima Coppa del Mondo vinta dal Sudafrica risale al 1995, magistralmente raccontata da Clint Eastwood nel film Invictus. All’epoca, a metà degli anni Novanta, il Paese era ancora in una fase di ricostruzione. L’anno precedente, nel 1994, in occasione delle prime elezioni libere e democratiche, Nelson Mandela era diventato presidente. Simbolo della lotta di un intero popolo, Mandela aveva ben chiare le priorità da perseguire: prima fra tutte, disinnescare i conflitti interni e superare l’odio profondo che la maggior parte della popolazione nera nutriva verso quella bianca, vista come colonizzatrice, usurpatrice e oppressore per secoli.

Le violenze subite dagli Afrikaaner, discendenti dei primi coloni olandesi giunti in questa regione a metà del XVII secolo, tra il 1990 e il 1994, rappresentano ancora oggi un ricordo indelebile. Questi eventi sono avvenuti dopo oltre quarant’anni di segregazione razziale, durante i quali la minoranza bianca aveva di fatto escluso la maggioranza nera dai diritti civili ed economici. Sebbene l’accordo storico raggiunto nel 1990 da Frederik de Klerk e Nelson Mandela abbia segnato un’apertura sociale e civile, questa non si è tradotta nella maggior parte dei casi in una reale apertura economica né in un perdono necessario per chiudere quel triste capitolo e proseguire. Così, il Sudafrica rimane oggi un paese immenso, cinque volte più grande dell’Italia, con una natura mozzafiato, ma anche una società ancora lontana dal trovare un equilibrio nella convivenza tra i suoi abitanti.

La popolazione è estremamente multietnica, tanto da essere soprannominata il “Paese Arcobaleno”. Nel 2018, la nazione contava circa 55 milioni di abitanti: il 75,2% era costituito da neri, il 13,6% da bianchi, l’8,6% da persone di etnie miste, chiamate coloured, e il 2,6% da asiatici. I neri appartengono a numerosi gruppi etnici bantu, tra cui zulu, xhosa, sotho, tswana, venda, ndebele, tsonga, swazi e pedi. Tra questi, gli zulu sono il gruppo più numeroso, rappresentando il 20% della popolazione totale.
La maggior parte dei bianchi discende dagli inglesi, tedeschi e olandesi, i primi colonizzatori europei noti come afrikaneer (o boeri), che costituiscono circa il 60% della popolazione bianca. I coloured, principalmente residenti nelle province del Capo, sono di origine mista, derivati soprattutto dall’incrocio tra neri e afrikaner. A questi dati fondamentali si aggiunge il preoccupante tasso di disoccupazione, oggi vicino al 40%, il più alto degli ultimi dieci anni. Secondo le statistiche ufficiali, inoltre, oltre la metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà, e uno su quattro si trova in condizioni di estrema povertà.

E dove si trova la ricchezza? Non certo tra gli immigrati e i lavoratori poveri, che vivono in condizioni spesso peggiori rispetto ai cittadini locali, ma tra la popolazione bianca e quella parte della popolazione nera che, nel corso degli anni, è riuscita a emanciparsi dall’estrema povertà. Tuttavia, esiste una disuguaglianza economica enorme: il 10% della popolazione detiene il 90% della ricchezza. I ricchi conservano un forte potere politico, eredità diretta del periodo dell’Apartheid, considerando che il 55% dei milionari del Paese sono bianchi, nonostante questa etnia rappresenti solo l’8% della popolazione, mentre il restante 92% è composto da neri, meticci e altri gruppi.

Sotto lo slogan “Che gli stranieri tornino nei loro Paesi”, i lavoratori sudafricani protestano da mesi. Tuttavia, gli stranieri a cui si riferiscono non sono più i bianchi, come negli anni Novanta, ma soprattutto nigeriani, somali e congolesi. In molti ritengono che questi gruppi siano responsabili di tossicodipendenza, traffico di persone, prostituzione, criminalità e perdita di posti di lavoro.
Tra questi, i nigeriani sono considerati l’etnia più problematico. Non a caso, nel film di Blomkamp citato all’inizio, una banda nigeriana interpreta i pericolosi antagonisti, dediti al traffico di armi e persino di cibo per gatti, di cui gli alieni nella fiction erano ghiotti. Il film venne addirittura vietato nelle sale cinematografiche della Nigeria, rischiando di provocare una crisi diplomatica tra i due grandi Paesi africani. Negli ultimi mesi, decine di persone sono morte a causa di disordini di strada che hanno fatto esplodere il Sudafrica, oggi una polveriera politica e sociale estremamente pericolosa. La popolazione locale attacca gli immigrati in un vero scontro fra poveri, ma più che colpire gli individui, gli aggressori si sono concentrati sulla distruzione e il saccheggio di centinaia di negozi stranieri nelle principali città.

In realtà, però, sia il saccheggio sia gli attacchi brutali sono violenze che sono state scatenate con una certa periodicità per decenni. Secondo le statistiche dell’African Center for Migration and Society (ACMS), gli attacchi xenofobi hanno trovato il loro massimo picco nel periodo fra il 2008 e il 2015, con circa 110 omicidi di media all’anno e a causa di queste esplosioni di xenofobia gli sfollati, negli ultimi anni, sono migliaia. Il 28% dell’economia sudafricana ricade nel sottobosco del “nero” e sono molti gli immigrati che lavorano in questo “settore”, visto che molti di loro sono entrati nel Paese illegalmente e non posso quindi operare alla luce del sole. La maggior parte di questa popolazione illegale, peraltro, non è nemmeno nigeriana, ma congolese o mozambicana (l’ex colonia portoghese confina con il Sud Africa ed è inevitabilmente il principale “esportatore” di immigrati, a Johannesburg e dintorni).
E molti datori di lavoro assumono immigrati privi di documenti per dar loro un salario inferiore a quello che dovrebbero pagare alla gente del posto. Generando, così, l’odio verso gli immigrati in un vortice negativo che sembra non avere fine. Molti africani condannano il vandalismo e gli atti xenofobi di questi giorni, ma, secondo recenti studi, esiste anche una percentuale significativa della popolazione che approva questi attacchi: più di un adulto su dieci nel Paese riconosce che sarebbe disposto a essere coinvolto in scontri contro gli stranieri “se necessario”. E mentre questo è il clima interno che si respira nel sud del Continente, gli altri Paesi africani (la Repubblica Democratica del Congo, lo Zambia e la stessa Nigeria) stanno “attaccando” gli uffici e le imprese sudafricane che lavorano nei loro territori in una sorta di “rappresaglia” commerciale e burocratica che di sicuro non migliora la situazione. Anzi…

Una parte sostanziale del conflitto è, fra l’altro, dovuta all’atteggiamento ambiguo – oltre che della Polizia – del Governo del Presidente Cyril Ramaphosa, in carica dal dicembre 2017. Il quale, ad esempio, non rilascia statistiche ufficiali sugli omicidi legati all’odio razziale. E poiché la xenofobia è un nuovo elemento su cui si giocano i voti alle prossime elezioni, sia l’egemonico Congresso Nazionale Africano (ANC) sia l’opposizione dell’Alleanza Democratica tendono ad alimentare colpevolmente questo sentimento, che infastidisce non poco i leader dei paesi vicini, in un crescendo di tensioni interne ed esterne che non lasciano presagire nulla di buono. I leader politici hanno trovato un facile bersaglio negli africani vulnerabili che cercano di crearsi una nuova vita in Sudafrica. Si tratta di populismo xenofobo emergente che porta a continui attacchi contro i cittadini stranieri e che risulta estremamente pericoloso. E spaventa, non poco, buona parte della popolazione, anche quella bianca, per una volta non direttamente coinvolta dalla vicenda.

Gino e Marco Fabbri sono due fratelli che vivono a Port Elizabeth da sempre. Il loro nonno Ugo, veronese, venne in queste zone negli anni Cinquanta con la famiglia. Era impiegato alle Cartiere Fedrigoni, che qui in quegli anni avevano impiantato delle fabbriche con l’intento di sfruttare le immense risorse di legname che questo Paese, fra le altre cose, sa offrire.
Percorrendolo in auto non capita di rado, infatti, di incontrare decine e decine di camion che trasportano legname e di attraversare boschi sterminati di conifere, senza soluzione di continuità. Il loro padre Sergio si sposò e visse tutta la vita in Sudafrica e come lui, quindi, sono sudafricani – di seconda generazione –anche Gino e Marco, nonostante quest’ultimo abbia vissuto alcuni anni a Londra, dove ha studiato e lavorato come film-maker. Il fratello Gino, invece, è un comico, musicista e cabarettista molto noto in Sudafrica. È dotato di una mimica facciale molto simile a quella di Jim Carrey (cercate i suoi video su YouTube, sono spassosissimi) e lavora in tv e nei vari locali di musica dal vivo disseminati nelle principali città del Paese.
Oggi il Sudafrica, che rappresenta di fatto la loro patria, non è più un luogo sicuro per le loro famiglie. Lo si nota dagli impianti di sicurezza che caratterizzano case, condomini e ville: muri, recinzioni elettrificate ovunque e spesso guardie armate con fucili, soprattutto durante le ore notturne. Ma il problema non è solo la sicurezza, che in parte può essere gestita. A preoccupare maggiormente, soprattutto per il futuro dei loro figli adolescenti, sono le politiche statali. Dalla fine dell’Apartheid, queste politiche sono chiaramente orientate a rispondere alle esigenze della maggioranza nera, non della minoranza bianca, che Mandela considerava comunque fondamentale per lo sviluppo del Paese. È una situazione inevitabile, ma è anche vero che i bianchi, pur essendo il motore economico, si trovano oggi davanti a una scelta: restare o partire. Molti optano per quest’ultima.

La sanità e la scuola, ad esempio, sono di buon livello solo se private, ed è un vero peccato, perché la formazione dei medici è generalmente eccellente. Qui, per esempio, nel 1967 fu eseguito il primo trapianto di cuore dal cardiochirurgo Chris Barnard, ma oggi i medici – pur competenti – non possono operare in strutture ospedaliere pubbliche all’altezza. Ovviamente, i costi della sanità privata sono altissimi e pochi riescono a permettersela, anche tra i bianchi. A lungo andare diventa difficile per tutti immaginare un futuro in questa terra splendida ma martoriata. Quando incontriamo Gino e Marco nella loro bella casa vicino all’aeroporto di Port Elizabeth, le domande che ci rivolgono sull’Italia in generale e sulla qualità della vita a Verona, dove hanno ancora legami e parenti, sono numerose e rivelano un clima di preoccupazione sempre più diffuso.
Ad accogliere i visitatori del carcere di massima sicurezza di Robben Island – dove dal 1964 al 1990 sono stati rinchiusi i prigionieri politici che si opponevano all’Apartheid – oggi c’è anche Ntando. Non è una guida come le altre: Ntando è stato detenuto in quello stesso carcere per ben sette anni e forse nessuno meglio di lui può spiegare le atrocità vissute in quel luogo, ormai tanti anni fa. Atrocità che, però, sono ancora ben evidenti nelle tante cicatrici diffuse sulla sua pelle, ma che probabilmente sono ancora più profonde nella sua anima. Eppure con la sua voce baritonale descrive la vita dei prigionieri all’interno di quelle quattro mura in quel remoto angolo di mondo con grande sobrietà e senza alcun tipo di giudizio nei confronti dei suoi aguzzini. Si limita a raccontare i fatti, come il migliore dei cronisti. Racconta del freddo, delle malattie, del cibo, del lavoro costante di spaccapietra, del rapporto con gli altri prigionieri e con i militari che avevano il compito di sorvegliarli. E torturarli. Fisicamente e psicologicamente.

Fa tutto questo con grande lucidità, senza far trasparire alcun tipo di rancore, ma con una “serenità” che mette quasi i brividi. La discesa all’Inferno in cui ci conduce per mano ammutolisce il variopinto gruppo di visitatori, inizialmente molto rumoroso e via via sempre più silenzioso. Nel corso del suo racconto, ovviamente, il nome che emerge con maggior frequenza è quello di Nelson Mandela, che in quel carcere spese ben 18 anni della sua vita (altri nove li trascorse in altri due luoghi di detenzione per un totale di 27 interminabili anni), ma quella di Madiba, come viene affettuosamente chiamato dal suo popolo l’ex presidente, fu solo una delle tante esperienze vissute in quel luogo di dolore. Molto altri sconosciuti, alcuni dei quali vi hanno perso la vita, sono ingiustamente passati da lì. Finito il tour all’interno del carcere Ntando saluta i visitatori uno a uno con una stretta di mano, uno sguardo profondo piantato negli occhi e un sincero “grazie di essere venuti”, che commuove.
Sempre a Città del Capo anche il museo del District Six e a Johannesburg quello del Museo dell’Apartheid rappresentano tappe d’obbligo per qualsiasi visitatore che volesse capirne qualcosa di più. Aiutano a comprendere davvero cos’ha rappresentato quel regime totalitario e nazista per questo popolo e ancor di più aiuta a comprendere il presente, l’attualità, tutt’altro che scevra da compromessi e lontana anni luce dall’ideale di libertà e prosperità che aveva probabilmente in mente Madiba, come veniva chiamato dal suo popolo il cosiddetto “padre della patria” Nelson Mandela.

Già, Mandela. Il grande orgoglio sudafricano. Lo si trova letteralmente dappertutto e anche la sua casa situata nell’immenso sobborgo di Soweto alle porte di Johannesburg, è oggetto di pellegrinaggio per turisti e sudafricani. Un sobborgo che vede milioni di persone accatastarsi in baracche e casette di mattoni, gli unici a fianco agli altri, senza apparenti problemi. Qui, per intenderci, nel 2010 è stata disputata la partita inaugurale e soprattutto la finale del Mondiali di Calcio della FIFA. Il gol di Iniesta, che ha mandato in visibilio il popolo spagnolo, stese l’Olanda e il sogno Orange di vincere il suo primo mondiale nella terra che hanno contribuito – nel bene e nel male – a rendere uno Stato. L’avveniristico stadio (qui denominato pomposamente “Soccer City”) si erge maestoso fra la terra rossa e gli slum, come una cattedrale nel deserto, anche se a dirla tutta vi ci giocano due squadre della città. Può contenere oltre 100mila persone ed è il secondo stadio più capiente al mondo, dopo il Maracanà di Rio de Janeiro.

In quelle zone si trova anche la casa dove è nato e cresciuto un altro Premio Nobel per la Pace sudafricano, l’Arcivescovo Desmond Tutu. Forse Mandela aveva ben chiaro che il percorso verso un “riequilibrio sociale” avrebbe richiesto decenni, segnati da disuguaglianze, conflitti, rancori e molte difficoltà. Tuttavia, la corruzione che ha caratterizzato la politica del Paese dopo di lui, unita a una certa difficoltà della popolazione nel definire chiari obiettivi di progresso personale e collettivo, sta inevitabilmente rallentando questo cammino.

Ce ne parla anche Paolo Croce, milanese, un tempo gelataio alle porte di Milano e oggi gestore di una Guest House ai confini del Kruger Park, la grande riserva animale dedicata all’inizio del XX secolo a uno dei Padri Fondatori del Sud Africa. Croce ha lasciato tutto in patria, innamorato insieme alla sua compagna Barbara di questa terra, per venire a vivere qui e aiutare altri visitatori a innamorarsi, come loro, del Sud Africa. «Il problema dei lavoratori africani è che culturalmente non hanno una prospettiva temporale lunga. Abituati da sempre a convivere con un’aspettativa di vita molto bassa, tendono a spendere in pochi giorni tutto lo stipendio che ricevono, senza avere ben chiaro il concetto di risparmio e accumulo. Questo rende difficile per loro costruire un patrimonio, una casa, una rendita o un supporto per le generazioni future delle loro famiglie. È una propensione al “non risparmio”, ma anche una difficoltà nel mantenere costantemente il proprio lavoro, che pesa enormemente sull’attuale generazione di sudafricani, ancora segnata dall’eredità dell’Apartheid. Sta accadendo, pur con dinamiche differenti, qualcosa di simile a quanto avvenuto nelle ex Repubbliche del Patto di Varsavia dopo la caduta del muro di Berlino (la cui ricorrenza è proprio in questi giorni, nda): l’incapacità di adattarsi alle mutate condizioni socio-politiche ha aumentato le disuguaglianze, alimentando rancore verso i ricchi, che si scarica su chi, immigrato, è ancora più povero e in difficoltà. Una sorta di eterna lotta di classe che al momento non vede vie d’uscita.»

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