Del concerto che si terrà sabato 19 gennaio a Verona in una location a quanto pare segreta e dal titolo Terra e libertà si è già detto molto in questi giorni. Il concerto è organizzato con lo scopo di raccogliere fondi per le famiglie veronesi colpite dall’alluvione del settembre 2018. E fin qui le nobilissime intenzioni dei promotori, anche se bisognerebbe capire meglio cosa intendono per “veronesi”… veronesi de soca, cioè da almeno sette generazioni? E se chi è solo veronese di adozione, come ad esempio la famiglia di chi vi scrive (e come buona parte dei cittadini di questa città) avesse subito danni in quella stessa occasione potrebbe eventualmente accedere agli aiuti? E chi fra gli immigrati di seconda o terza generazione – gente che ovviamente lavora e paga le tasse, con i figli che vanno a scuola a Verona e via dicendo – fosse in quella stessa situazione verrebbe aiutato? Chissà. In attesa che a queste domande venga risposto, ed è nostro diritto saperlo visto che l’evento ha ottenuto l’ennesimo Patrocinio da parte della Provincia di Verona e soprattutto l’aiuto economico di una municipalizzata (Serit), ragioniamo brevemente sull’accozzaglia di riferimenti che questo concerto ha voluto mettere tutti insieme tutt’altro che vicini ai valori che l’associazione “Nomos – Terra e Identità”, presieduta da Michele Marai, esprime. Cioè quelli di estrema destra.

A cominciare dal titolo, “Terra e libertà” che richiama il celebrefilm di Ken Loach – un regista che non ha mai nascosto le sue simpatie socialiste e che ha fondato tutta la sua filmografia proprio per raccontare questa sua visione di mondo – che racconta le vicende durante di una piccola formazione partigiana  durante la Guerra Civile Spagnola.

Poi colpisce la scelta della data, con tanto di dedica, che coincide con il cinquantesimo anniversario della morte di Jan Palach, l’attivista cecoslovacco (all’epoca le due nazioni mitteleuropee erano ancora unite) che si diede fuoco tre giorni prima in Piazza San Venceslao a Praga per protestare contro l’invasione dell’Unione Sovietica del suo Paese. Jan Palach era un pacifista e preferì sacrificare la sua vita, in un estremo gesto dimostrativo, pur di protestare pacificamente contro il sopruso e l’ingiustizia che aveva colpito duramente la Cecoslovacchia. L’accostamento ha prodotto anche le proteste dell’ex Ministro della Giustizia ceco e ora parlamentare europeo Jiří Pospíšilm. Appartenente all’area di centro-destra, sia chiaro, ma evidentemente anche lui poco convinto di quanto avviene in riva all’Adige. E fin qui ci limitiamo al contingente.

La cosa che a noi continua a far sorridere, da tempo immemorabile peraltro, è però il continuo ispirarsi delle band nazirock (alcune delle quali parteciperanno al concerto) allo scrittore britannico J.R.R. Tolkien, considerato erroneamente un esponente del partito nazista. I suoi libri, con in primis il celeberrimo Il Signore degli Anelli, vengono purtroppo mal interpretati e nonostante le continue smentite (anche dello stesso scrittore), si persiste in questo errore. Peraltro comprensibile, in assenza di intellettuali di riferimento che possano essere presi a modello.

La suddivisione dei personaggi in varie specie, ciascuna dotata di caratteristiche fisiche e morali ben definite, dovette sembrare ai nazisti uno strumento utile per inculcare l’idea della superiorità di certe razze sulle altre. Senza,  in realtà, sapere che l’opera fantasy voleva in realtà trasmettere proprio il concetto contrario, con gli Hobbit, piccoli esseri cicciottelli e dai piedi grandi in grado di salvare letteralmente il mondo. Le razze, poi, si sono sempre mescolate fra loro, fin dagli albori dell’umanità, e geneticamente non esiste una razza pura. Lo dice la scienza, come si suol dire in questi casi. Inoltre lo stesso Tolkien ha sempre rigettato questa interpretazione. Tanto che la sua Compagnia dell’Anello (che guarda caso ispira proprio il nome di una della band che si esibirà all’evento) è in effetti composta da due uomini, quattro hobbit, un elfo, un nano e un mago, cioè quanto di più eterogeneo potrebbe esserci. Come detto anche l’hobbit, che ispira il nome ad un’altra band presente al concerto, è un piccolo uomo, senza particolari ambizioni, con l’unico desiderio di mangiare e dormire. E poco altro. Non proprio in linea con la purezza della razza ariana, insomma. Ora i casi sono due: o c’è moltissima autoironia in tutto ciò (la stessa che evidentemente ispira chi ha voluto chiamare la propria band “Topi Neri”, anch’essa presente, insieme a Gabriele Marconi, al concerto) o c’è davvero tanta ignoranza. Propenderei per la seconda ipotesi.

Forse non tutti sanno che il primo romanzo di Tolkien, Lo Hobbit venne notato da un editore tedesco, il quale inviò allo scrittore una lettera in cui lo pregava di concedergli lo sfruttamento dei diritti in Germania. In ossequio alle leggi naziste, però, per poter essere pubblicato in quel paese lo stesso Tolkien avrebbe dovuto dimostrare di vantare una discendenza ariana. Questa fu l’ironica risposta di Tolkien: «Mi duole molto non aver ben chiaro che cosa voi intendiate con il termine “ariano”. Io non sono di discendenza ariana, poiché gli ariani sono indo-iraniani. E né io né alcuno dei miei antenati abbiamo mai parlato hindi, farsi, gitano o altri dialetti simili». L’offerta, ovviamente, venne declinata. Qualche anno dopo, a guerra ormai iniziata, lo scrittore – in una lettera inviata al figlio – sottolineò: «In questo conflitto non dimentico di avere una certa questione in sospeso con quel piccolo, zotico ignorante di Adolf Hitler».

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