Negli Stati Uniti tornano le grandi proteste di piazza, questa volta scatenate da un documento della Corte Suprema. Una bozza di decisione relativa a una proposta di legge dello stato del Mississippi per complicare (ulteriormente) l’accesso all’aborto, nel caso intentato dall’Associazione per la Salute delle Donne della città di Jackson.

La bozza, datata febbraio 2022, è stata consegnata da ignoti al sito giornalistico Politico che l’ha pubblicata e resa disponibile a chi abbia voglia di leggere 98 terribili pagine di retorica e legalese spinto, condite da 118 note a pié di pagina e una trentina di fogli in font minuscolo contenenti legiferazioni passate su temi analoghi.

La prima fuga di notizie della storia

Si tratta di una prima assoluta. Mai, a memoria, un documento della Corte era stato divulgato anzitempo dalle stanze super secretate della Corte Suprema. Va ricordato che è intitolata “bozza” e quindi non si tratta di una decisione definitiva, come si affretta a dire il presidente della Corte John Roberts, confermando al tempo stesso l’autenticità del documento.

Samuel Alito - Wikipedia
Samuel Alito

Ed è anche vero che nella storia americana ci sono stati diversi casi in cui i giudici firmatari di una bozza di decisione hanno poi cambiato idea all’ultimo minuto. Noi si crede a tutto eh; ma, anche se la bomba non è ancora esplosa, già il solo fatto che esista sembra sufficiente a scatenare proteste, spesso con i gruppi pro-vita e pro-scelta a confrontarsi nelle stesse piazze.

Il giudice Samuel Alito, nominato alla Corte Suprema da George W. Bush nel 2006, ha redatto questa bozza con cui di fatto distrugge due precedenti legali del 1973 e 1992 rispettivamente, i cosiddetti casi “Roe” e “Casey”. I precedenti legiferavano a protezione del diritto all’aborto e della libera decisione. Entrambi traevano conforto dal 14mo emendamento della Costituzione statunitense, quello che definisce la libertà personale, quella che noi chiameremmo ora privacy, e i limiti con cui un governo può interferire con tale libertà.

Eppure, era tutto sbagliato

«La sentenza Roe era egregiamente sbagliata fin dal principio – tuona Alito – e si basava su un ragionamento eccezionalmente debole, con dannose conseguenze. Roe e Casey hanno di fatto infiammato il dibattito e acuito le divisioni, anziché risolvere la questione dell’aborto. Le sentenze devono essere ripudiate, è ora di dare dignità alla Costituzione e rimandare il tema ai rappresentanti eletti del popolo».

I giudici sostengono quindi che il diritto alla scelta di abortire non sia protetto – come avevano pensato i predecessori – dalla massima legge federale, alla faccia di quasi cinquant’anni di fondamento legislativo (negli USA e negli altri Paesi di Common Law, le sentenze fanno legge).

Ma la storia, quei cinquant’anni di diritti tutelati, secondo Alito «viene analizzata in modi che vanno dal costituzionalmente irrilevante fino all’apertamente scorretto», forse dimenticando che la sentenza del 1973 fu votata da cinque giudici repubblicani (come lui) che si aggiunsero ai due democratici.

L’arroganza di Roe e Casey

Bisato – Le tre donne

«Fino agli ultimi anni del ventesimo secolo, – continua la nota – non si è ravvisato nel diritto americano il sostegno a un diritto costituzionale all’aborto. Non esiste un punto della Costituzione che riconosca tale diritto.» E, considerato il numero di sentenze che definiscono l’aborto un reato penale fin dal 1800, è la tesi del giudice, non si tratterebbe neanche di uno dei “diritti non espressamente enunciati” in quanto non radicato nella storia e cultura americane. Secondo i giudici firmatari della nota, la Costituzione non vieta agli Stati di legiferare autonomamente sull’aborto, un diritto che Roe e Casey si sarebbero ingiustamente arrogate.

Ci sono poi passaggi in cui viene discussa la possibilità che rendere illegale l’aborto vada di pari passo con la segregazione razziale. Alito però è tranquillo, vanno lasciati i dubbi e fatta la cosa giusta, spingendosi anche oltre, citando in una minuscola nota come i sostenitori della prima ora dell’aborto avessero «spiacevoli opinioni sull’eugenetica» e fossero «motivati dal desiderio di ridurre la popolazione afroamericana».

A difesa della cancellazione delle due sentenze, aggiunge la bozza «è oltre ogni dubbio il fatto che Roe abbia avuto un effetto demografico, con una percentuale sproporzionatamente più elevata di feti abortiti di colore». Se il giudice pecchi si eccessiva semplificazione o soffra di miopia autoindotta, non ci è dato sapere.

Una sola cosa alla volta

Prevedendo l’impatto di una tale decisione sui media e sulla popolazione liberale, il giudice Alito dichiara solennemente che «questa sentenza riguarda il diritto costituzionale all’aborto e nessun altro diritto. Niente di quanto contenuto in questo parere dovrebbe essere inteso mettere in dubbio altri precedenti che non riguardano l’aborto, come la subordinazione della donna nella società, il loro potere politico e il diritto al voto».

Gentilissima precisazione da parte sua, signor giudice, ma chi ha letto il suo testo qualche dubbio – e pure legittimo – ce l’ha eccome. In effetti, se si introduce una facilità di overruling (cioè la cancellazione di una decisione precedente) in tema di libertà individuale, di diritto alla privacy, le possibili estensioni di questo “metodo” sono troppe per non tremare.

La pensano in questo modo molte figure di spicco nella politica e società americane, che esprimono forte preoccupazione sull’effetto contagio di una simile sentenza. Eliminare la protezione federale dall’aborto, permetterebbe ai singoli stati di regolamentarlo in maniera restrittiva e addirittura di renderlo illegale.

Intervenire su una materia delicata come il diritto alla libertà individuale potrebbe riflettersi su tematiche affini, quali il matrimonio omosessuale, le decisioni sull’educazione dei figli. Perfino i diritti civili.

La Casa Bianca prende le distanze

Il presidente Biden ha dichiarato che «il diritto di scegliere della donna è fondamentale, Roe è stata legge dello Stato per quasi cinquant’anni e, in nome della giustizia e della stabilità dell’ordinamento, non va revocata».

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden

Gli fa eco la vice presidente Harris e sullo stesso tono pare la famiglia Obama, tutti concordi nel ritenere che a rischio ci siano i diritti di tutti gli americani, che si debba combattere ora non solo per le donne ma per evitare di ritrovarsi in futuro con una società meno libera, con uno Stato che interferisce con la libertà individuale.

La ex candidata alla presidenza Warren aggiunge un attacco deliberato contro i repubblicani che, secondo lei, avrebbero «lavorato da decenni in vista di questo giorno, tramando e coltivando giudici di Corte Suprema per avere in aula quella maggioranza che non esiste tra la popolazione.» Anche questo, dubbio legittimo e condivisibile.

La decisione definitiva della Corte Suprema è attesa per giugno. Il tempo per modificare le posizioni ci sarebbe e, dopo la divulgazione, i giudici hanno la piena attenzione dell’opinione pubblica, pronta a cogliere le sfumature di ogni parola. Ci permettiamo di sognare un firmatario pentito che fotocopia nottetempo la bozza proprio al fine di sabotarla. In sé, un atto poco coraggioso ma, giunti a questo punto, non si guarda in faccia nessuno. L’importante è restare liberi.

Foto di copertina di Corrado Benanzioli

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